Antiautoritarismo, Antisessismo, Critica femminista, R-Esistenze

Il femminismo della paura fa male alle donne

Scritta femminista contro il securitarismo scelto dalle destre anche in Italia come soluzione contro la violenza di genere.

Articolo di Ella Whelan in lingua originale su Spiked-Online. Traduzione a cura di Antonella del Gruppo di lavoro Abbatto I Muri.

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Che le donne siano in pericolo ogni volta che camminano in strada è semplicemente falso. Gli omicidi di Sarah Everard e Sabina Nessa hanno stimolato molti interrogativi profondi relativi alla violenza maschile contro le donne. I luoghi comuni che seguono tragedie come queste sono spesso prevedibili. C’è chi ha chiesto una migliore educazione sessuale. C’è poi chi vorrebbe che la pornografia fosse regolamentata, sostenendo che ciò impedirebbe agli uomini di sviluppare idee misogine. Molte di queste richieste si contraddicono a vicenda.

Ad esempio, mentre alcune femministe vogliono un maggiore coinvolgimento della polizia per la sicurezza delle donne, affinché la misoginia diventi un crimine d’odio e le donne possano collaborare più strettamente con la polizia quando denunciano le molestie di strada, altre affermano che non ci si può fidare della polizia.

Persino la stessa polizia ora dichiara che le donne dovrebbero diffidare dei poliziotti uomini in servizio da soli. Dopotutto, è stato un agente di polizia a uccidere Everard. E sono stati gli agenti di polizia a scattare foto dei cadaveri di Nicole Smallman e Bibaa Henry, per poi mandarle in giro su WhatsApp. Se è vero che non possiamo nemmeno fidarci di un poliziotto che parli da solo con noi, perché dovremmo fidarci che prendano poi sul serio le nostre denunce di molestie? È comprensibile che tragedie come queste spingano anche alcune donne a immaginarsi nei panni di Everard o Nessa e provare il brivido del “e se”. Ma ciò che è meno comprensibile è il desiderio, tra politici e commentatori, di incrementare la paura per la sicurezza delle donne sulla base di questi incidenti, tragici ma non comuni.

Molti hanno citato il report del gruppo misto delle Nazioni Unite sulle molestie sessuali contro le donne negli spazi pubblici del Regno Unito come prova di una “epidemia” di violenza contro le donne. Dopo la pubblicazione di quel rapporto a marzo, l’affermazione secondo cui il 97% delle donne è stata molestata sessualmente è improvvisamente stata citata ovunque. Anche chi ha manifestato ha fatto proprio quel dato, organizzando il primo “97 marzo” nell’aprile scorso. In realtà, quella cifra è stata citata erroneamente: secondo il rapporto, il 71% delle donne afferma di aver subito “qualche forma di molestia sessuale in uno spazio pubblico”. Naturalmente, il 71% è ancora alto, ma questo è almeno in parte dovuto al fatto che la definizione di molestie sessuali del report copre un ampio spettro di comportamenti.

Le molestie, afferma il rapporto, sono un “continuum di pratiche violente contro donne e ragazze”, tra cui “stupro, altri contatti aggressivi, visione forzata di pornografia, scatto e diffusione di fotografie sessuali, nonché condotta verbale a sfondo sessuale”. Si dice ancora “sono considerate molestie sessuali tutti quei comportamenti sgraditi che abbiano attinenza con la sfera sessuale”. Dato che non sappiamo quale di queste cose abbia vissuto chi è stata intervistata, è difficile quantificare la prevalenza di questa presunta epidemia. Un “comportamento sessuale sgradito” potrebbe coprire qualsiasi cosa, dall’ascoltare una barzelletta sporca a qualcosa di serio come un pesante palpeggiamento. Anche gli omicidi di Everard e Nessa sono stati presentati come esempi dei pericoli che le donne affrontano negli spazi pubblici. Questo nonostante il fatto che la percentuale di atti violenti contro le donne compiuti da sconosciuti sia estremamente bassa. La maggior parte delle donne che vengono aggredite o stuprate o uccise conosce l’aggressore e la maggior parte delle violenze contro le donne avviene in casa. C’è chiaramente molto di più che si può fare per affrontare quel tipo di violenza. Il mese scorso, un rapporto commissionato dal Ministro degli Interni Priti Patel ha rivelato la “lotteria del codice postale” che le donne affrontano quando segnalano casi di abusi domestici. L’incapacità della polizia di rispondere agli abusi su larga scala negli scandali Rotherham e Rochdale mostra anche quanto a volte il sistema possa essere pessimo nel prendere sul serio le accuse di abuso. Quando si parla di violenza contro le donne, dobbiamo essere molto più specifici quando citiamo le statistiche e facciamo affermazioni sulla portata del problema. Riconoscere che casi come quello di Everard e Nessa sono eccezionali e rari non significa essere pignole o sminuire la gravità degli attacchi.

Queste esagerazioni sulle minacce che pendono sulla testa delle donne in strada contribuiscono alla sensazione che le donne siano più vulnerabili degli uomini e non siano loro pari nello spazio pubblico. La paura può essere una grande arma per attentare alla libertà delle donne tanto quanto l’effettivo accadere di violenze da parte di misogini. Incoraggiare le donne ad avere paura di notte, anche quando non c’è nulla da temere, è il modus operandi degli uomini predatori che ci urlano cose mentre siamo alle fermate dell’autobus o che si siedono troppo vicino a noi sul treno. L’uomo che ha ucciso Everard, Wayne Couzens, sembrerebbe avere precedenti di atti osceni. Persone come questa godono nel far sentire le donne a disagio e spaventate. Nonostante tutte queste riflessioni, però, le soluzioni proposte per affrontare il sessismo e la violenza contro le donne sono sempre e ancora insufficienti. Coloro che sostengono che l’educazione sessuale dovrebbe essere aumentata sembrano credere che gli uomini che stuprano le donne semplicemente non siano educati al consenso, quando il vero problema è che agiscono proprio in spregio all’idea di consenso e contro le donne. Chi chiama a raccolta “gli uomini per risolvere” potrebbe ricevere un certo numero di retweet da femministi uomini, ma questo non avrà alcun effetto sulla minoranza di uomini che credono ancora di avere il diritto di trattare le donne come cittadini di serie B. La violenza contro le donne non può essere risolta con soluzioni tecniche come lampioni stradali o coprifuoco, o con leggi speciali, come rendere la misoginia un crimine d’odio. Il sessismo è ancora vivo e in forma e non si tratta solo di trascurabili conseguenze di un doposbornia di uomini che vivono ancora negli anni ’50. È anche colpa di una politica femminista della paura, che accetta tacitamente l’idea che le donne siano più vulnerabili e più deboli degli uomini.

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