Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Il luminare che mi ha molestata durante una visita medica

Lei scrive:

Ciao Eretica, ti seguo da anni ma non avevo mai sentito la necessità di scriverti in prima persona. Oggi invece voglio contattarti per rispondere alla ragazza che hai pubblicato poco fa, che si è sentita a disagio per i commenti fatti dai chirurghi durante la sua operazione. Ti chiedo cortesemente di poter rimanere anonima.

Anche a me è successo un fatto gravissimo, legato alla sanità, di cui vi (ma soprattutto le) vorrei parlare.

Quando ero alle medie -l’età precisa ora non la ricordo, ma comunque se ero alle medie ero una ragazzina e per certo ero minorenne- andai accompagnata da mia madre all’ospedale per alcuni accertamenti.

Doveva essere una visita cardiologica; quando entrai, dopo le presentazioni e la visione delle precedenti cartelle, il tutto svolto seduti tutti e tre alla scrivania io, mia madre, e il dottore, rimasi basita per quello che accadde nella saletta adiacente all’ambulatorio, separata solo da una paretina. Qui, a soli 3 metri in linea d’aria da mia mamma, venni invitata a spogliarmi completamente e rimasi con gli slip calati. Il medico, spiegandomi con una supercazzola che c’era un punto situato sul sedere che se premuto indicava la presenza o meno di un problema, mi tastò col dito a pochi centimetri dall’ano mentre ero sdraiata prona, e ad un certo punto quando ero in piedi e lui era inginocchiato davanti a me, mi ritrovai il suo viso molto vicino al mio pube. Altre mosse mi turbarono, mi sembrava un palpeggiamento e non una visita, soprattutto perché di visite di questo genere ne avevo già fatte altre, e questa non assomigliava a nessuna delle precedenti.

Ricordo una sensazione sgradevolissima, di cui, uscendo, accennai a mia madre. Non entrai nello specifico, ma ricordo me la presi con lei perché secondo me doveva avvisarmi che sarei stata spogliata completamente, di modo che avrei potuto presentarmi più sistemata, magari mettendo un completo di intimo meno rovinato.
Al che mia madre rimase stupita, perché non si aspettava nemmeno lei dovessi spogliarmi completamente, ma al massimo togliermi la maglietta. Però nella diagnosi il medico pareva essere stato così scrupoloso e ci aveva dato anche buone notizie, che entrambe concordammo nell’interpretare questa meticolosità come appunto sana meticolosità, una buona preparazione e tanto scrupolo. Magari le sue erano tecniche che noi non conoscevamo (per l’imbarazzo non avevo comunque raccontato del lettino nel dettaglio nemmeno a mia mamma). Non mi andò mai giù tutte le volte seguenti in cui ci ripensai, il senso di disagio rimaneva, ma per fortuna me ne scordai presto e non ci badai più. 

Un giorno, anni dopo, mia mamma da lavoro mi chiamò allarmata: aveva letto un articolo con il nome del medico cardiologo in questione, che era stato denunciato da decine e decine di donne, adulte come ragazzine, e addirittura si parlava anche di episodi verso bambine. L’articolo parlava di comportamenti non professionali, fra cui ispezioni anali non necessarie e non pertinenti al suo ambito medico, avvenute anche in presenza di mariti delle sue pazienti, che sul subito non avevano battuto ciglio, perché di fronte a un medico ci si sente sempre meno preparati, e comunque affidati alle sue conoscenze e cure. Un comportamento seriale, quindi, che andava avanti da anni, finché una donna che non aveva accettato questo trattamento era andata alla polizia ed ecco spiegato l’articolo, che invitava anche altre eventuali pazienti sottoposte a queste molestie a farsi avanti. 

Era come se io lo avessi sempre saputo, la notizia non mi stupiva, ma mi faceva un certo che essere comunque coinvolta in un caso da giornale. Quando mia mamma rientrò ne parlammo meglio anche se ero molto a disagio; mio padre era quello più a disagio di tutti, non mi piacque in effetti come reagì, pareva quasi vergognarsi dell’accadimento, invece di preoccuparsi di come potessi sentirmi io nell’apprendere queste notizie.

