Antisessismo, Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze

Senso di colpa, questione di genere e depressione (circa la depressa “sobria”)

Ancora un pezzetto di me dai miei appunti per la mia autobiografia.

Il senso di colpa ha sempre fatto parte della mia vita, fino ad oggi nel sentirmi un peso per chi mi volesse sostenere mentre affronto la depressione. Il modello femminile dominante in famiglia è sempre stato dedito alla cura, al martirio vissuto con orgoglio manifesto anche se con frustrazione e rabbia repressa. Moglie, madre, preoccupata della pulizia della propria casa prima che di rimettere a posto il disordine interiore. Ma cos’è l’interiorità in una donna che vive solo per i bisogni della famiglia? Lo chiedo sinceramente, senza sentirmi superiore in alcun modo ma sententomi da sempre attaccata e sminuita da chi costruisce e trasmette questa cultura.

Per ottenere riconoscimento dovevo cercare realizzazione personale adempiendo agli stessi doveri. Salvo sentirmi totalmente inadeguata nel tentare di interpretarli. Mia madre, all’alba, si svegliava per stirare le mutande. Io restavo sveglia la notte per scrivere racconti e pagine di diario. Lo studio, l’istruzione, in famiglia, erano visti come mezzo per elevare il proprio status sociale e non per cercare una autonomia economica o una realizzazione intima. I miei volevano che io diventassi maestra elementare, con diploma magistrale e tutto, e io leggevo letteratura e invidiavo Leopardi che a modo suo era pur riuscito a trascinare le proprie parole oltre l’isolata Recanati.

Ho sprecato anni interi della mia infanzia, adolescenza e oltre a lucidare i pavimenti e a spolverare i mobili rispondendo all’urlo della foresta genitoriale misto tra vittimismo della madre devota all’attività di inceratura dei pavimenti e sfoghi violenti di mio padre per richiamarmi all’ordine con il suo solito “aiuta tua madre!”. Io, figlia femmina, ero nata per quello. Per aiutare mia madre e poi per diventare a mia volta moglie e madre. Perciò la mia mamma fu felice di spendere soldi per un inutile corredo (che dopo decenni sta ancora lì perché inutilizzato) quando mi destinò al matrimonio riparatore con l’uomo che mi aveva messa incinta. Finalmente mi avrebbe spinta nella giusta direzione. Anche quando io dissi di non volerlo sposare perché mi picchiava frequentemente e temevo più lui che la solitudine di una maternità senza assistenza familiare. Lei mi insegnò “meglio divorziata che ragazza madre”. Poi alla mia pretesa di divorzio reagì malamente, quasi che io mi sottraessi ad un destino che pure mi aveva scelto e che lei vedeva come ovvio per me. Io ero ancora un’adolescente problematica, troppo incazzata di vedere le pagine dei miei diari strappate e bruciate dal mio sposo. In me c’era la colpa di non sapermi adeguare e “levare l’occasione”, come lei diceva spesso. E potrebbe sembrare che in casa lei fosse la cattiva ma in realtà obbediva ad un ruolo preciso che le era stato imposto e che mio padre esigeva per le donne che lo accompagnavano. Lui amava il fatto che io leggessi e scrivessi ma poi mi aggrediva e picchiava ad ogni mia espressione di autonomia. Lui si vantava di essere moderno ma era pur legato ai suoi padri e alla mentalità che lo sosteneva non rimproverandogli l’autoritarismo, la misoginia, la violenza domestica taciuta all’esterno, il maschilismo estremo.

Mi sono sempre sentita in colpa per non essere riuscita a corrispondere alle pretese materne e a quelle paterne. Mi sono sentita in colpa perché non interpretavo alla perfezione il modello imposto dalla società. Mi sentivo in colpa perché di quella mentalità ero impregnata e sebbene mi autoassolvessi in quanto vittima ero priva di strumenti per contrassegnarla come cultura nemica. In essa a volte mi riconoscevo e altre no, la combattevo ma me ne servivo. Come troppe donne sono abituate a fare per sopravvivere, a volte facendo male ad altre donne. Trovare il mio spazio nel mondo, in quelle circostanze, era difficile. Era molto più semplice, ad esempio, ottenere solidarietà partigiana familiare per le lotte contro la mafia che per le denunce contro la violenza domestica di cui ero stata vittima. In casa si parlava male dell’omertà mafiosa ma nulla si diceva contro l’omertà che proteggeva un padre violento, un marito violento, un sistema maschilista violento dedito alla colpevolizzazione delle donne che tentavano di sfuggire al suo controllo.

In casa il senso di colpa era anche strettamente legato alla precisa definizione dei bisogni meritevoli di legittimazione. L’urlo di una donna che partorisce è esagerazione (le donne partoriscono da sempre, che vuoi che sia), ma la disabilità riconosciuta di una donna diventa motivo di compatimento. Lei, la disabile, non potrà esigere cura per se stessa, non potrà provare le gioie del matrimonio e della maternità. Lei, “mischina”, poverina, la croce sulle spalle di un’altra donna che avrebbe trovato realizzazione e riconoscimento sociale nel martirio della cura della parente disabile. La malattia degna di essere definita tale, per cui puoi dirti malata senza sentirti inadeguata, strana, in colpa, è quella che proprio non hai potuto evitare. Anche se nella cultura popolare se a Lazzaro si poteva dire “alzati e cammina” alle donne piegate dal dolore e in temporaneo sciopero casalingo e disaffezione alla lucidatura dei pavimenti si poteva dire “è malata però… guarda come tiene la casa… e che ci vuole la mattina a fare due cose… anche per se stessa… no?”.

