Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

La “depressa sobria” cerca lavoro (anche come “criminale”)

Ieri, mentre facevo la quinta uscita dopo anni di clausura volontaria per depressione, decido di guardare la cassetta della posta e trovo un avviso di giacenza per una roba definita “atto giudiziario”. Non potrò vedere il suddetto atto fino a che non sarà depositato alla posta e dunque l’ansia mi ha momentaneamente ucciso. Nella mia situazione qualunque cosa si conclude con un “un suicidio risolverebbe”. Ma non so di che si tratta, non ci si fascia la testa prima di romperla e chi mi consola dice che l’idea possibile di essere trattata da “criminale”, per una come me, non dovrebbe essere così angosciante. Non ho un curriculum per candidarmi alla partecipazione di attività criminali per guadagnare ma stamattina, dopo aver preso sonno con difficoltà ed essermi svegliata per un assurdo incubo (io che femministicamente parlavo di comprensione ad una madre che nel sonno mi avrebbe abbandonata da piccola), per prima cosa ho cercato su Google “come diventare una criminale”. Ovviamente google non rilascia simili informazioni e i link che si riferiscono a questo giurano vendetta contro il crimine ma la cosa mi ha fatto davvero ridere. E non ridevo così di gusto da non so quanto tempo. Per una persona normale come me, angosciata dalla depressione, con probabili debiti economici e relazionali, immobilizzata e invecchiata mentre perdevo l’abilità di fare cose tipo la cameriera (che ho fatto per un bel po’ prima della menopausa), con principi e ideali di chi mai vorrebbe fare danno ad altri, essere oggetto di qualunque cosa targata “atto giudiziario” può diventare spaventoso. Ma in fondo sono sopravvissuta a tante cose. Alle legnate di mio padre, alle violenze del mio lontanissimo ex coniuge, alle pressioni sociali di genere, alla precarietà economica di un’epoca in cui il lavoro a progetto era l’unica chance e la forza delle gambe e delle braccia l’unica risorsa per reggersi con tre lavori precari in un giorno. Che vuoi che sia essere considerata in qualunque modo una criminale?

Mi chiedevo se non fosse l’ora di passare al lato oscuro, ma più oscuro della cripta/prigione in cui mi sono rinchiusa claustrofobicamente per anni non trovo nulla di utile. Passare al lato oscuro per chi convive con la depressione buia. Un paradosso. Non sto delirando. Sto condividendo pensieri che stamattina mi hanno strappato un po’ di risate. L’autoironia è un tratto che potrei aver perso ma ricordo ancora quando nella mia Sicilia c’era chi cercava di redigere un curriculum adatto per una candidatura alla invisibile Mafia Spa. C’era davvero, eh, e ovviamente noi giusti e buoni, poveri in canna e orgogliosi di essere massacrati con una multa se solo sbagliavi di un millimetro nell’adesione di norme sociali, guardavamo chi si formava e autoaccreditava socialmente per trovare lavoro in ambienti utili a mafiosi e potenti dall’alto in basso.

Poi in Italia trovi controsensi di ogni tipo. Come targare in quanto criminale una donna? Per esempio: è difficile che uno stupratore sia riconosciuto tale senza che tu, vittima, passi le pene dell’inferno ma se una donna decide volontariamente di vendere prestazioni grazie all’uso del proprio corpo lo Stato ti considera alla stregua dei peggiori trafficanti. Se non sei trafficata è bene che tu sia considerata tale. Perciò in Italia, per esempio, una donna difficilmente può aprire un sito in cui vende contenuti a sfondo erotico, pornografia autoprodotta eccetera eccetera. O sei inserita in un sistema più grande e ti consegni a grandi network internazionali o hai a che fare con leggi italiane obsolete che ti perseguitano se osi mettere online il tuo numero di telefono per vendere un massaggio. Le donne trattate da adescatrici e i trafficanti invece protetti dall’omertà. Questo avviene quando non è legalizzato un settore che lascia le donne in mano al crimine senza possibilità di autogestirsi. Lo dico perché tra i possibili crimini che qualcuno diceva che potrei aver commesso c’è quello di aver parlato in Italia di sex working andando contro le furie di certe donne sedicenti femministe che di solidarietà nei confronti delle donne precarie per davvero non ne hanno mai espressa in generale.

Lo dico perché anche se ho 56 anni compiuti, i capelli più grigi e il corpo grasso con la pelle cadente, quando penso a come guadagnare qualche soldo al di là della scrittura, ché se non sei un Nobel non ci si campa, ho pensato di immaginarmi pornografica ed eroticamente depressa e forse in grado di vendere qualcosa come l’assistenza sessuale per altri depressi, se solo in Italia fosse legale e se non fossi troppo incasinata per poter fare pratica con un calo di libido che negli ultimi anni ha ucciso i miei orgasmi.

Ma a parte questo il punto è sempre che se perfino la psichiatra mi fa sentire una mantenuta “dallo Stato” se voglio fare richiesta di riconoscimento per invalidità (perché la depressione è invalidante) allora devo cercare un modo per guadagnare qualcosa al di là delle generose donazioni che amici e conoscenti solidali possono farmi. Ho pensato a cosa oggi potrei fare e dico che so produrre contenuti, so scrivere, potrei fare ricerche per lavori da redattrice web, copy writer, da ghost writer (dove si cerca lavoro in questo campo?), cose così, dato che non sono giornalista iscritta all’ordine, pur avendo fatto giornalismo indipendente per decenni, dato che non rispondo a requisiti che tante giovani donne in stato di precarietà oggi posseggono (lauree precise, conoscenze di lingue straniere, competenze di vario tipo). Se sommassi ciò che ho fatto e ciò che so fare direi che ho un curriculum di degno rispetto ma chi mi si piglia? Sinceramente negli ultimi anni ho cercato poco, mi sono indirizzata più verso lavori di “cura”, ma la concorrenza è tanta, io mi sento inadeguata, non so dare valore economico a quello che so fare e faccio, non ho compiuto i passi giusti per avere titoli che siano utili oggi. E anche per la creazione professionale di contenuti l’Italia è veramente fuori dal mondo e dal tempo. Leggi sul copyright anteguerra, iscrizione ad un Albo XY, richiesta di partita Iva e cose così per scrivere mille parole ad un prezzo qualunque.

Ve lo chiedo davvero perché non lo so o non lo so più: sono una donna, 56enne, depressa “sobria”. Come faccio a lavorare?

Un abbraccio a tutti/e

Eretica (Antonella)

2 pensieri su “La “depressa sobria” cerca lavoro (anche come “criminale”)”

  1. E’ indubbio che la cosa che sai fare meglio è scrivere. Se una rivista o un quotidiano “seri” ti notassero potresti scrivere quello di cui hai sempre parlato, o quello di cui vuoi parlare adesso, per lavoro, essendo pagata per un servizio sociale che apporti. Io ce li vedrei bene questi diari di depressione su una rivista…

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