Autodeterminazione, Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: l’adolescenza e i disturbi alimentari

Per la mia autobiografia.

In questa foto avevo 14 anni. Dato che mio padre mi diceva che avevo le gambe brutte allora mi sentivo bruttissima. Piena di complessi mi abbigliavo tanto per coprirmi il più possibile. Non pesavo chissà quanto. Ero normo peso ma allo specchio vedevo una obesa e mi sentivo sempre in difetto. A farmi i dispetti e farmi sentire male c’era anche mia sorella gelosa perché secondo lei mio padre dedicava più attenzioni (botte) a me che a lei. Quindi io e il mio corpo non andavamo d’accordo. Diventavo sempre più timida e non pensavo di meritare amore in nessun caso, da parte di nessuno. I miei disturbi alimentari cominciarono dopo le prime mestruazioni, quando sviluppai il seno e i fianchi si allargarono. Digiunavo del tutto o mi rimpinzavo di nascosto di schifezze. Non vomitavo. Quel che mangiavo lo smaltivo con tantissima attività fisica. Correvo, camminavo molto, facevo ginnastica, salivo e scendevo le scale a ripetizione, facevo danza e così pensavo di avere il controllo su qualcosa dato che della mia vita, del mio corpo, del mio destino sembrava io non potessi avere il controllo mai. Tutto era strettamente supervisionato da mio padre.

Cercavo di misurare le cosce con le mani. Se riuscivo a toccarmi le dita da una parte all’altra allora mi sentivo bene altrimenti ricominciava il digiuno. Nel frattempo leggevo e a quel tempo avevo già ultimato la collana di autori classici italiani che mio padre aveva comprato. Tentavo di esplorare la mia sessualità ma era impossibile perché non sapevo da dove cominciare. In casa mia c’era mia nonna materna che si era sposata con un uomo molto più anziano per crescergli il figlio. Poi c’era mia madre che quando sentiva parlare di sesso faceva una espressione schifata e poi c’era mia sorella che mi spiegò di punto in bianco che i figli nascevano dopo che l’uomo metteva il suo coso dentro la mia cosa. La malattia di mia sorella non le permetteva di sperimentare alcunché all’epoca e tutto si riduceva a queste due cose che si incontravano e al pericolo di fare un figlio quando l’incontro avveniva. Io in ogni caso mi sentivo talmente brutta che non pensavo sarebbe mai successo nulla con nessuno. Me ne stavo sempre per conto mio a contare calorie e a fare ginnastica.

L’insicurezza trasmessa da mio padre e il suo perenne monito sui miei fallimenti mi portavano ad aver paura di tutto. Durante una interrogazione di matematica, al liceo, il professore, un burbero maniaco che ci chiedeva di scrivere in alto sulla lavagna per scorgere le gambe o i seni da sotto le gonne o dalle fessure delle camicie, cominciò a urlare e io cominciai a sudare freddo, svenni ed ero stesa a terra lì davanti a tutti. Le urla mi facevano stare male. Qualunque movimento improvviso mi faceva sobbalzare. Ero sempre spaventata. L’insicurezza poi mi portava a non voler affrontare le interrogazioni, non perché non avessi studiato, dato che studiavo molto e capivo tutto alla prima lettura, ma per il terrore di fallire. Mi riducevo all’ultima verifica e prendevo voti discreti per l’incostanza, salvo che in italiano, in lettere, dove prendevo dieci, perché scrivevo bene e conoscevo la letteratura come le mie tasche. Cominciò credo in quel periodo la tendenza a chiudermi in casa e isolarmi da tutto, per giorni, perché dei disturbi alimentari, dell’insicurezza, la bassa autostima, molti conoscono solo la parte superficiale del problema ma di fatto conduce ad un isolamento forzato che ti fa sentire persa e vulnerabile.

Mio padre non diceva mai nulla che mi facesse capire che fosse soddisfatto di me, qualunque cosa io facessi lui era sempre arrabbiato e violento e in casa tutti erano armati di egoismo e mi giudicavano un disturbo perché sebbene io fossi timida e problematica continuavo ad essere la “rispustera“, quella che rispondeva a mio padre e che chiedeva il perché delle cose. Perché dovevo essere solo io ad aiutare la mamma e non poteva essere il marito a farlo? Perché dovevo essere applaudita solo quando facevo la donnina di casa e non quando completavo un racconto scritto che poi non leggeva nessuno? Perché dovevo sentirmi così sola a quell’età? Perché dovevo passare interi pomeriggi a imparare a cucire a maglia, a ricamare o a cucire all’uncinetto assieme alla nonna? A cosa mi sarebbe servito saper fare i centrini se io volevo solo scrivere?

Venivano in quel periodo pubblicati dei giornalini in cui c’erano inviti alla corrispondenza e cominciai a scrivere lettere a persone sconosciute, ragazzi e ragazze, che volevano comunicare. Quando mio padre intercettò le risposte dopo averle lette ad alta voce per procurarmi imbarazzo le strappò e mi proibì di farlo ancora. Dato che le mie uniche uscite concesse erano quelle per andare in chiesa, al catechismo, strinsi un’amicizia con una ragazza. Una volta andammo in piazza insieme e tornai a casa cinque minuti dopo l’orario imposto (le sette del pomeriggio). Fui picchiata senza pietà. Il giorno dopo presi lo zainetto e fingendo di andare a scuola decisi di scappare da casa. Non sapevo dove andare ma quello fu il momento in cui dissi basta. Non ne potevo più. Camminai lungo la strada provinciale e poi strade di campagna e quando si era fatta quasi sera incontrai due persone che dapprima pensarono di potermi abbordare ma poi, capita la situazione, mi prestarono dei soldi, mi accompagnarono alla stazione, mi misero sul treno, per spedirmi da una parente. Dopo tre giorni i miei mi raggiunsero e mio padre mi diede l’unico abbraccio della sua e della mia vita. Il terrore che io potessi rifare una cosa del genere lo placò per un po’, ma solo per un po’, e mi permise di respirare quel minimo di ossigeno che riuscii a recuperare comportandomi sempre da brava ragazza ma avendo licenze di uscita per orari più lunghi.

Tutto in casa mia era una battaglia, e io ero sempre in guerra, con la mia armatura e pronta a difendermi. Tra un passo di danza, un digiuno e un’abbuffata continuava così la mia complicata adolescenza. Sapendo che liberarmi e liberare la mia sessualità dal controllo del padre padrone sarebbe stato difficilissimo.

Alla prossima foto.

Eretica Antonella

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