Decidemmo di chiamare la caserma che se ne occupava, concordammo un appuntamento e andai a parlare con chi di dovere, con chi indagava. Non potevo partecipare al processo come parte lesa perché erano passati troppi anni, mi dissero, e non ero chiamata nemmeno a testimoniare di presenza. Non mi interessava capire quanto questo fosse giusto o no, non volevo risarcimenti, non volevo niente. Solo dire che era capitato anche a me, mostrare il gran numero di casi portando anche il mio, smascherando quel pervertito per quello che era.

Non mi pento di avere lasciato la mia testimonianza, credo la misero agli atti, comunque ricordo che mentre parlavo veniva presa nota di tutto. L’ho fatto per me, perché non mi sarei perdonata di essere stata zitta, perché era giusto si sapesse cosa era quell’uomo lì. Non chi era, ma cosa era, mi pare la definizione migliore. Non ho seguito il caso. Ricordo che due o tre volte per sfizio cercai il nome del cosiddetto “medico” su facebook per vedere che fine aveva fatto, se era bello impunito o se era stato radiato. Non ne so davvero nulla, ma va bene così, quello che potevo fare, testimoniando, lo ho fatto. E col senno di poi mi ritenni pure fortunata, il che è la cosa che fa davvero riflettere; non mi sentivo sfortunata perché mi era capitato ma non dovrebbe capitare nella normalità, ma fortunata. Sì, fortunata perché leggendo quello che aveva fatto ad altre donne mi resi conto che potevo rischiare molto di peggio.

Mia madre ancora non se la perdona: non si capacita sia potuto succedere tutto questo dietro un separè, con lei presente nello stesso ambulatorio, a portata di voce, col medico che spesso mentre mi toccava le raccontava intanto fatti e diagnosi. Ancora si scusa per non avere capito subito che qualcosa non tornava quando ero uscita perplessa da quell’ ambulatorio. Non gliene faccio assolutamente una colpa, forse anche io avrei interpretato il tutto in buona fede. Ti presentano un medico come un luminare, e tu cosa potresti mai ipotizzare: che si tratti di un maniaco?

Questa storia mi ha fatto arrabbiare e sentire piccola, nuda e in estremo imbarazzo, ma la ho superata, anzi, mi è capitato lo scorso anno anche di riuscire a parlarne con una persona per la prima volta, e ora a voi tutti con questo scritto. Pare sempre che capiti agli altri e non a noi, ma purtroppo questi atteggiamenti o fatti sono più frequenti di quello che si pensi, anche perché le vittime spesso non ne parlano. Ricordo che pregai mia madre di non dirlo a nessuno quando uscì l’articolo, appunto perché non volevo essere vista come una vittima da compatire agli occhi di parenti e amici, e perché mi dicevo che, suvvia, si trattava “solo” di palpeggiamenti e non qualcosa di più grave. Ma ero piccola, appena maggiorenne quando il caso saltò fuori, ora ho una età per cui vedo la cosa con più obiettività, coraggio, meno paura, con delle spalle più grosse diciamo. E non mi sento vittimizzata nel parlarne. Nemmeno eroica, ma so per certo che non siamo noi a doverci vergognare, ma chi abusa di una posizione ritenuta nobile come quella di un medico, di fronte cui ci si pone indifesi e in buona fede, spesso al culmine della nostra debolezza perché malati. 

A me denunciare, o comunque testimoniare visto che la denuncia non era concessa per il troppo tempo trascorso, mi ha fatto sentire che avevo uno strumento, un modo per esprimermi. Dalla mia esperienza ti consiglio di fare presenti questi fatti accaduti in ospedale di cui parli, magari ci sono dei precedenti, magari la cosa potrebbe essere utile a far sì che non ricapiti. Abbiamo tutti un potere, e nel nostro piccolo possiamo fare la differenza. 

Volevo farti sapere questo.
Grazie per l’ascolto.

 

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