Per la mia autobiografia.
Stanotte, nonostante i farmaci che dovrebbero farmi dormire profondamente mi sono svegliata urlando per un incubo che è sempre stato ricorrente nella mia vita, salvo quando dormivo tra le braccia di qualcuno. Chi mi conosce e ha dormito con me sa che parlo nel sonno, anzi litigo, o urlo, e non è piacevole. Ultimamente mi succedeva di rado ma stanotte l’ho rivissuto e mi è tornato in mente tutto.
Sogno di cadere e non riuscire più a rialzarmi. Sogno di sprofondare ed essere risucchiata mentre mi sforzo in ogni modo per riemergere. La mia vita è sempre stata più o meno questo: una lotta costante per tentare di non affondare. Aiutandomi con l’autoironia, cercando di sorridere alle avversità, svegliandomi ogni giorno per svolgere i miei doveri fino al punto di non farcela più e lasciarmi trascinare perché era meno faticoso. La depressione che mi ha risucchiata è stata la mia fossa comune, quella in cui tante persone vengono sepolte vive senza riuscire a liberarsi.
Nel sogno, sebbene io abbia oramai compiuto 56 anni, vedo mio padre che mi insegue con un bastone o mia madre che mi sgrida. Litigo, rispondo, cerco di farmi valere, inutilmente, perdo sempre. Il senso di sconfitta diventa malinconia, tristezza, abbandono, assenza di libertà e di ossigeno. Così iniziano le crisi e gli attacchi di panico. Stanotte mi sono svegliata e ho preso uno dei libri ricevuti in regalo, quello sull’ottimismo, ho cominciato a leggere e la crisi è piano piano passata e ho cominciato a contestualizzare e a tornare al presente. Oggi non posso più essere inseguita con un bastone o sgridata. E’ tutto passato e io sono ancora viva.
L’altro incubo che arriva di tanto in tanto è quello in cui il mio ex marito, quello del matrimonio riparatore di trent’anni fa, per dimostrare il suo potere su di me, mi lega mani e piedi, mi mette a pancia in giù, abbassa con forza le mie mutandine e mi sodomizza con forza mentre io piango a dirotto e mia figlia guarda, seduta dentro il box, quando ancora non era in grado di camminare. E io spero che lei non veda e non capisca niente di quello che sta succedendo. Piango a bocca chiusa. Senza fare rumore. Per non spaventarla. Lui ripete che merito quella punizione perché sono stata sul balcone a stendere i panni in vestaglia mentre in strada passava più volte qualcuno che mi guardava dal basso. L’hai fatto apposta, mi dice, l’hai provocato, vi facevate segnali. Io ricordo solo che mia figlia aveva una diarrea incredibile e che i pannolini usa e getta le procuravano una brutta dermatite. Allora dovevo usare i panni di cotone e lavarli delicatamente a mano, almeno 16 al giorno, senza contare la preparazione di pappe e pranzi e cene e le pulizie che una brava casalinga deve fare per dimostrare di essere una brava moglie e madre.
Ricordo che avevo solo vent’anni e mentre lui non lavorava per sopravvivere davo lezioni private a ragazzini delle scuole medie, perché mi bastava poco per imparare qualunque cosa e insegnarla. Lui un giorno cacciò via tutti dicendo che io con loro, poco più che bambini, facevo cose sporche e dopo averli cacciati mi picchiò talmente forte da rompermi un timpano. Il mio orecchio sinistro infatti non sente più bene come il destro. Perché le cicatrici scompaiono ma i danni provocati dalla violenza a volte restano. E con quelli restano gli incubi. Sprofondare e restare costretta in una prigione senza uscita, schiacciata mentre tutto mi obbliga a soccombere alla violenza dalla quale mi sono fisicamente liberata. Il fatto è che sebbene la violenza non abbia più fatto parte della mia vita negli ultimi trenta anni i traumi sono rimasti tutti, come se io fossi una sopravvissuta di guerra, e poi arriva il giorno in cui gli incubi diventano sogni a occhi aperti e si rimane bloccati, immobilizzati da catene invisibili. Per me la depressione è anche questo.
Stanotte è andata così. Grazie a chi mi ha regalato i libri. Li userò tutte le volte che servirà esorcizzare i mostri che compaiono di notte. E continuerò a scrivere perché attraverso la scrittura terapeutica posso condividere il mio dolore con la carta o un file. Depositare le emozioni qui mi permette di respirare un po’ meglio. Anche a questo serve la scrittura.
Vi auguro una buona giornata e proseguirò nei prossimi post a raccontarvi di me attraverso le mie fotografie.
Eretica Antonella
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