Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza senza capire perché mio padre e mia madre dovessero tenermi sotto controllo. Sono stata punita, picchiata, costretta, chiusa in una stanza, affinché assumessi ruoli precisi di figlia, moglie, madre rispettosa del ruolo egemonico dell’uomo sulle donne. Ho vissuto vergognandomi della mia sessualità, sentendo storie sul danno che poteva fare il mio sangue mestruale ad ogni cosa. Mia madre e mia nonna mi impedivano di toccare le piante quando avevo le mestruazioni perché altrimenti le avrei uccise. Il mio sangue mestruale avrebbe potuto uccidere chiunque e qualunque cosa, quindi era una cosa di cui aver paura e da nascondere a tutti i costi. Se una macchiolina di sangue attraversava assorbente e mutanda e trovava spazio nei tessuti degli abiti, i pantaloni, bisognava immediatamente nasconderla. Non sta bene che una ragazza mostri il sangue mestruale, anche se è quello che poi ci permette di dare la vita. Tanto più si costruivano leggende sui nostri difetti e tanto più ci obbligavano a nasconderci. Io sono stata cresciuta in una famiglia che mi voleva vergine fino al matrimonio. Dove si commetteva peccato mortale a pronunciare la parola orgasmo o pompino. Ero quella che non poteva mettere un po’ di rimmel perché avrebbe attirato gli uomini e dunque poi non avrei dovuto piangere per le conseguenze.
Mio padre, quando uscivamo, teneva salda la sua mano sulla mia spalla per dire “questa è roba mia” e dato che in zona lo conoscevano nessuno si avvicinava. Solo alcuni incoscienti adolescenti mi trascinarono in una zona nascosta per spogliarmi e farsi toccare, anche se poi scapparono prima di aver fatto tutto. E io non dissi niente a nessuno perché in casa avrebbero detto che era tutta colpa mia, del mio corpo, delle mie braccia, delle mie mani, della mia bocca, del mio sangue tra le gambe. Mia nonna raccontava di certe sue coetanee che erano impazzite a furia di restare incinta e fare figli al punto da richiuderli dentro i cassetti dei comò e lasciarli lì senza respiro. Poi finivano in manicomio e i mariti si risposavano e ricominciavano a ingravidare altre donne, da capo, come fossero loro le vittime. Una mia parente fu data in sposa ad un violento e aveva solo 15 anni, un’altra fu fatta “maritare” a 13 anni e ancora giocava con le bambole. Gli uomini erano sempre più grandi e non avevano alcuna considerazione dei diritti delle donne. Serviva un corpo caldo a letto, una bambina da far diventare madre e una cameriera utile in tutte le ore per qualunque cosa.
Se avessi denunciato mio padre per violenza domestica mia madre mi avrebbe odiata. Meglio essere complice silenziosa e dare a me la colpa per le botte che ricevevo. Nelle situazioni violente familiari non c’è mai un solo responsabile. Se la vittima trova almeno un punto di riferimento ne esce integra ma se non ha nessuno le restano, com’era per me, a volte i libri e la scrittura oppure un bel niente. Ci si rassegna a fare quel che dicono e a crescere come volevano tu crescessi. Il destino delle donne non deriva dalla sfortuna, dall’infausto destino, ma da scelte precise operate da chi agisce in nome di una cultura che ci vuole solo asservite e sotto controllo. Diversamente le donne fanno paura, talmente paura che bisogna ucciderle per rimettere tutto in ordine. E mio padre tentò di strangolarmi, una volta. Avevo diciotto anni.
Ho frequentato la primina dalle suore orsoline, dove mi insegnavano a pulire e rimettere in ordine invece che a leggere e scrivere. Le elementari sono state un po’ meglio perché la mia era una brava maestra, ma in quella classe c’era la divisione tra classi sociali, le bambine figlie di gente conosciute riempite di attenzioni e quelle altre invece no. Quando camminavamo per strada, a qualunque età, c’era sempre il bambino che arrivava a toccarci il culo, perché così dimostrava di essere un vero uomo. E le battute sessiste che subivamo nelle medie inferiori o in quelle superiori rappresentavano un mondo che non doveva essere mai modificato. L’ideale della ragazza era di fidanzarsi in casa con un bravo ragazzo che poi ti avrebbe sposata. Fidanzarsi in casa, secondo il rito, significava che tu, femmina, o meglio la tua proprietà passava dal padre al fidanzato. Tu non eri mai libera. Appartenevi sempre a qualcuno. Dovevi sempre stare sotto il controllo di qualcuno.
La preoccupazione della femmina era quella di saper fare bene i lavori di casa ed eventualmente andare dalla sarta per imparare a cucire per bene. Se ti comportavi come mi comportavo io, scappata da casa per andare al cimitero nei pomeriggi assolati, lì da sola a leggere sopra la tomba di nonna. Se indossavi il giubbotto maschile, o ti conciavi non tanto da femmina, se non ti curavi del tuo aspetto, allora eri solo “strammata“, pazza. Una ragazza fuori controllo con cui eventualmente era facile provarci. A 16 anni andai nel pomeriggio alla festa di compleanno di una compagna di scuola. C’erano anche ragazzi e tra questi il figlio dei miei vicini di casa. Lui provò a mettermi le mani addosso e lo respinsi. Non ero lì per quello e lui non mi piaceva. Lui andò a raccontare tutto alla madre e la madre disse alla mia che suo figlio mi aveva messa alla prova e che io avevo dimostrato di essere una brava ragazza. Mi avevano esaminata e promossa senza che a me fregasse un cazzo della questione. Tutto pur di non ammettere che lui era un idiota con le mani lunghe e che aveva dovuto beccarsi un No come risposta.
Nel tempo questa cosa non è mai cambiata. L’ho vissuta ad altri livelli. La viviamo tutte. La maniera in cui ci rimettono al nostro posto quando tentiamo di prendere quello che gli uomini considerano di loro esclusiva proprietà. Lavoro, riconoscimenti, diritti civili. E’ una cosa che non cambia ed è per questo che esistono troppi obiettori di coscienza che non ci permettono di scegliere se abortire o diventare madri. Perché la libertà di scelta non è qualcosa che secondo la cultura maschilista ci spetta di diritto. Noi apparteniamo, siamo solo un prolungamento, nate dalla costola di, peccatrici sin da Eva. E io oggi, mentre rivivo tutti gli abusi che ho subito nella mia vita, ho voglia di urlare e di prendere quel cazzo di albero di mele e trapiantarlo in un giardino per offrire mele a tutte le altre. Mi sono rotta le ovaie di fare finta. Non fingo più da tempo ma oggi sono ancora più arrabbiata. Solo con la rabbia, forse, riuscirò a trovare un senso a quello che mi succede, all’avvilimento che mi annichilisce, all’amputazione dei miei pensieri, alla solitudine sociale e personale che sento. Oggi urlo. Vi prego, fatemi urlare di più. Ancora più forte.
Eretica Antonella
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