Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà

Cronache postpsichiatriche: la depressa sobria era una piscialetto!

Per la mia autobiografia.

In questa foto avevo otto anni compiuti. Non sorrido, come d’altronde neppure in tutte le altre foto che mio padre mi faceva fare quando c’era da celebrare l’arrivo di un nuovo vestitino. Credo che questo mi fosse stato regalato perchè dovevamo andare ad un matrimonio di parenti o cose del genere. C’erano i matrimoni o i funerali. Poche altre occasioni per sfoderare il fascino della scarpina nuova.

Di quel periodo ricordo con esattezza un paio di cose. Avevo già scritto in due diversi quaderni due racconti lunghi di genere giallo, ispirati a Belfagor e Arsenio Lupin, scopiazzamenti ma venivano dalla mia fantasia ed esercitavo così la scrittura, ovviamente seppelliti nell’archivio che la mia famiglia considerava di roba da gettare via. Scappavo di casa pomeriggi interi per andare a sedermi sulla tomba di mia nonna, al cimitero, dove scrivevo o leggevo. Al ritorno erano botte, in genere colpi di manico di scopa sulla schiena. Poi ricordo che a volte facevo ancora la pipì a letto e dato che nessuno considerava la parte psicologica della questione mia madre mi portò dal medico di famiglia il quale mi prescrisse un farmaco per trattenere i liquidi. Dopo un paio d’anni avevo la cellulite alle cosce e non avevo ancora neppure avuto le mestruazioni perché la ritenzione idrica era totalmente fuori controllo.

La pipì a letto era fastidiosa perchè ovviamente a mia madre toccava lavare le lenzuola e dato che in casa mia il progresso arrivò tardi, per incapacità di mio padre di amministrare i soldi secondo i bisogni di tutta la famiglia, lei doveva lavarli a mano, in genere con acqua fredda. Capivo perchè potesse darle fastidio e mi sentivo in colpa, parecchio. Non potendola ripagare neppure dopo aver spolverato e passato la cera mille volte sui pavimenti cercavo di sforzarmi di restare sveglia la notte ma quando mi addormentavo inevitabilmente sognavo di fare pipì e mi svegliavo in un lago puzzolente. Non dava fastidio solo alla mamma ma a tutti i figli, dato che dormivamo insieme in una sola stanza. Una di quelle che di giorno sono salotti, con i letti nascosti, e la notte camera per bambini.

La faccenda della pipì era legata alle emozioni perché un giorno, mentre giocavo per strada con bambini vicini di casa, vidi arrivare mio padre e io non ero ancora rientrata e terrorizzata per le conseguenze la feci lì davanti a tutti. La vergogna fu enorme, l’isolamento ne fu la conseguenza e le botte furono l’immancabile optional. Il punto era che avevo una fottuta paura di qualunque cosa, rumori, urla continue in casa, gesti violenti, a prescindere dalle botte, oramai era proprio quel clima che generava ansia senza fine. Ma se mio padre non riteneva opportuno comprare a mia madre una lavatrice e se il medico di famiglia non sapeva cosa fare se non dare farmaci inadeguati figuriamoci se mai qualcuno di loro pensò di suggerire che vi fosse un disagio psicologico da risolvere.

Solo un anno dopo la maestra delle elementari chiamò mio padre per dirgli che strizzavo gli occhi mentre guardavo la lavagna e che dunque probabilmente avevo bisogno di una visita oculistica. Mio padre disse “i bambini mentono… si sa” e mi lasciò così finché la maestra non minacciò di chiamare l’assistente sociale. Allora mio padre mi portò dall’oculista. Risultato? Tre gradi e mezzo di miopia avevano preso il volo. E di chi era la colpa per la spesa della visita, delle lenti e della montatura? Ovviamente mia, perché con i miei occhi chiari avrei dovuto smettere di leggere libri. Ero troppo piccola per dirgli che era lui che ci obbligava a fare i compiti con lampadine di grado minimo, per risparmiare sul consumo elettrico e che infatti non ero la sola ad avere problemi visivi in famiglia. Mia madre però non osava chiedere nulla anche se rattoppava i calzini strappati facendo sistemare a me ago e filo.

