Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico

#TuttaColpaMia #TW: concedersi il permesso di essere “indecente”

La testimonianza che segue viene pubblicata sul blog non perché sia più importante di tutte le altre pubblicate sulla pagina fb di Abbatto I Muri ma solo perché la lunghezza e la terminologia (#triggerwarning) usata non è adeguata alla divulgazione su fb che, come minimo, la censurerebbe subito. E dato che a me non piace censurare nulla e a parte edulcorare qualche parola tendo a lasciare il testo così come l’avete inviato, mi pare più opportuno che il testo resti in questa cornice, aperta ai vostri commenti e ovviamente alla vostra lettura e partecipazione. Come sempre vi invito a prendere parte alla campagna #tuttacolpamia scrivendo a abbattoimuri@gmail.com.

X. scrive:

“Il prima, dell’infanzia, è rumore sommerso.

A 12 anni sto giocando a calcio in strada, assesto un tiro forte, un mio compagno si volta e la palla lo colpisce in pieno viso, rompendogli gli occhiali. Il giorno dopo, per punizione, un gruppo di maschi mi accerchia, io e lui al centro. Palazzoni di edilizia popolare tutt’intorno. Pomeriggio sospeso di un’estate che segna il passo. Si slaccia i pantaloni, mi dice stai a guardare put.tana. Faccio quello che dice. Lo sto a guardare, dritta, immobile e lucidissima. Una bambina in boxer di nylon e canotta da rugby. Tira fuori il caz.zo, si fa una se.ga e mi ei.acula davanti ai piedi. Il cerchio ride e incita. Guardo tutto. Ho imparato così a non distogliere mai lo sguardo. Dopo mi lasciano andare. Io non li lascerò andare mai più.

A 14 anni, escursione fuori porta, gruppo di amici, una pasquetta piovosa e grigiastra. Chiedo se a qualcuno va di andare a visitare una grotta. Si fanno avanti due ragazzetti. Dentro la grotta, uno mi tiene i polsi bloccati, l’altro me lo spinge in bocca. Fanno a turno. Guardo tutto. Ferma, lucida e composta. Imparo così a guardare ancora meglio.

Avevo sempre 14 anni quando sull’autobus per andare a scuola un uomo adulto si struscia sul mio cu.lo mentre la sua compagna lo guarda con sguardo acceso, divertito ed eccitato. E’ così che ho imparato a guardare meglio dentro gli occhi delle donne.

A 16 anni litigo con il mio ragazzo, chiedo un passaggio ad un amico per rientrare a casa. Tangenziale, piazzetta di sosta, il rombo delle motociclette che assorda e poi diventa solo sibilo. Mi stupra ma non riesce a penetr.armi. Guardo tutto. Dopo lui mi appare un animaletto tremante e impaurito. Mi chiede scusa. Volevo la tua verginità, mi dice. Abbasso il finestrino, l’aria è fresca e umida di foglie. Mi accompagna a casa. Salgo, mi chiudo in bagno e mi sver.gino con il manico di una spazzola. Allo specchio il mio sguardo brutalmente risvegliato al mondo è uno sguardo vitale e profondo. Conserverò quella spazzola. La regalerò ad un uomo quasi 25 anni dopo.

E, semplicemente che sembra semplice, decido di vivere.

Conosco mio marito alle soglie della maggiore età. Lui quasi trentenne. Nella sede del partito, mi insegna a preparare la colla per attaccare i manifesti. Ci sono muri di pietra, secchi, fogli, volantini, spray, vernici. Nel girare l’impasto mi sfiora il braccio. Il mio corpo è attraversato da una scarica elettrica potente, quasi dolorosa. E così che imparo il desiderio. La mia prima voglia sessuale è talmente animalesca e vorace che imparo a guardare ancora meglio e più a fondo. Lui , imbarazzato, mi chiede scusa per quel contatto casuale. Inchiodo gli occhi nei suoi, mi innamoro. Si innamora. Inizia così un viaggio complicato, feroce e meraviglioso, che dura tutt’ora. Per la prima volta nella mia giovane vita, divento soggetto desiderante. Sessualmente sono curiosa, attiva, giocosa, protagonista, disinibita e accogliente. Il mio corpo si rilassa, la testa è vigile e attenta, il mio cuore si espande e si contrae con regolarità. Ma ancora non avevo imparato a guardarmi. I traumi, si sa, non ti scrivono la letterina di natale, i traumi sono ago e filo che ricamano trame delicatissime e resistenti sui nostri “amabili resti”. 

