Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze

Come sto? Appunti per autobiografia

Chi ha seguito sulla pagina facebook quello che di recente mi è successo ha contribuito ai miei progressi in molti modi. Mi ha dato volontà forza autodeterminazione per progettare, un passo alla volta, il mio difficile cammino di recupero dopo il tentato suicidio, la perdita di prospettive, l’assunzione di responsabilità nei confronti di chi ha con me condiviso le proprie storie da ascoltare. Non vi ringrazierò mai abbastanza per aver capito, aver dato una mano con disponibilità, supporto, doni economici e pensieri preziosi per me insperati. L’ultima cosa che vi ho detto è di voler appunto tentare di scrivere la mia storia da pubblicare compiutamente in un libro. Vi ringrazio per la disponilità per editing, grafiche, visibilità e condivisione. Per qualunque cosa vogliate dirmi scrivetemi sempre su abbattoimuri@gmail.com.

Volevo aggiornarvi sul fatto che ho aggiornato il blog con tasto sulle donazioni diverso da prima (paypal dopo i vostri recenti e numerosi doni praticamente mi ha sfanculato e dunque ho attivato un account Stripe che spero funzioni meglio). Qualunque consiglio su questo è ben accetto. Mi scuso in anticipo se nel riaggiornare il blog collegandolo a Stripe ho fatto qualche errore – non so se a voi risulterà qualche roba tipo pagamento obbligatorio o meno, se è così ditemi subito e cerco di provvedere perché mi ha sempre mortificato chiedere compensi per quello che scrivo/faccio nel mio attivismo politico, femminista, personale, eccetera. Tempo fa ho aggiunto il tasto Donate senza sperare alcunché e dopo che molte amiche me l’hanno suggerito e continuo ovviamente a dire e pensare che quanto condiviso su questo blog debba restare nostro, vostro, una risorsa gratuita per crescere insieme.

Volevo mettere giù qualche appunto per voi che mi volete bene e per me stessa. In questi giorni ho combattuto contro tante cose. La disperazione è diventata un po’ più accettabile, sebbene continui a crearmi vuoti e insonnie. La sto affrontando, con l’aiuto di altri/e e con una maggiore disponibilità da parte mia verso me stessa. Ho sempre pensato che ogni difficoltà dovesse costituire una risorsa, un motivo di rivendicazione. Dopo molto tempo sono riuscita a non vergognarmi di dirvi che soffro di depressione e che oggi mi sento persa. Non ho adoperato stigmi nei confronti di tante persone che con me hanno condiviso le proprie storie di disagio mentale e psicologico. L’ho fatto nei miei confronti. Mi sono vergognata di me stessa troppe volte. Ma essere femminista è anche questo. Raccontare di non vergognarsi del corpo e poi vergognarsi del proprio. Raccontare di rispetto e solidarietà e poi non avere rispetto e solidarietà verso se stesse. Una contraddizione a volte necessaria, fintanto che alimenta il nostro lento emergere ed emanciparci da tutti i modelli sociali e culturali che ci hanno sepolte vive e continuano con forza a spingerci in basso.

Col tempo ho accettato di essere imperfetta, fisicamente umana, senza voler nascondere i segni del tempo e della tristezza o dei fallimenti. I segni delle guerre che i nostri corpi conservano e che in troppi ci obbligano a nascondere o rimodellare per non offendere il senso estetico costruito su valori che non hanno rispetto per le nostre battaglie. Oggi comincio anche ad accettare il fatto che la propria vulnerabilità non può essere nascosta o si rimane in solitudine perenne, anche se non so se questo è il concetto che dovrei scegliere di associare a questo.

Comincio a ripensare che mi sono tanto sforzata di voler sembrare perfettamente realizzata e risolta da aver dimenticato che la paura di mostrarmi fallibile avrebbe potuto col tempo seppellirmi viva. Sono io che mi sono rinchiusa in una prigione dalla quale è difficile uscire. Io che mi sono rinchiusa in casa per vergogna di mostrare chi sono, quali debolezze non riesco ad affrontare, quanti problemi mi porto dietro. Io mi sono rinchiusa per paura di mostrare il mio culo grosso, il mio corpo fuori controllo, la mia inadeguatezza rispetto a tutto ciò che ha sempre determinato le mie azioni. Io non mi sono più riconosciuta in quel che ero, non so più chi sono e comincio a scoprire oggi che la mia storia di depressione è forse cominciata tanto tempo fa.

