Antiautoritarismo, Antisessismo, R-Esistenze, Violenza

La guerra in casa nostra

In questo periodo si parla di guerra e io sono scesa in piazza tante volte contro la guerra. Sono scesa in piazza contro le basi nato e i missili. Sono scesa in piazza contro le occupazioni di pace In Kosovo. Contro la guerra in Afghanistan e in qualunque altro posto del mondo in cui si parlava di esportazione dei valori occidentali. 

Ma le guerre che mi hanno riguardato più da vicino e che forse hanno riguardato anche molti di voi sono guerre invisibili che combattiamo tutti i giorni. C’è la guerra contro la violenza di genere. Il Regno del terrore imposto dal padre padrone in casa. Sono quei momenti in cui metti l’indice sulle labbra per incutere silenzio quando il maschio parla. Il momento in cui ricopri la testa con le coperte sperando che lui non capisca che sei ancora sveglia. Il momento in cui fai finta di dormire quando lui ti tocca e speri che finisca in fretta.

Sono i momenti in cui non dormi la notte perché lui deve sfogarsi e ti lancia di tutto addosso. E poi ti colpisce ovunque con pugni e calci lasciando tracce e lividi dappertutto sul tuo corpo. Sono i momenti in cui cammini per strada e hai paura che qualcuno ti segua e ti bracchi e poi ti catturi per fare di te quello che vuole. 

Una delle cose gravi che accadono in guerra è il continuo ripetersi di violenze contro le donne da parte di soldati che da qualunque parte vengano esportano non solo la cosiddetta democrazia o le idee del potere che rappresentano ma anche il maschilismo e la misoginia che è tipica ancor di più in contesti militarizzati.

Le donne vivono la guerra ogni volta che vedono militari in piazza a schedarle o bloccarle quando tentiamo di fare una manifestazione per rivendicare i nostri diritti. Le donne anzi tutte le persone hanno vissuto un momento di guerra, di sospensione di diritti quando eravamo a Genova nel 2001.

La guerra delle donne contro la violenza di genere non finisce mai, avviene ogni giorno in tutte le case, in ogni famiglia. La guerra delle donne migranti è sempre in atto, mentre tentano di attraversare Il Mediterraneo arrivando fino a noi e nel frattempo vengono catturate incarcerate in Libia e stuprate 1000 volte per poi essere consegnate a trafficanti che fanno di loro quello che vogliono. Quelle donne vengono qui ad affrontare ancora una guerra che è quella contro i pregiudizi, contro il razzismo, contro tutte le persone che le ricattano per un permesso di soggiorno, contro quelle che le molestano sessualmente in cambio di un lavoro. 

L’altra guerra che mi ricordo riguarda la mia Sicilia. Negli anni 80 nella zona in cui vivevo c’era una faida tra una cosca chiamata stidda e cosa nostra. In quel periodo era in vigore il coprifuoco. Non potevamo letteralmente uscire di casa. Quando lo facevamo i proiettili volavano da tutte le parti e colpivano chiunque. Assieme ai criminali che si ammazzavano tra di loro sono state uccise tante persone che con quelle faccende non c’entravano nulla, inclusi i bambini. Vivere in quel clima di guerra era come attendere di consegnarsi al potere vincente pur di ottenere un po’ di pace. E non c’era nessuna Onu da convocare affinché smettessero. Non c’era nessuna forza di pace che ci assisteva mentre i cadaveri venivano raccolti per strada. Nessuno ci garantiva libertà e sicurezza dato che era anche il periodo in cui poco ci si poteva fidare delle forze dell’ordine. La guerra che io ricordo ha fatto tante vittime inclusa quella di Peppino Impastato, di Pippo Fava, di tanti giornalisti coraggiosi e poi di tante persone che tentavano di fare giustizia e che venivano tradite soprattutto dall’interno. 

La guerra che io ricordo è quella delle stragi mafiose, per le quali mai in realtà è stata fatta totalmente chiarezza. Ho vissuto guardando i detriti delle esplosioni delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Ho vissuto vedendo una Palermo totalmente militarizzata non già per difendere i cittadini dalla minaccia delle stragi ma per difendere i potenti dai cittadini incazzati che accorrevano da tutte le parti per raggiungere i funerali di Stato. 

Durante le guerre di mafia abbiamo vissuto sapendo che dall’esito di quelle guerre sarebbe dipesa l’erogazione dell’acqua per esempio. Perché c’era chi aveva il potere di aprire i rubinetti o meno e noi sapevamo di dover attendere 15, 20 a volte 30 giorni per ricevere l’acqua corrente. E immaginate cosa sia dover mantenere l’igiene per una donna con le mestruazioni o una madre con i propri figli.

Durante le guerre di mafia sapevamo in che modo veniva fornito il territorio demaniale, un’enorme area boschiva, che poi diventava improvvisamente una base Nato. In quelle guerre sapevamo che c’era un legame oscuro tra servizi segreti deviati, destra fascista e mafia per il mantenimento di un potere economico sull’isola e su altri vari territori. 

Non so cosa sia una guerra in cui si viene bombardati dall’alto, o in cui si viene asfissiati da gas tossici, ma so cos’è una guerra fatta di appalti pubblici assegnati a imprese mafiose che risparmiano sui materiali per poi assistere al crollo degli edifici che hanno costruito. So cosa significa contare le vittime degli intrallazzi di potenti e mafiosi. E per tornare al tema in origine so cosa vuol dire contare le vittime della guerra che il potere maschilista continua a fare contro chiunque non la pensi come loro. La cultura che c’è all’origine di quella guerra non viene messa in discussione perché è molto più semplice parlare delle guerre altrove che non parlare di quella che c’è in casa propria. La nostra guerra avviene in ogni casa in cui una ragazza, una donna, si ribella al potere patriarcale. Fintanto che non avrò gambe e forza per poter aiutare le combattenti di altri luoghi mi occuperò di questa guerra e tenterò di dar voce alle sue vittime. 

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