A 19 anni mi trasferisco in una città lontana per frequentare l’Università. Comincio a tradire il mio fidanzato quasi subito. Ho fame. Fame di tutto. Di vita, di sesso, di esperienze. Non mi ritengo né una vittima né una sopravvissuta. Mi sento libera, forte e indipendente. Comincio ad usare gli uomini. Me li sco.po, uno dopo l’altro. In genere, sparisco il giorno dopo. Una volta prendo in giro uno che non riesce ad infilarmelo nel cu.lo, lo spingo proprio via, gli dico lascia perdere, non sei capace. Cresco, vivo e imparo a guardare ancora meglio. E vedo la brutale ipocrisia nei centri sociali, nell’antagonismo. Raccolgo lacrime e lividi di compagne violentate alla fine dei concerti e delle manifestazioni, quando mi fermo a dormire in qualche posto occupato porto con me un coltellino. Vedo amiche luminose e brillanti spegnersi giovanissime in matrimoni tiepidi, tristi. Vedo amiche buttarsi giù dal balcone. Vedo donne spezzate, depresse, pallide, immolate sull’altare dell’amore romantico. Vedo l’agghiacciante brutalità, il rumore bianco, di alcune comunità bdsm e kinky, assisto alla più gratuita ferita mascherata da consenso. Vedo, vedo, vedo. Non distolgo mai lo sguardo.

Nel frattempo, mentre viaggio sola, di notte, per andare a trovare una mia amica in Svizzera, il passeggero difronte a me mi abbassa la zip della felpa. Ma io avevo allenato la vista. Gli dico, senti facciamo così: ti lascio vedere le tette, puoi farti una se.ga se vuoi. Se ti muovi un’altra volta verso di me urlo tanto da svegliare tutta la carrozza. Si mastu.rba, grugnisce. Io guardo tutto il tempo fuori dal finestrino. Alla fine gli porgo pure un fazzolettino. Ho vinto io. Sorrido a me stessa riflessa sul vetro del treno.

La storia con il mio fidanzato continua, intensa, profonda, complessa. A 25 anni lui mi regala il primo vero orgas.mo della mia vita. Avevo sco.pato tanto, con diversi uomini e con qualche donna, vogliosa, bagnata e consenziente, ma non sapevo godere. Il lungo apprendistato verso il piacere era appena iniziato.

Dopo qualche mese, parto per un paese del Nord Europa. Inquieta e irriverente, comincio a frequentare un bar di soli uomini, perché godo della loro eccitazione, della loro brama. Il potere è nelle mie mani. Sono io che scelgo e guido. Sono io che scelgo quando e come fare la tro.ia. Seguo uno in bagno, c’è fumo, sporcizia, puzza. Mi inginocchio per mia volontà, si sfila il preservativo per sua volontà. Faccio il test HIV qualche settimana dopo, negativo. Entro in un’agenzia viaggi, faccio il biglietto di ritorno. Telefono al mio fidanzato dall’altro continente e gli dico “torno, sposami”.

Torno, gli racconto molte cose, non tutte. Ci sposiamo.

Un mese prima del matrimonio ho fatto un pom.pino in cambio di un contratto stagionale. Avevo bisogno di quel lavoro. Non me pento.

Ci sposiamo che c’è tanto vento. Scelgo di essergli fedele e lo sarò per i successivi quindici anni. Il nostro amore inquieto divenne leggero, e allo stesso tempo denso, saldo. Nonostante lunghissimi anni di conoscenza, nei primi anni di matrimonio la nostra relazione fiorì, maturò. C’era sempre stata tra noi – appunto – elettricità, sintonia, gioco, ma l’erotismo divenne più consapevole, più adulto, meno urgente e frenetico, più generoso e attento. E ci amavamo, ci accompagnavamo nella vita. Lui mi ha insegnato tutto ciò che so sul piacere. Non c’è millimetro del mio corpo che lui non abbia suonato, di me. Dai piedi alle clavicole. Lividi, schiaffi, insulti, umiliazioni comprese. Richiesti, implorati, desiderati da parte mia. Ho god.uto tantissimo e bene. Attraverso lui ho conosciuto il mio corpo. Ho scoperto che posso ven.ire in modi e in tempi assolutamente insospettabili. Ma tutto questo ha comportato (anche) violenza. Fisica, emotiva. Abbiamo spinto i nostri reciproci confini. La differenza è che lo stavamo scegliendo. Io lo stavo scegliendo, di farmi prendere a cinghiate e godere puntualmente delle pause. C’è stata tenerezza infinita.