Figuriamoci essere immobilizzata dalla depressione. Di che parliamo? Che roba è? Si mangia? Così diceva il mio genitore interiore, rafforzato poi da un malinteso femminismo per cui se il corpo è mio e lo gestisco io come posso lasciarmi dominare da questa cosa informe? E se non riesco a dominarla e a determinare alcunché allora finisci per dover affidare il tuo corpo a chi ti dice, a volte, che la volontà può fare molto e che i farmaci ti aiuteranno a ritrovare il posto che ti spetta.

La persona che ha vissuto con me negli ultimi anni di depressione, pur avendo larga comprensione delle cose che penso e faccio, pur avendo tentato di aiutarmi a trovare una forma di autonomia, non deve aver capito il perché i farmaci comunque non mi riportassero all’attivismo domestico come pratica femminile principale. Se lui riesce a farsi il bucato e a rimettere in ordine perché mai il mio culo non si schiodava dal divano e mi sentivo bene, alla fine della giornata, solo se pensavo di aver scritto qualcosa di importante e significativo per me stessa e per gli altri? Se un uomo, pur intelligente, viene messo di fronte alla fatica del vivere quotidiano, alla precarietà legata alla necessità dei lavori che non ci piacciono, perché io, depressa, in cura, non dovrei sentirmi un peso, dunque costantemente in colpa, nei suoi confronti, tentando di ritagliarmi uno spazio attraverso attività espressive grazie alle quali non si mangia (con la scrittura non si campa, mi dicono)? Se proprio voglio scrivere allora almeno dovrei aspirare al Nobel, non per altro se non per il fatto che fa vendere ciò che scrivi. Se non vendi ciò che scrivi allora che razza di scrittrice sei. Smetti di sognare e torna ai “lavori” utili. Fai la badante, la donna delle pulizie (non che non ci abbia provato ma dopo aver fatto mille lavori in gioventù dopo la menopausa trovare lavoro non è così semplice). Fai qualunque cosa pur di guadagnare.

Depressa e piena di sensi di colpa, senza un posto nel mondo e senza la capacità di costruirmelo, cercarlo e trovarlo, accompagnata da una costante perdita di autostima, dedita all’autosabotaggio, incapace di portare a termine molte cose, fallimentare agli occhi della famiglia, fallimentare ai miei stessi occhi, sono diventata vulnerabile ma nascosta. Capace di dissimulare e sembrare una “depressa sobria”, come mi dissero a psichiatria (esiste forse la categoria della depressa ubriaca?). Sto lì a combattere contro i miei stessi pregiudizi che mi rendono troppo debole per pretendere di essere trattata con umanità, empatia e rispetto. Incapace di controbattere quando la psichiatra anni fa disse che ero intelligente e me la sarei cavata bene, basta volerlo per riuscirci, no?

In colpa in famiglia, in colpa nelle relazioni, in colpa rispetto alla mia stessa malattia. Troppo poco “malattia”, troppo stigmatizzata da quelli come mio padre che per le crisi adolescenziali, mentre reagivo alle botte che mi dava, mi chiamava “sangue pazzo”. In colpa sempre perché non corrispondo al modello di donna imposto né voglio essere aggiustata, normalizzata dai farmaci per corrispondervi in futuro. Quand’è che una come me è malata? Quand’è che non lo è? Quando posso vedere in me la depressione che mi rende incapace di tutto e quando invece posso vedere su di me la pressione di tutto quello che vorrebbe farmi provare passione per la lucidatura dei pavimenti, per l’ordine domestico, per la risoluzione in tempo reale di ogni segno di caos, anche se avrei dovuto spendere più tempo a cercare di coesistere con il mio caos invece che nasconderlo o spolverarlo superficialmente. Così la colpa, la questione di genere, la depressione, per me sono strettamente legate. Ed è questo un primo tentativo di contatto con questi pensieri che affollano la mia testa da tempo. Continuerò a scrivere questo mio diario lasciando altrove il senso di colpa e senza dover temere che qualcuno intervenga per bruciarlo, cancellarlo, per riportarmi a pensieri e azioni più ordinatamente corrispondenti alla cultura autoritaria che nessuno spazio lascia alle individualità anarchiche, ai cervelli poco inclini alla suggestione che ti fa annegare temendo di essere rimproverata da chi riveste ruoli riconosciuti. Ed è così che approccio questo momento. Ed è così che provo a descrivere il mio senso di colpa.

Grazie per aver letto fin qui e per il vostro supporto.

Eretica (Antonella)

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1 pensiero su “Senso di colpa, questione di genere e depressione (circa la depressa “sobria”)”

  1. Fai benissimo a collegare i tuoi malesseri odierni col patriarcato del passato e del presente. E’ proprio così che funziona.
    Hai scritto pagine poderose. Complimenti.
    La tua arma è la scrittura. Dovrai sempre usarla bene, perché, essendo un’arma, la si potrebbe usare anche per dire cose sbagliate, o retoriche.
    Forza!

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