
Appunti per la mia autobiografia.
Questa ero io da bambina durante la solitaria celebrazione di un mio compleanno. Le foto degli anni successivi sono pressoché simili. Salvo la foto in cui compivo 18 anni perché fui autorizzata a invitare tre compagni di scuola, due ragazze e un ragazzo, con cui studiavo abitualmente, tutte le altre foto raffigurano me e solo me con una enorme torta davanti e a volte qualche comparsa familiare al mio fianco. Non ricordo di aver mai avuto un’espressione felice in quelle occasioni. Sembrava solo che volessero mi mettessi in posa. Dalla grandezza della torta si capisce che una delle maniere per colmare tante lacune in famiglia era quella di invitarmi a mangiare. Mangiare di tutto e fino all’ultimo cucchiaio o forchetta. Il cibo è sempre stato in famiglia il mezzo attraverso il quale colmare vuoti affettivi e tappare la bocca quando stavi avanzando delle critiche. Zitta e mangia era il monito normalmente ricevuto a tavola. In altre foto, dalla tenera età fin circa alla pre-adolescenza, si vede me assieme agli altri figli in una posa innaturale quando c’era da ricordare il momento in cui stavamo indossando un vestitino o un cappotto nuovo.
Siamo sempre tutti in fila senza sorridere, con uno sguardo timido per mantenere quella parte che mio padre amava farci recitare. Quella della famiglia felice con figli che avevano tutto. In realtà il punto non era quel che ci mancava in termini materiali, perché pur vivendo in maniera modesta, certo migliore di molte altre persone, quello che ci mancava era l’armonia, l’allegria, la possibilità di ridere e scherzare e divertirci in famiglia. L’aspetto che ci contraddistingueva era il provare una costante paura della reazione che avrebbe avuto mio padre in qualunque circostanza. Sia che si parlasse del rifiuto di mangiare un pasto intero o semplicemente di accettare come vere le parole dette da mio padre il pranzo finiva con uno schiaffo dato ad uno dei figli, più spesso a me, o con l’inseguimento attorno al tavolo nel tentativo di completare la punizione.
In un caso ricordo la reazione violenta di mia madre che mi vide stringere le gambe mentre esercitavo sensazioni sessuali da bambina e lei non solo mi picchiò ma disse che dovevo vergognarmi e che mai più avrei dovuto fare qualcosa del genere. Credo avessi pressappoco tre o quattro anni. In un’altra occasione mia madre fu violenta in termini fisici quando mi lanciò in testa una bacinella enorme, che tra l’altro si ruppe, in una delle sue crisi nervose che normalmente nascondeva a mio padre. Perché era vero che lei si occupava di tutto ma era anche vero che non era affatto felice di farlo e di questa sua infelicità i figli ne facevano le spese.
In altre mie immagini della mia infanzia io sono sempre in posa su richiesta di mio padre senza mai riuscire a sorridere. Si diceva di me che io fossi una bambina molto timida e introversa. Era vero che arrossivo spessissimo ma il mio essere introversa era dovuto al fatto di non sapere mai come comportarmi di fronte agli adulti. Da bambina mio padre mi portava spesso in piazza con sé nei suoi giri con strette ossequiose di mani dei colleghi. Lo faceva per vantarsi del mio aspetto considerato più gradevole rispetto a quello di altre bambine. Una bambina chiara con grandi occhi azzurri e capelli biondo rossicci era davvero una rarità a quei tempi e in quel luogo. Di questo era molto gelosa mia sorella che prima della mia nascita seguiva mio padre dappertutto. Lei era gelosa al punto da tentare di farmi del male in vari modi.
Mi hanno raccontato che quando ancora non camminavo, quindi non avevo compiuto neanche un anno, mi coprì completamente di fogli di giornale per impedirmi di respirare. Pensava fosse un gioco ma era maliziosa nel compierlo. Una volta dovevamo portare dal pianterreno fino alla stanza superiore in cucina una cassetta di arance, lei tirava e io spingevo, ad un certo punto lasciò la presa e io caddi sul gradino rompendomi il mento che ancora riporta la cicatrice di quell’evento. In altre situazioni ricordo che mia madre mi affidava a mia sorella mentre svolgeva mansioni domestiche e alla fine io riportavo sempre grossi lividi per gli schiaffi che ricevevo da lei. Ciò per dire che la violenza era un linguaggio comune in casa. E il resto del tempo dovevamo stare a sentire mia madre che ci invitava a evitare di rispondere o produrre qualunque provocazione nei confronti di mio padre.