Ottenni quegli occhiali a patto di non romperli mai, ma proprio mai nella vita, altrimenti avrei dovuto pagarmeli da sola. Perché ogni problema di salute che non fosse calato direttamente dal cielo era colpa mia. Bastava la malattia di mia sorella a tenerlo impegnato. Io non dovevo fiatare, di qualunque cosa avessi bisogno. Perché davo fastidio. Quegli occhiali per disgrazia li ruppi credo in prima media. E ricordo ancora come tenevo incollata con lo scotch la montatura e come continuai a indossare a scuola una lente che si era frantumata al centro tra l’altro perché mio padre mi aveva lanciato addosso un pezzo di pane in uno dei match dopo pranzo. Ricomprai gli occhiali in segreto (“shhhhh non dirlo a tuo padre…”), come se fosse scemo, in realtà meglio fare l’indifferente per non assumersi la responsabilità, con i soldini che mi aveva dato mia nonna (quella rimasta viva).

Mi sono ricordata, scrivendo, di un’altro fatto accaduto quell’anno. Mia madre mi aveva dato dei soldi per andare a comprare qualcosa alla bottega degli alimentari, all’epoca i supermercati non c’erano, e seguendo le direttive di mia nonna (“Occhi ‘n terra e muru muru … ” sguardo a terra e cammina vicino al muro per non farti notare, sai mai qualche ragazzo si sentisse provocato dalla me bambina) cercai di raggiungere la bottega. Dopo circa venti metri, nei pressi di una chiesa, mi fermò un ragazzino che mi afferrò per i capelli e prese i soldi che avevo in mano. Disse che se gli avessi dato un bacio me li avrebbe ridati e io rimasi immobile, impaurita, lui mi diede una leccata sulla guancia e portò via comunque i soldi. Tornai a casa e non ebbi il coraggio di dire quello che era successo per timore di una punizione che beccai comunque perchè dissi che li avevo perduti. La solita Antonella, distratta e sangue “vastatu” (guasto), fu la logica conclusione di mia madre.

Sono tutte cose passate e ovviamente dimenticate, elaborate per quel che ho potuto perché le ho riviste con gli occhi di una adulta che conosceva certe contraddizioni e certi sacrifici. Però, ecco, questi sono un altro paio di sassi che porto nel mio bagaglio affettivo/familiare.

Vi auguro un buon pomeriggio

Eretica Antonella

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4 pensieri su “Cronache postpsichiatriche: la depressa sobria era una piscialetto!”

  1. Ciao Antonella
    Ti seguo da parecchio e da parecchio hai accompagnato il mio percorso di auto consapevolezza. Grazie anche al tuo lavoro sono riuscita, a mano a mano, a fare quei piccoli passi dal sapore di conquista.
    L’ultima seduta dalla mia psicologa è stata un po’ difficile da affrontare e stavo quasi pensando di rimandare il prossimo appuntamento. Poi, stamattina, ho letto che anche tu sei andata al tuo appuntamento e che, nonostante tutto, sei riuscita a portare a termine la prima seduta.
    E allora, sorella, sappi che non sei sola, nemmeno in questo momento. Riusciremo ad abbracciare le nostre parti più vulnerabili, come si fa con i cuccioli impauriti.

  2. Ciao eretica, grazie x condividere con noi la tua storia, anche noi ci sentiamo meno sol* così. Hai mai letto qualcosa di Alice Miller? Ti consiglio “il dramma del bambino dotato” e “la persecuzione del bambino”, a me sono stati molto utili. Ti mando un grande abbraccio

    1. li ho letti tempo fa, sì. penso che andrò a riprenderli, anche se per leggerla ci vuole stomaco. all’epoca mi fecero male anche se mi furono molto utili. ma grazie davvero per il suggerimento.

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