Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: la solitudine della suicida

Voglio raccontarvi come è andata per filo e per segno perché mi pare terapeutico, per me. Avevo programmato di prendere una riserva di pillole che tenevo di scorta per le belle occasioni e quella era una ottima occasione. Ne ho fatto un frappè al cioccolato ma il gusto di amaro non si toglieva neppure se aggiungevo chili di zucchero. Alla fine ho rischiato di crepare di diabete e non per il resto. In ogni caso scopo raggiunto. Avevo preso la dose intermedia per dormire per sempre.

Mi piazzo a letto e non mi ricordo nient’altro. Mi sono svegliata con il catetere, su un lettino mobile, mentre qualcuno diceva libera libera a cavalcioni e mi schiacciava dappertutto. E io urlavo “sa che sono una giornalista indipendente?”. E Dio sa che cazzo significava quella frase buttata lì per caso. A che mi servivano le credenziali con una che mi spremeva le costole. Comunque sia poi ho ridimensionato il mio ego perché mi hanno detto di avermi raccattata per terra piena di vomito e piscio e non deve essere stato un bello spettacolo, proprio no. Sappiatelo: se si tenta il suicidio non ci si fa mai una gran figura. Si finisce per apparire una chiavica di donna, lo schifo dello schifo. Perché anche l’occhio vuole la sua parte, giusto?

Mi trasferiscono, dopo la rianimazione, in un letto con le sbarre ma non so come io riesco a superarle e continuo a dire che sono una giornalista indipendente, lo affermo in presenza di quello che mi aveva appena tolto il catetere. Pare che ragiona, dicono tra loro, e io sento voci, non LE voci, ma voci di persone che parlano attorno a me e mi prendono in giro. A ragione direi. Dovevo essere buffa. Sono seminuda, il passo deciso e mi reco in quello che penso sia il bagno ma non centro la tazza. Quando mi abbasso cado di schianto massacrandomi il coccige sul bidet. E sento l’infermiera che fa “mi sembrava sveglia…non pensavo che sbagliasse buco“. Quindi mi porto dietro questo livido dolorante per una settimana senza ricordare bene perché. Ma voi dovete sapere una cosa di me ed è che io anche se dormo parlo e dico frasi di senso compiuto, faccio proprio un discorso. Tante volte ho lasciato le amiche con domande in sospeso perché sembrava stessimo parlando e invece ad un certo punto la mia voce si incartava su se stessa e non c’era più niente da dire. Non fidatevi di quello che dico mentre dormo perché non sono io ma la me che sogna di dire delle cose.

Poi mi raccontano dell’orribile caduta e mi sveglio trovandomi le braccia piene di lividi fatte mentre tentavano di raccogliermi non solo in quella occasione ma anche quando avevano deciso, coraggiosissime, di farmi la doccia per togliermi via lo schifo. Anche lì un crollo, la mia dichiarazione sulla mia “puach!” prestigiosa carriera e non so come sono riusciti a trascinarmi a letto. Quando mi sono svegliata, dopo vari giorni c’era la psichiatra che mi dice “allora, sappiamo che è una giornalista e che ha un blog su Il Fatto Quotidiano… non parli male di noi, va bene?”.

Dio che umiliazione, che mortificazione. Abbasso la testa come si fa quando la mamma ti sgrida e tu hai tre anni e vedo sogghignare le infermiere che si devono essere divertite, oltre che stancate molto nel frattempo. Una cosa era cambiata: le emozioni, il dolore, la disperazione, non c’erano. Che ne avete fatto, chiedo. E poi vedo che stanno succhiano via la mia anima attraverso le flebo piene di sedativi. Sono calma, non sono disperata, il dolore non c’è e per me che scrivo sentendo pienamente quello che provo è una specie di amputazione. Mi hanno amputato il cervello. Mi stanno amputando il cervello anche adesso ma meglio un’amputazione che tutto quel dolore, credetemi. Fintanto che resisterò e vorrò vedere come ci si sente di nuovo a essere inondati da tutte le emozioni di cui mi privano i farmaci.

Io scrivo e scrivo ciò che sento e se non sento allora cosa posso scrivere? Questo è il punto. Mi restano emozioni residue e allora dovrei lavorare su quelle. Mi restano i ricordi, se li ho. Mi resta poco perché il mio cervello, per come lo ricordo io è sempre stato affollato di pensieri. E’ sempre stato caotico ma avevo imparato a gestirlo. Solo che la psichiatra non è d’accordo. Cosa devo fare: tenermi l’anima amputata o scrivere tutto quello che mi passa per la testa in modo tendenzialmente caotico, disorganizzato (per gli altri)? Cosa devo fare?

Eretica Antonella

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3 pensieri su “Cronache postpsichiatriche: la solitudine della suicida”

  1. Ho messo il “mi piace” anche se sono profondamente dispiaciuto di quello che ti è accaduto. Ho letto anche la tua cronaca su FB e sì, sono convinto che stai vivendo un periodo tremendo. Non dico altro perché non ti conosco e non voglio dire ovvietà o banalità.

  2. Non so se ti arriverà questo commento. Io ci ho provato diverse volte e prima o poi l’azzeccherò. Qualche settimana (o mese) fa ho letto anche un tuo post di sfogo, di dolore pienissimo e incolmabile. Ti ho invidiata. Ti ho invidiata. Ti ho invidiata perché avevi ancora la forza di dire qualcosa, di dire “sto male”, di chiedere aiuto, di non arrenderti al dolore e tentare di impacchettarlo e buttarlo via. Io questa forza non ce l’ho più. Non mi interessa, sono vinta dalal vita, dal dolore e dalla rassegnazione.
    Allora io non so cosa devi fare, ma quando lo devi fare. ORA. Qualunque cosa tu faccia, falla finché hai la forza, perché arriverà un momento, senza che tu te ne accorga, in cui non potrai più fare niente, neanche dormore per sempre.
    Io vorrei avere qualcosa di meglio da offrirti di una vita buttata, come la mia, ma non ce l’ho. Non voglio che tu butti la tua.

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