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Cronache postpsichiatriche: il papà orco, la mamma complice

Stanotte mentre ripensavo ai giorni passati in psichiatria, mi giravo e rigiravo nel nuovo letto per prendere sonno e mi è tornata in mente una faccenda della mia infanzia o adolescenza che mi ha fatto molto male. Ricordo mia madre che batteva forte la cinghia su un gradino delle scale e che lanciava improperi su di me e tutta questa messa in scena era ad uso e consumo del patriarca di famiglia, mio padre, per evitare che lui mi desse quelle cinghiate vere. Mia madre sorrideva e mi invitava a prendere parte al gioco e allora io andavo giù di “ahi” e “che male” e “basta, ho capito non lo faccio più”. Sul momento fui grata a mia madre ma poi, crescendo mi resi conto che era il suo modo per lasciare tutto così, come stava, per fare in modo che non cambiasse nulla. Invece di lasciarlo e di portare in salvo noi figli lei partecipava al gioco dell’omertà, legittimava la fase punitiva e tutto ciò era morboso, malato, considerando che io temevo mio padre come nessun altro. Considerando che parlavamo di pericoli esterni quando il mio pericolo maggiore era dentro casa.

Lui era sicuramente pieno di problemi ma non avrebbe mai ammesso di avere qualche neurone inceppato. Era istrionico, narcisista, fuori un personaggio apprezzato, gentile, perfino servile e ossequioso e dentro casa un orco al cui arrivo bisognava spegnere radio, tv, farsi trovare tutti quanti in posizione per il pranzo e lui sceglieva quale dei figli avere vicino per poterlo punire se non finiva di mangiare ogni cosa. Poi c’era il suo riposino e noi dovevamo tacere, non respirare fino al suo risveglio e infine usciva a fare una passeggiata e a quel punto era come se potessimo recuperare un po’ di fiato. Quando io uscivo avevo degli orari rigidi. Tipo le sette di sera. Tornare alle 7 e 5 significava punizione certa e allora c’erano varie strategie: cinghiate, la porta chiusa, nessuno veniva ad aprire o botte da orbi. E io volevo solo fare quello che facevano tutte le adolescenti. Non mi drogavo, non bevevo, avevo trovato una radio privata in cui poter esercitarmi come dj perché pensavo al mio futuro come ad una cosa bella in cui la creatività avrebbe avuto un ruolo.

E’ strano dire che con mio padre ho ritrovato un filo di comunicazione e comprensione solo da adulta. Non l’ho perdonato per il suo controllo inflitto alla famiglia, anche economico, era lui che decideva e lui dava a mia madre l’elemosina per fare la spesa e si lamentava per l’aumento dei prezzi. Non l’ho perdonato ma l’ho trovato solo, nella sua follia, completamente solo e paranoico, con il pensiero che tutti volessero rubargli tutto quanto e non c’era niente da rubare. Una volta chiese perché mi ero fatta mettere incinta così presto e perchè avevo sposato un uomo violento. Lo chiedeva come se non sapesse, davvero. Gli ricordai che mi aveva cacciata di casa e che mamma mi obbligò a sposarlo e che quando il mio ex mi riempiva di lividi dovevo pensare ad evitare che mio padre si facesse trentanni di galera per vendetta. Poi gli ricordai che sono andata via con lui perchè era l’unico che mi aveva detto che mi amava e che volevo fuggire da un padre e da una situazione violenta. Mio padre rispose “ma che ti mancava”?

Sicurezza? Autostima? Il silenzio? Mio padre non faceva che urlarmi che ero una fallita e che tutte le compagne di scuola erano troie. Misogino e sessista quanto mai. Che mi mancava? Niente. Avevo tutti i traumi di cui avevo bisogno per diventare una donna piena di problemi. Che bisogno c’era di cercarmene altri? Che bisogno c’era di credere che un principe azzurro potesse salvarmi? Eppure dopo l’overdose di favole ci credevo. Un uomo ti ama e ti salva su una renault 5 turbo salvo tornare mezza morta al punto di partenza perchè il principe era un potenziale femminicida.

La lezione che ho imparato? Non credere al principe azzurro. Non ti salva nessuno. Se vuoi salvarti fallo da sola e non credere mai a chi ti dice che ti salverà perché vorrà qualcosa in cambio da te. Ecco perché l’autonomia e l’autodeterminazione per me sono così importanti. Ecco perché tornando indietro scapperei da sola, all’estero, a cercare lavoro, per trovare autonomia e basta.

Il resto alla prossima.

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Eretica Antonella

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