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Cronache postpsichiatriche: il dolore, il lutto, la separazione

In questi giorni ho perso di vista le mie priorità. Il mio quasi ex coniuge mi ha confessato di essere stato con un’altra appena prima e forse (perché è ambiguo su questo) anche dopo il mio tentato suicidio. Mentre mi diceva di volere il divorzio e si autoproclamava vittima per aver vissuto per anni accanto ad una malata di depressione, agorafobica, incapace di comunicare e con la libido a zero. “Sono tre anni che non facciamo sesso…” e l’ha ripetuto per dirmi che devo capire e per dirmi che la sua richiesta di divorzio è giusta, è giustificata. Come se volesse che io riconoscessi la sua nobiltà, il suo onore, come se dovessi assolverlo per liberarlo da eventuali sensi di colpa. Perché sa che quello che dice non è esattamente corretto e che per quanto io possa comprendere la sua stanchezza, perfino la sua sete di relazioni sessuali, in ogni caso stiamo insieme da due decenni, io ho investito su una vita con lui, immaginando di invecchiare con lui, pensando che avrebbe compreso le mie difficoltà. Ed è così, dice che comprende ma non vuole più stare con me, non c’è amore, tenerezza, non una carezza, solo la voglia di liberarsi di questo peso per andare avanti con la sua vita.

Non posso essere io ad assolverlo, non sono io che devo togliergli i sensi di colpa. Non sono io che devo farlo stare meglio per le sue decisioni mentre sono disperata e completamente inerme e senza forza di ricominciare. Si assumerà la responsabilità della sua scelta con se stesso. Il punto è che continua a dire che mi vuole bene e ci credo e che mi vuole aiutare, giusto un pochino, tipo un anno, a rialzarmi in piedi. E così abbiamo messo a posto la stanzetta per me mentre lui continua a dormire nella camera accanto. E dovrei vederlo e parlargli tutti i giorni, accettare la sua assistenza sentendomi ancora più umiliata, di peso, mortificata per il fatto di non sapere dove andare, di dover accettare la sua bontà, la stanzetta e mentre mi organizzo a cucinare o pulire casa per guadagnarmi l’alloggio e il vitto e l’assistenza, sapendo che nulla di quello che lui potrà fare per me sarà dovuto. Niente. E nel frattempo dovrei anche provare a concentrarmi su di me, la terapia farmacologica che non funziona e che mi fa stare peggio e non mi fa dormire, i muscoli che non obbediscono ai miei ordini e quindi non funzionano come dovrebbero. Mi sento vecchia, stanca, brutta, indesiderabile, sostituibile, abbandonata, in lutto e devo anche combattere con la depressione che esisteva prima di dover immaginare la mia vita da sola, disoccupata, povera, senza un tetto e senza un futuro. O almeno ora non riesco a vederne uno. Ogni tanto mi pare di scorgere qualcosa ma gli alti e bassi mi fanno stare malissimo e perdo fiducia in me, nei miei propositi, mi considero niente. Mi sento zero.

Non è colpa di nessuno, le separazioni avvengono, l’amore finisce, e questo è quello che razionalmente so da sempre e se non fossi così dipendente da lui avrei sbattuto la porta e me ne sarei già andata, conservando un pizzico di orgoglio invece di apparire una patetica signora priva di risorse che ha bisogno di un bastone per camminare. Contavo sul fatto di avere qualcuno al mio fianco e ora so che non c’è. E devo rimangiarmi l’orgoglio, dormire nella stessa casa (perciò devo andarmene presto), nel letto approntato in emergenza, mangiare la sua spesa, pagare i farmaci con i suoi soldi, e scrivere anche questo post con la connessione internet che lui paga. Se fosse successo quindici, dieci anni fa, quando la depressione era agli inizi o non si era manifestata, sarei corsa lontano, andata all’estero a cercare lavoro e fare la cameriera ovunque. Oggi non ce la faccio neppure a lavare i pavimenti senza avere il fiatone e sentire i muscoli che si ribellano. Cosa ho fatto a me stessa? Perché sono stata tanto codarda? Perché non ho pensato a questa eventualità?

Eppure ho provato negli anni a rendermi economicamente indipendente, ho cercato lavoro fino a quando non sono stata più in grado di alzarmi dal letto e ho scoperto prima di soffrire di disturbi alimentari e poi di depressione maggiore. Poi non sono stata più in grado di uscire di casa. Di rispondere al telefono. Di comunicare a qualunque livello salvo online, a volte, cercando di mantenere viva almeno una parte di me, organizzando il blog e la pagina, tentando di dare una mano a tutte le persone che chiedevano spazio e aiuto, mentre non riuscivo a dare una mano a me stessa. Negli ultimi tempi mi sono assentata dalla pagina spesso e a lungo. Quando mi risvegliavo cercavo di esserci e poi sparivo di nuovo, lasciando sole le persone che contavano su di me, le amiche a cui non riuscivo neppure a spiegare il perché dei miei silenzi perché mi vergognavo.

Finché un bel giorno non ho scritto sulla pagina della mia depressione e del tentato suicidio. Non vergognandomene più. Avrei dovuto dirlo prima, avrei dovuto mostrare più coraggio, avrei dovuto chiedere scusa mille volte alle persone che si preoccupavano per me e alle quali non dicevo niente.

Oggi è così, riesco a scrivere perché sono riuscita a dormire stanotte. E ho cucinato, pulito casa del mio ex, per guadagnarmi vitto e alloggio. Domani vorrei tanto partecipare alla manifestazione dell’otto marzo. Non so se le gambe mi porteranno fin lì. Ma ricomincerò a scrivere il mio libro autobiografico e a pubblicare le vostre storie, perché crescete e gioite e piangete con me da anni e non mi avete abbandonato neppure ora che sapete quanto io sia incasinata, umana, imperfetta, per niente corrispondente ad uno status di femminista intellettuale realizzata (forse così volevo apparire per proteggermi, per non mostrare la mia grande vulnerabilità, per il terrore di essere ferita da chi spesso e online gioisce delle disgrazie altrui). E io non abbandonerò voi, finchè connessione me lo permetterà.

Buon Otto Marzo anche a voi.

Eretica Antonella

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