Mi sono ricordata del fatto che ho vissuto affrontando traumi ed emergenze fintanto che, proprio quando l’emergenza non costituiva il mio motivo di esistere e sopravvivere, la depressione mi ha sommersa. Negli ultimi anni ho assunto farmaci che mi hanno aiutata ad esistere ma anche ucciso la mia libido, mi hanno espropriata del diritto a sentire tutto il peso del corpo, mi hanno allontanata dalle emozioni infinite che prima – non so come – riuscivo a gestire. Il caos interiore è diventato difficile da nascondere attraverso una maschera funzionala alla sopravvivenza, così i farmaci l’hanno quasi cancellato. Niente caos, tutto splendente, una donna restituita alle funzioni sociali, pratiche e domestiche, anche se tutto ciò che nella vita ho fatto alla fine è stato perseguire la costruzione di una stanza tutta per me in cui poter scrivere perché scrivere per me è stato sempre necessario, utile. L’espressione di me attraverso le parole è diventata piatta sotto il controllo delle emozioni farmacologicamente limate, appiattite. Allora, anche se la psichiatra non sarebbe d’accordo e direbbe solo che la terapia non ha funzionato, quel caos mi ha comunque sommerso, è riemerso con la forza di uno tsunami. Ed io sono impreparata ad accoglierlo, non so cosa farne, sono spaventata, sono sfinita pensando alle difficoltà economiche, alla separazione in corso dal mio coniuge, alla costruzione di un futuro che non ho visto quando ho pensato che una dose massiccia di farmaci avrebbe potuto rimettere a dormire tutto quanto, me compresa, per sempre.

Ho conosciuto tante donne che ammiro e che combattono tutti i giorni, resistono nonostante tutto. E io sono qui a piangermi addosso pur non soffrendo ancora la fame o il freddo. Ma qual è la misura della sofferenza? Riconoscere e dire di essere depressa non significa ancora costruire una rivendicazione. Non so ancora fare della mia debolezza la mia forza. Non sono una di quelle donne che ammiro. Non sono modello per me stessa eppure sono in guerra. Avevo pensato di aver smesso di combattere, mi sentivo più a mio agio nella stabilità di una relazione pur nella precarietà dell’esistenza e in situazione di costante dipendenza economica, invece ho solo forse smesso di percepire le difficoltà, di viverle come sfide, di viverle per superarle e impormene altre. Ma è questa la risposta? Non lo so. So solo che mi tornano in mente le parole di mio padre quando da piccola mi vedeva amare la scrittura e diceva che era un po’ da pazza ma la mia grafia era buona. Oggi schiferebbe gli scarabocchi che metto giù con carta e penna perché ho dimenticato come si fa a scrivere senza una tastiera.

Non so molto e non aggiungo molto al mio racconto. I progressi si misurano in consapevolezze che io non posseggo, in certezze che non ho e che forse non avrò mai. So solo che non mi vergogno più di esistere così. So che sono uscita, due volte, sporca, in pigiama, solo con i miei stivali da battaglia, gli anfibi, per andare da una psichiatra che al secondo appuntamento mi ha trattato un po’ più umanamente. O forse io ho smesso di chiedere. Ho chiesto comunque di considerare una consulenza psicologica ma mi ha detto che ne avrebbe parlato con l’equipe e che potrebbe solo diventare una consolazione inutile. So che ho fatto la prima dose di un vaccino che non avevo rinviato per adesione alle follie novax, ma solo perché temevo di uscire. Sono sopravvissuta ed è una cosa in più che ho fatto. Sto raccogliendo la mia storia clinica per chiedere una valutazione all’Inps. Sto recuperando le forze per rimettere a posto la stanza tutta per me ora un po’ più organizzata grazie alle amiche che sono venute a pulirla. Una cosa pessima che mi era successa era il fatto che non uscire significava anche non fare entrare nessuno nella mia vita. Oggi c’è chi è venuta a casa mia e se qualcuno vuole venirmi a trovare, purché non cerchiate perfezione e cose composte da vedere, lo/a accolgo volentieri.

Sto cercando di tenere un equilibrio tra disperazione e assenza totale di speranza. Non vedo lo sguardo di chi lotta con coraggio quando mi vedo allo specchio ma osservo il fatto che oggi, a settimane di distanza dal mio ricovero in un reparto psichiatrico in cui sono arrivata dopo che mi hanno raccattata piena di piscio e con l’odore di morte per salvarmi la vita, respiro un pochino meglio.

Perché sento che c’è chi mi vuole bene e non mi lascia da sola, perché non mi fa paura cercare risposte scomode dentro di me, perché dopo aver detto qualcosa di me di cui mi vergogno/avo molto mi pare di aver recuperato un minuscolo pezzetto di capacità di sentire il caos senza voler sfuggirlo o senza perdermi in esso. Non è un successo. Ieri era buio. Oggi guardo un po’ di sole. Domani sarà di nuovo buio. Proverò a scriverne, proverò a riconnettere il caos alla scrittura. Proverò a risentire la scrittura come necessità. Per esistere. Per r-esistere. Anche grazie a voi.

Un abbraccio a tutti/e

Eretica (Antonella)

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