Sono cresciuta da brava bambina che è stata accompagnata dal padre all’altare per la prima comunione e dopo quell’età io cominciai a manifestare segni di grave insofferenza a quell’educazione violenta e coercitiva. Non mi piaceva più lucidare i pavimenti di casa, non mi piaceva obbedire senza capire il perché delle cose, rubavo libri dappertutto per tentare di conoscere il mondo fuori da me e per tentare di capire se ci fosse una via d’uscita che mi portasse altrove, in una situazione più felice che mi assomigliasse di più.
Durante le scuole medie una volta mi trattenni con un compagno di scuola per andare alle giostre che erano parcheggiate proprio lì vicino, e mio padre a quel punto venne a prendermi a calci davanti a tutti e mi fece sbattere la testa contro un palo grossissimo facendomi sanguinare il naso per darmi una lezione. Sempre in quel periodo accadde che degli operai dovettero restaurare parte del garage e tra essi ce n’era uno che mi guardava con insistenza. Io ero solita sedermi sul balcone a leggere e questo ragazzo dal basso continuava a guardarmi. Non volendo dire nulla a lui mio padre decise allora di ridimensionarmi ai suoi occhi ricordandomi a voce alta di tagliare le unghie dei piedi.
Non avrebbe potuto dirmi nulla di più imbarazzante. Così mi costrinse a rientrare e chiudermi in casa fino alla fine dei lavori. Mio padre manifestava una profonda gelosia e si comportava da padre padrone mentre mortificava mia sorella dicendole che di lei, ammalata, non si sarebbe dovuto preoccupare. In questo modo non solo acuiva la gelosia che mia sorella aveva nei miei confronti ma condannava me ad essere soggetta ad un controllo totale della mia vita privata. Ricordo che ero alle prime cotte e mio padre mi umiliava spesso dicendomi che avevo delle brutte gambe e perciò avrei dovuto coprirle. Non ricordo infatti di aver messo una minigonna fintanto che non ebbi compiuto circa il venticinquesimo anno di età.
Il rapporto di amore e odio che mi legava a mio padre ha influenzato fortemente molte delle mie scelte. Da un lato lui mi impediva di essere me stessa e dall’altro sembrava apprezzare la mia capacità di scrivere e leggere fin dalla tenera età. Da un lato lui cominciò a comprarmi libri e dall’altro evitava che io mi muovessi troppo da casa. Era geloso al punto da impedirmi di frequentare un istituto superiore che mi avrebbe costretto a fare la pendolare tra un paesino e l’altro. Tutto quel che voleva era che frequentassi le magistrali e diventassi al massimo una maestra elementare. Tutto ciò che io volevo fare era diventare una scrittrice e una giornalista. Ma lui non soddisfò nessun’altra mia richiesta creativa.
Gli chiesi di frequentare un corso di pianoforte e non lo ritenne importante. Gli chiesi di frequentare un corso di ballo, perché amavo ballare, e non potei accedervi se non quando fu troppo tardi e soltanto per hobby e a mie spese. Il mio destino era sempre stato segnato. Dovevo essere la donnina di casa, al massimo devota maestra elementare, assente per lavoro fino alle 14 e poi subito di ritorno per badare a marito e figli. Mia madre d’altro canto preparava per me il corredo che poi mi avrebbe consegnato quando mi obbligò al matrimonio riparatore con l’uomo che mi aveva messa incinta. In tutto quel tempo io ricordo dettagli coerenti in tutte le circostanze. Spegni la luce, era l’ordine impartito quando stavo leggendo un libro. Spegni la luce, quando volevo finire di scrivere un racconto. Smetti di restare sveglia la notte, quando il mio ex coniuge pretendeva che io respirassi accanto a lui pur non dormendo. La mia famiglia trascurava le lettere e i quaderni da me scritti, gettandoli ovunque, non avendone mai cura, è il mio ex coniuge finì con lo strappare e bruciare tutti i quaderni, i diari e i libri che mi ero portata dietro mentre abitavo con lui per cancellare me..
Nella mia mente io sono perciò rimasta quella bambina con gli occhi aperti curiosi sul mondo, incapace di ridere, al più sorridere Infelicemente, i cui sogni venivano regolarmente interrotti, le cui speranze venivano castrate, le cui azioni venivano punite. Una bambina obbediente che avrebbe fatto di tutto per essere amata dalla sua famiglia e che si è trovata a dover fare di tutto per tentare di trovare un po’ di se stessa prendendo atto del fatto che la famiglia l’aveva abbandonata.
Alla prossima fotografia e ai prossimi ricordi.
Eretica Antonella
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