Nel frattempo volevamo un figlio. Non arrivava. Io lo volevo di più. Non vedevo nient’altro. Ricordo sere tristissime. Io che provavo farlo ecci.tare con la mano perché stavo ovulando in quei giorni. Lui passivo, contratto. Lo usavo per il suo seme. Questo è meno violento?

I figli sono arrivati. La relazione con loro, nella crescita, è stata amorevole, dedita e consapevole. Tuttavia, in tre occasioni – per frustrazione e stanchezza – mi è scappata la mano, uno schiaffo, uno strattonamento più brusco del lecito. Ma un atto violento ne vale mille: per un bambino il primo schiaffo è già l’implosione delle stelle. Si dice di fuggire via immediatamente, ma un bambino dove va? Di violenza educativa si parla ancora troppo poco. Lo dico: è stata colpa mia. Essere vittima di un abuso incasina la testa, non assolve.

Ho avuto la fortuna di vivere ad occhi aperti, di tenere fisso lo sguardo, su quello che succedeva intorno. Ho sempre continuato a vivere, ad amare, a viaggiare, a fidarmi degli amici, a fare sesso. La violenza l’ho attraversata, ne ho attraversata tanta, l’ho subita e l’ho agita. L’ho vista. E’ dappertutto. Sistemica, filtrante. E’ una struttura sociale e di relazioni ad esserlo. Stiamo incastrati, più o meno tutti, lì. 

Impossibile raccontarla tutta, raccontarmi tutta. Ho avuto la sfrontatezza di trasformare la violenza in vitalità sess.uale e la buona sorte di avere avuto chi mi ha saputo accompagnare. Mio marito, sempre. Da quattro anni anche il mio “amante”. Perché non finisce qui. Il circuito della violenza non finisce. Una storia bellissima, sincera, forte, di natura bdsm, non quello da dress code. E’ a quest’uomo che ho donato la spazzola, nel più potente gesto di liberazione in cui potessi sperare.

Fatto sta che scelgo di tradire nuovamente mio marito. E tradisco la moglie di lui. Che, tra l’altro, conosco. Tradisco l’intero genere femminile. E avevo già tradito l’attivismo on-line, il femminismo che mi è venuto tanto a noia, la causa delle diversità che continuano a classificarsi in sotto-diversità. Ma ho sempre scelto quando ho potuto, a volte estremamente a malincuore.

E’ stata colpa mia? Me lo sono chiesta. Poi mi sono accorta che era la domanda sbagliata. Avrei potuto fare una scelta diversa? Questa, per me, è la domanda giusta. 

E’ stata colpa mia? Non sempre. A volte non ho potuto farci proprio nulla. Altre volte, invece, ho avuto la possibilità di scegliere. E l’ho fatto. Sono qui, sono responsabile di quello che ho fatto. 

Ho 48 anni, sono viva. Ho vissuto una vita piena, integra, ricca.

L’adolescenza dei figli mi preme nella pancia verso il futuro. 

Ho un marito, che amo. 

Un amante, che amo. 

Con entrambi vivo il ses.so bene. In maniera giocosa, leale e reciproca. Sono anche una madre attenta e amorevole, una professionista felice, una moglie presente, un’amica generosa. Mi guardo, mi vedo. Ho imparato a farlo. Anche prima dei 12 anni.

Non è mai colpa vostra, ragazze. Io vi credo, credo a tutto. Ma lasciatemi dire che mia, a volte, è stata la responsabilità.

E lasciatemi dire un’altra cosa che vale solo per me, per la mia vita.

Sono stata stuprata e sto benissimo.”


#tuttacolpamia

Vi è mai capitato di subire ingiustizie, molestie, soprusi, violenza di genere e sentirvi dire che è stata colpa vostra? Raccontatecelo e pubblicheremo le vostre storie. Il titolo: E’ stata tutta colpa mia!

La mail è sempre la stessa: abbattoimuri@gmail.com

2 pensieri su “#TuttaColpaMia #TW: concedersi il permesso di essere “indecente””

  1. Un racconto sfacciatamente realistico, autentico e “nudo”. I traumi subiti si trasformano in mille “mostri” dalle molte teste, che esprimono il dolere indicibile in modalità a volte “originali”… questa ne è una. Hai coraggio e consapevolezza.

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