Antisessismo, Autodeterminazione, Pensieri Liberi, Personale/Politico

Diseducarsi da maschilismo e misoginia

Quando lui mi diceva che se mi avesse vista con un altro mi avrebbe uccisa ne ero in qualche modo compiaciuta. Così mi avevano insegnato. Quello era l’unico modo di amare che conoscevo. Ero stata indottrinata a dovere ogni giorno della mia vita e non lo sapevo nemmeno. Poi lui cominciò a farmi scenate di gelosia perché qualcuno aveva osato guardarmi da lontano. Diceva che dovevo vestirmi diversamente o comportarmi diversamente e io ancora pensavo fosse amore. Infine tentò di uccidermi perché dissi che era finita e mi stavo lentamente rendendo conto di quanto fosse malsano tutto quello cui ero stata abituata fino a quel momento. Tutto quello che avrei dovuto fare dunque era diseducarmi ed è maledettamente difficile perché ci si mettono tutti a dirti che l’amore vero è fatto di possesso, di dipendenza tossica. Difficile riuscire a imparare a difendersi da sole, a non cercare il sostegno di uomini nei dintorni quando qualcuno ti molesta perché sostenere il paternalismo avrebbe accresciuto l’ego di un altro carnefice. Io ti difendo, ti proteggo e dunque mi appartieni. Pensavo a questo mentre leggevo un articolo di un fatto di cronaca che mi riporta alla mente le tante volte in cui ho visto uomini malmenarsi per difendere le “proprie” donne.

Innamorarmi del mio attuale compagno è stato complicato. Non è un macho, non si erge a paladino di donne indifese, non fa a cazzotti, non sostituisce la sua voce alla mia, mi lascia perfino lo spazio per difendermi da sola e dunque non può essere legittimato a pretendere da me alcun compenso. Non è un patriarca, non fa la voce grossa, guarda i machi che si picchiano tra loro come si guarda un documentario sui primati che vivono nella foresta. Non vuole fare il capo branco, non gliene fotte un tubo di essere chiamato “finocchio” quando parla di me senza pretese di appartenenza. Se gli fai un questionario sul comportamento tipo del partner lui risponde più o meno così: lei dice che è finita e tu che fai? Vado avanti e vivo la mia vita. Lei guarda qualcuno che non sei tu e tu che fai? E tu che dici? Dovrei suicidarmi? Ma come non fai scenate? No. Non manifesti gelosia estrema? No. Non le dici di essere meno socievole? No. Non hai la tentazione di inseguirla o picchiarla? No. Allora vuol dire che non la ami? Cazzate. La amo.

In un’altra epoca se un uomo avesse risposto così neppure io lo avrei trovato “virile”. Avrei pensato che non tenesse a me. Avrei immaginato di non essere per lui così desiderabile. Avrei perfino manifestato insicurezze ma a quel punto sarei stata io il frutto malato della cultura patriarcale. Lui sarebbe stato il frutto sano. Un tempo mi sarei sentita perfino inutile e senza direzione senza qualcuno a darmi ordini su come gestire la mia vita. Oggi esploro il vuoto che quel diseducarmi mi lascia e tento di colmarlo con nuovi concetti, nuova cultura e nuova mentalità. Oggi godo delle attenzioni che lui mi concede e posso definitivamente chiamarlo amore. E mi innamoro anch’io, di lui, di questa nuova me e di quello che imparo ogni volta che guardo al passato e penso che la giusta cultura può prevenire tanta inutile e crudele violenza. Se mi avessero insegnato cose diverse avrei sprecato meno vita a inseguire miti patriarcali. Ma non dispero. Ho impiegato tanto tempo ma alla fine questo percorso mi ha permesso di chiarire con me stessa un punto: si può migliorare. Si può cambiare. Si può.

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