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Cronache postpsichiatriche: isolare le voci è l’arma dei tiranni

Invece bisogna parlarne e parlarne molto. Collettivizzare le lotte è da sempre una strategia vincente. Perché non dovrebbe esserlo anche in questo caso? Perché sono i pazzi a chiederlo? Quelli che si vergognano a esporsi dicendo anonimamente di aver fatto terapia senza dire perché e con che conclusioni? La salute mentale è un fatto legato a milioni di altre situazioni che riguardano tutti.

I pazzi non diventano pazzi a caso, checché ne dicano gli scienziati noi sappiamo che la precarietà, l’essere senza soldi né casa, né futuro porta ad estreme conseguenze. Così come la violenza di genere. Quella violenza terrificante che ti porta a fare violenza ad altre persone, pensando di essere nel giusto o a farla a te stessa. Quante sono le donne cresciute in un contesto malato che odiano altre donne al punto da volere per loro una fine terribile. Quante sono le donne che sogghignano sulla sfortuna delle altre donne. E poi si dicono femministe, solidali. Quante sono le donne che picchiate poi picchiano o che massacrate si massacrano. E quante sono quelle che non hanno la forza di risollevarsi a meno di non calpestare un’altra persona. I meccanismi della violenza producono una serie infinita di cicli di perfidia senza fine. Poi c’è la violenza che ti consuma lentamente e ti rende fragile, non incapace, perché devi saperlo: non è colpa tua, non lo è mai. Anche se c’è chi si diverte a fartelo credere. Anche se c’è chi si vanta di essere uscito indenne da una violenza senza scassare le palle al mondo, ebbene io scasso le palle al mondo perché di queste cose bisogna parlare perché cambino. La violenza, i suoi effetti, non sono fallimenti della vittima. Chi afferma che è stata la vittima a non essere in grado di risollevarsi evidentemente sta rivittimizzando ed è una persona misogina e maschilista, dalla parte di chi fa violenza e non dalla parte delle vittime.

In questo mio piccolo blog ho dato voce a migliaia di vittime affinché fosse certo che loro sapessero che non è mai colpa loro. E che risollevarsi dall’essere vittima non è mai facile. Si fallisce, non è facile trovare lavoro, non è facile avere a che fare con il mondo, perché sul curriculum non puoi scrivere “scusi il mio ex mi ha legata e sodomizzata contro la mia volontà”. Perché tutte queste cose pare debba pagarle solo la vittima, per proprio conto e mai come voce sociale. Nessuno ti dice che puoi rivendicare un ruolo come vittima salvo che per marciarci insieme nelle manifestazioni per le campagne elettorali del deputato tizio o della senatrice caia. Nessuno dice che la violenza di genere lascia sulle vittime una rabbia che non può essere sedata. Non potete darci sedativi per dimenticare quello che ci è stato fatto perché noi non dimentichiamo. Non possiamo dimenticare tutto il maschilismo subito, la misoginia ingoiata, le botte ricevute, i tentati omicidi, gli stupri. Per noi tutto è più difficile. Quindi se capita che un giorni ti blocchi, come è capitato a me, e non sei più in grado di alzarti dal divano qualcuno dovrebbe spiegarsi il perché. La depressione è l’incapacità di reazione dopo averle tentate tutte. E’ l’impossibilità di ricevere brutte notizie l’una dietro l’altra, è chiudere il mondo fuori, bello o brutto che sia, perché non vuoi sentire e non vuoi sapere più niente. La depressione è morte. Non lo sei fisicamente perché mangi, pisci, e dormi talvolta ma sei morta. Per me che ero abituata a lottare smettere di farlo voleva dire questo e per anni mi hanno imbottita di farmaci per sedare il dolore, troppo dolore, tutto il dolore e i traumi del mondo che non riuscivo a dimenticare e riemergevano la notte mentre urlavo nel sonno, mentre litigavo nel sonno. A chi frega qual è la qualità della vita di una vittima di violenza in special modo se quella vittima è sempre cresciuta e vissuta in un sistema patriarcale dove l’omertà ha protetto il padre padrone, la madre complice e fratelli che sono diventati perfidi per sopravviversi l’un l’altro.

Sapete qual era il mio luogo di pace nella mia infanzia e adolescenza? La tomba di mia nonna. Facevo chilometri, mi sedevo su quella lastra di marmo e scrivevo. Era il mio luogo di riposo. Dove potevo respirare. L’unica parente morta che non mi avrebbe rotto le scatole. Perché da viva eccome se le rompeva. Ma era lì che cercavo tranquillità e quindi ero la pazza che restava ore e ore seduta su una tomba a scrivere diari e poesie. A volte vorrei tornare a quei momenti in cui la sovraesposizione non era così alta e in cui bastava rifugiarsi in un cimitero per poter stare in pace per un po’. Ma non si può.

Invece bisogna farsi forza e combattere. Dopo essere stata bistrattata in psichiatria, dalla psichiatra che sostiene che la psicoterapia è solo consolatoria e che è tutta questione di volontà. Dopo che lei mi ha detto che sono arrabbiata e che non va bene essere arrabbiata. Come mi permetto, io, che ho tentato il suicidio, senza riuscirci, essere arrabbiata? E come se tutti pensino che essere depressa e vulnerabile vuol dire essere debole e indifesa. Ma non è così. Se so che mi fai violenza io mi arrabbio. Se so che sei un maschilista io ti faccio a pezzi. Se so che stai portando me, lentamente al suicidio tu sei un assassino. Perché c’è un assassino per ogni suicidio. Troppo faticoso indagare le cause o prevenirle, vero? Cominciamo con il pensare che una persona depressa e arrabbiata non va sedata ma va fatta parlare. Deve urlare la rabbia che ha accumulato e spiegare cosa e chi l’ha portata al suicidio. Perché gli istigatori e le istigatrici sono tanti e sappiate che prima che questa autobiografia sarà conclusa di quelli che mi hanno condotto ad una solitudine estrema ne conoscerete i tratti, i profili e le cattiverie. Di tutti. E non c’è sedativo che tenga che mi faccia dimenticare.

Eretica Antonella

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1 pensiero su “Cronache postpsichiatriche: isolare le voci è l’arma dei tiranni”

  1. Non esiste il concetto: “non va bene essere arrabbiati”.
    Primo, perché è bene che uno sfoghi la sua rabbia, se ce l’ha, tanto più se legittima.
    Secondo, ogni paziente, ogni persona va trattata in maniera diversa. Non esistono soluzioni valide per tutti, che funzionino ugualmente per tutti.
    Per cui quella psichiatra non si può permettere di dare questa regola (che trovo assurda) che non si può essere arrabbiati.

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