Autodeterminazione, Personale/Politico

Potessi avere più WiFi quaggiù

Mattina. L’infermiera mi scopre il braccio senza aspettare che io sia sveglia. Inserisce il suka-sangue per le analisi di turno e poi mi lancia a stampo un pezzo di cotone per fermare il flusso. “Stringi forte” – mi fa. Poi mi ricorda che devo affrontare la via crucis tra reparti di ogni tipo. Le tassiste addette al trasporto dei pazienti sono simpatiche e discutono di elezioni. Non oso dire che non ho seguito un tubo.

Prima tappa. C’è un lettino con la carta bianca a rullo. Fuori un pezzo e avanti un altro. Per questi giri di solito porto musica alle orecchie ma Loro chiedono che io sia Presente. Anche se ho l’impressione che non gli freghi un cazzo che io lo sia davvero. Allora tolgo le cuffie, mi preparo a fornire le risposte di rito e si inizia. Braccio in su, tetta in dentro, capezzolo in diagonale, spremuta di pelle, vibrazioni sottocutanee e nel frattempo di là guardano, indagano, dicono. Si passa alla posa successiva. Altra stanza, altra foto.

Provo a esprimere la sensualità delle mie viscere. Non fanno caso ai miei sforzi. Mi infilano un tubo in gola e parlano tra loro, di cose che pensano io non capisca. “C’è internet, ‘sticazzi!” – penso. Non sarò un medico ma due cose le ho apprese, a furia di sentirne parlare e di approfondire. Scandagliano, osservano, sentenziano. Chissà come sono venuta bene quando trattenevo il conato di vomito. E penso che sono riusciti a trovare buchi che non sapevo di avere. Potrò dire che in assoluto non sono più vergine, ma proprio per niente.

C’è poi la fase in cui devo allargare le cosce, mi infilano un coso rigido ma “sai, è la prassi”. Sono quei momenti in cui ti chiedi perché hai sprecato tanto tempo a preoccuparti della cellulite. A loro non interessa. Non vedono neppure il corpo. Vedono solo quel che possono inserirvi dentro. E nel girarti e rigirarti, mentre si scusano per aver sputato troppo liquame viscido sull’addome, termina anche la visione in diretta di quel che avviene in zone che penso facciano più audience di qualunque reality show. Penso che il successo di certa televisione stia proprio in questo. Vedere come siamo fatti dentro.

Ho dato un nome ai pezzi di corpo che ricevono tante attenzioni. Perché non sia tutto così impersonale. Ho una tetta che si chiama Pippa. L’intestino tenue è Rodolfo, detto Rudy.

Cerco di dare una chance al visitatore di turno. Forse oggi sarà più interessato all’intima relazione tra me – me come persona – e il mio intestino. Tra me e il mio fegato o il mio stomaco. Ho una relazione intima con ogni parte del mio corpo ma non credo che questo interessi molto. E dire che ti chiedono come “Ti” senti. Cioè: come tu ti senti, come senti te stessa. Ma poi sono così ligi a sminuire, a farti sembrare un po’ esibizionista e anche pavida. Sono così bravi a dirti che non succede niente, che è tutto a posto, che ci sono passate in tante e che tu sei un numero. Fuori una, avanti un’altra.

Bravi sono bravi, per carità, ma è che mi sono stancata di dover sospendere a tempo indefinito la relazione col mio corpo. Quando fai il giro di torture è come se spegnessi l’interruttore. Quel che succede dopo non ti riguarda. Un po’ come quando ti stuprano, e so che il paragone è forte, per carità, ma è lo stesso grado di estraniamento, alienazione. Esci dal tuo corpo e il corpo è a disposizione per qualunque esperimento. Il corpo è mio ma lo gestite voi. Prego, è tutto vostro. Non c’è problema.

Poi torno in reparto. Sfrutto l’angolo wifi-free che magicamente si attiva un tot di secondi al giorno e guardo i social, la pagina, i commenti, le mail. Sbaglio a condividere una immagine e poi ne metto una corretta e arrivano lamenti. Leggo tra i commenti gli stessi nomi dei maschilisti di sempre che a ruota vengono a fare i pavoni per dare il tormento alle femministe con le cazzate su “non esiste la violenza di genere”. Minchia, che palle. Ti passa la voglia, sinceramente.

Poi leggo la mail di una ragazza che chiede se non ho pubblicato la sua storia perché l’ho giudicata poco importante. E mi viene da piangere. Anzi, decisamente, piango. Perché non scelgo, non ne ho il diritto, e rispondo in sintesi che la salute è andata a rotoli e che mi sono persa un bel po’ di messaggi, di storie, di progetti, di intenti, di buone intenzioni. E piango, per quella storia non ascoltata, per quella vita in sospeso e in attesa di una mia risposta, per il fatto di aver perso tempo a leggere i commenti di cazzari e stralunati idioti. E finiscono i secondi di connessione.

A presto!

5 pensieri su “Potessi avere più WiFi quaggiù”

  1. Basterebbe solo un po’ di umanità. Un briciolo di empatia con l’altro, chiunque si abbia di fronte, in qualsiasi situazione. A parole, sembra banale e invece è sempre più un’utopia. Tutti troppo concentrati su di sé, ma incapaci di guardarci dentro davvero e di affinare lo sguardo per poter cogliere un po’ di noi negli altri.

    Per quanto possa valere, vorrei volare lì e abbracciarti forte.

    1. Ciao. Lavoro in ospedale, sono una semplice oss. Lavoro in un reparto chirurgico. Vediamo cose che voi umani!!!!forse è per sopravvivere che dobbiamo un po’ estraniarci, ma un sorriso ed un aiuto sono sempre presenti. Mi spiace per quello che stai passando.

  2. Cara Eretica,
    mi trovo anch’io a dover essere ospedalizzata tra qualche giorno per un’intervento piuttosto rischioso alla spina dorsale. Avrei voluto scriverti la mia storia, di come scoppiavo di salute finché la gravidanza non mi ha portato via tutto, spezzandomi letteralmente in due. Ovviamente la cura parentale non mi ha lasciato nemmeno il tempo di fare questo. Ormai sono arrivata al punto in cui non vedo l’ora di essere ricoverata per poter avere un po’ di tempo per me stessa, per respirare. Incredibile, vero?
    Quindi questo è il mio augurio per te: che l’ospedale possa anche significare pace e silenzio e meditazione, non soltanto malattia e sofferenza.
    Un abbraccio

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