Pensieri Liberi, Personale/Politico

Tempi di cacca

Che periodo di merda! Virus, chiusi in casa, socializzazione zero, depressione ancora presente e l’abilità di scrivere che se ne va ‘affanculo man mano che il linguaggio si adegua al lessico di copioni di ogni tipo di film o serie televisiva intercettata sul web. Alienazione pura e pessimi pronostici per quel che riguarda la partecipazione alla vita sociale. Non so come state voi o cosa accade nel mondo. Tengo chiuse le ansie e temo di assimilarne altre se mi apro al mondo esterno. Prima o poi però dovrò pur fare qualcosa. Per esempio iniziare con gli audiolibri. Buona soluzione se non hai voglia di sforzare gli occhi. Poi dovrei decidermi a capire come aggiustare la tastiera dato che i tasti mi piazzano la punteggiatura anarchicamente. E forse dovrei lasciare che l’anarchia si muova per conto suo. Ma ho questo vizio per cui se devo scrivere qualcosa tutto deve essere a posto e se non lo è ho una scusa per rimandare.

Sto scrivendo pensieri random e mi scuso per questo. Vorrei avere cose profonde e significative da dire ma sono immersa nella ricerca di un modo per fare emergere la parte di me che si serve di tutto per anestetizzarsi. Vorrei poter rinunciare all’anestesia gradualmente ma non funziona proprio così. Quando comincio a pensare viene tutto a galla, tutto quanto, ed è difficile guardare le cose senza filtri, senza anestetici che ti lasciano intravedere le cose con parsimonia. A questo punto il problema non è più avere la capacità di vedere le cose per quello che sono ma farsene carico, con onestà, con senso di rivendicazione per qualche disinvolto fine di giustizia. Ma se quello che vedo è solo motivo di fustigazione, se mi trovo in quella particolare circostanza per cui passo dalla giustificazione estrema alla colpevolizzazione infinita, come fare? Quale strada intraprendere?

Quello che scrivo sembrerà un delirio senza senso e sicuramente avrete ragione di pensarlo ma non so o non posso dirvi di più. Ci vuole tempo e devo comprenderne il modo. Non si tratta di trovare la forza di apparire vulnerabile, quella ce l’ho già. Si tratta di trovare la forza per apparire difettosa, imperfetta, umana. Il coraggio di rivendicare gli errori e le imprecisioni. La capacità di capire dove sta l’inizio e la fine delle cose. Quando ho cominciato a pensare, fare, dire e quando invece no. Dove rintraccio la causa, perché se non trovo la causa non risolvo il problema, o almeno così si dice e forse si tratta di una grande stronzata. Forse le “cause” sono fatte solo per giustificarne gli effetti. Ha un senso secondo voi quello che dico?

Sono ancora alla ricerca di una me che sia autentica, capace di definirsi senza il desiderio di compiacere nessuno, sfuggendo al ricatto di chi mi tiene in ostaggio perché ci sono aree intime che non possono essere esplorate senza ferire gli altri, le persone coinvolte, i mondi attraversati. Come ci si può definire liberi se si è perennemente contaminati e contaminanti da e nei confronti di tutto il mondo che ci circonda. Come si sfugge alle semplificazioni… voglio dire: come si evita di seguire a ruota chi rinvia tutto a risposte semplici, conclusioni semplici e semplici interpretazioni.

In definitiva quel che mi spezza, più di tutto, è l’incapacità di dare voce ai dubbi, alle visioni d’insieme, a quelle parziali. Non riesco a parlarne, mi isolo sempre di più e non parlo degli altri ma di me stessa, non riesco a parlare con me stessa e questo mi fa sentire spezzata. Un tempo la scrittura mi aiutava, faceva da tramite, era una forma di mediazione, di comunicazione con quelle parti di me non emerse o in cerca di luce. Ora ho paura, ho il terrore di affrontare tutto. Continuo a pensare di poter uscire da questo immobilismo ma tengo d’occhio la mia collezione di farmaci come fossero una chance per ridurre tutto al silenzio, più di quanto già non facciano gli anestetici che uso per opacizzare la mia caotica mente.

Nutro un attaccamento alla vita che mi fa prediligere l’effetto placebo di quel che mi impedisce di pensare troppo. Altrimenti guardo e vedo cose di me che non voglio sapere. Vedo quelle che se svelate possono ferire le persone con cui sono cresciuta. Che diritto ho io di usare le vite altrui per svelare la mia? Ma che diritto hanno loro di tenere in ostaggio la mia vita affinché non si sveli la loro? L’alternativa? Il silenzio, la menzogna, almeno per il momento. Non è una scelta ma qualcosa che somiglia alla sopravvivenza. E quel silenzio mi spezza, mi uccide, mi fa sentire inadeguata, incapace di fare, dire, pensare qualunque cosa. Ed è così che torno al punto di inizio: è proprio un periodo di merda. Spero che a voi vada meglio.

 

 

2 pensieri su “Tempi di cacca”

  1. Quel che scrivi ha senso ed è bello. Altro non so dirti.
    Non esistono soluzioni sempre efficaci per la depressione. Ma mi sembra che tu sia sulla buona strada per un percorso di vita meno dolente.
    Un abbraccio.

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