Antiautoritarismo, Comunicazione, Contributi Critici, Culture, R-Esistenze

Il Techbro Prodigo

di M. Farrell

traduzione di diorama

pubblicato in origine il 5 marzo 2020  su: https://conversationalist.org/2020/03/05/the-prodigal-techbro/

I dirigenti tecnici diventati “data justice warrior” sono celebrati come paladini della verità, ma qualcosa va un po’ troppo liscio in questa narrazione.

Qualche mese fa sono stata contattata da un direttore tecnico che stava per lasciare una società di marketing. Mi ha contattato perché ho lavorato a lungo sul lato no-profit della tecnologia, con un sacco di volontariato sui diritti umani e digitali. Lui voleva “restituire” [“give back”]. Potevo metterlo in contatto con gli attivisti dei diritti digitali? Certo. Abbiamo preso un caffè insieme e ho fatto alcune presentazioni. È stata un’interazione perfettamente piacevole con un uomo perfettamente piacevole. Forse farà del bene, condividendo la sua competenza con le persone che lavorano per salvare la democrazia e le nostre vite private dalla macchina del capitalismo di sorveglianza dei suoi vecchi datori di lavoro. Così intendevo aiutarlo: prima di tutto, è piacevole essere piacevoli; e secondariamente, i movimenti sono fatti di persone che partono da punti molto lontani ma convergono verso una destinazione. E non è questo un bene inestimabile quando un insider decide di fare la cosa giusta, pur tardiva?

Il Figliol Prodigo è una parabola del Nuovo Testamento che narra di due figli: uno resta a casa a lavorare alla fattoria; l’altro si approfitta della sua eredità e la sperpera al gioco. Quando il giocatore d’azzardo torna a casa, suo padre macella il vitello ingrassato per festeggiare, suscitando il disappunto del fratello virtuoso e laborioso, visto che in tutti questi anni non gli è stata data manco una capretta da dividere con gli amici. Il padre risponde che il figliol prodigo “era morto, ora è vivo; era perso, ora è trovato”. Mettetevi a festa. È una storia toccante di redenzione, con un enorme carico di rischio morale. Si tratta di tornare a casa, chiedere scusa, essere perdonati con gioia e ricominciare da capo. Molte persone fra noi vorrebbero essere protagoniste di questa storia, ma pochi di noi ne avranno la possibilità.

Il Techbro Prodigo è una storia simile, di direttori tecnici che vivono una sorta di risveglio religioso. D’un tratto, vedono i loro ex datori di lavoro come tossici, e si reinventano come esperti nel domare i giganti della tecnologia. Si sono persi e ora si sono trovati. Sono accolti calorosamente al centro del nostro discorso, con inviti a scrivere articoli d’opinione per le principali testate, per il finanziamento di centri studi, per l’intermediazione di libri da pubblicare, e per organizzare TED talk. Questi ragazzi – e sì, sono tutti ragazzi – sono generalmente premurosi e ben intenzionati, e a loro auguro ogni bene. Ma mi chiedo perché attraggano così tanta attenzione e li si premi di risorse così scarse, e perché gli venga data non solo una seconda possibilità, ma anche il manto di autorità morale ed esperta.

Sono contenta che Roger McNamee, l’investitore di Facebook della prima ora, abbia testimoniato al Congresso degli Stati Uniti sulla quasi totale omertà interessata di Facebook riguardo all’amplificazione che l’azienda ha fatto della disinformazione russa durante le elezioni presidenziali del 2016. Sono entusiasta che l’ex “eticista del design” di Google, Tristan Harris, la cosa più similea una coscienza che la Silicon Valley abbia mai avuto(un elogio incredibilmente debole) gestisca ora un “Centro per la Tecnologia Umana”, esponendo i trucchi mentali del suo ex datore di lavoro. Sono anche intervenuta – in modo critico ma, spero, cordiale – al lancio del libro di James Williams, un altro ex-Googler diventato paladino in cerca di attenzione, che ha “co-fondato il movimento” di consapevolezza sulla dipendenza deliberatamente progettata nei servizi delle big tech. Auguro ogni bene a tutti questi ragazzi. Mi auguro anche che i molti, esausti attivisti che non hanno preso soldi da Google o Facebook possano avere anche solo un quarto di attenzione, status e autorità che il Techbro Prodigo presuppone sia un suo diritto di nascita.

Oggi, quando il vento dell’opinione pubblica sulle Big Tech sta finalmente cambiando, i fratelli (e le sorelle) che hanno lavorato duramente nel campo per tutti questi anni non sono nemmeno invitati alla cerimonia. Nessun vitello ingrassato per te, caro il mio tecnoattivista, che sei tutto fuorché non idoneo al lavoro. Il pericolo morale è chiaro: perché qualcuno dovrebbe fare la cosa giusta fin da principio quando può prendere i soldi, divertirsi, e poi, quando cambia il vento, convertire il proprio status e il relativo benessere in una supplica speciale e in una carriera completamente nuova?

Solo mezz’ora a sfogliare i miei contatti ha prodotto una mezza dozzina di amici e conoscenti che non hanno avuto bisogno di una conversione sulla “via di Damasco” per vedere cosa c’era di sbagliato nelle big tech o nei modi in cui ne abusano i governi. Nighat Dad gestisce la Digital Rights Foundation in Pakistan, che difende la libertà di espressione e la privacy online per donne, minoranze e dissidenti. Questo è coraggio autentico. Gus Hosein lavora nel campo della tecnologia e dei diritti umani da oltre 20 anni, gestisce Privacy International, una no-profit con sede nel Regno Unito, ed è il pensatore più visionario che conosco su come scuotere i nostri presupposti sul perché le cose sono come sono. Bianca Wylie ha fondato l’Open Data Institute Toronto, gestito da volontari, e si occupa di open data, privacy dei cittadini e impegno civico. Ritenuta come la “Jane Jacobs dell’Epoca delle Città Smart”, è stata una figura chiave nell’aprire e sventare i progetti colossali di Sidewalk Labs della Alphabet a Toronto. Aral Balkan gestisce la Small Technology Foundation e lavora sia sugli strumenti che sulle politiche per resistere al capitalismo della sorveglianza. Senza paura di essere impopolare, perfino con altri attivisti, Balkan critica liberamente le organizzazioni per i diritti o le conferenze per aver preso soldi della sponsorizzazione delle big tech, criticando le prassi delle stesse aziende. Nei Balcani occidentali, hvale vale lavora instancabilmente e vivacemente sui diritti delle donne, sui diritti sessuali e sul percorso politico e pratico verso un internet femminista. Robin Gross, un’avvocata californiana che si occupa di proprietà intellettuale, avrebbe potuto mettere la sua perseveranza e il suo brio spumeggiante a difendere le grandi industrie di intrattenimento, eppure ha lavorato per decenni contro il massimalismo del copyright che strangola la creatività degli artisti e che non serve per aumentare il loro reddito. Desidererei sentire le loro voci amplificate, non (solo) quelle di chi ha impiegato un decennio e più per carpire il marciume che sta alla base delle big tech.

Ross Lajeunesse, ex lobbista di Google, ha lasciato l’azienda nel 2019 per il suo motore di ricerca censurato per la Cina e anche a causa delle prassi lavorative omofobe, sessiste e razziste. Ora è in corsa per una candidatura al Senato col Partito Democratico [U.S.A.], e recentemente ha scritto un classico del genere “squame che mi cadono dagli occhi”, [nota in fondo] intitolato “Ero il responsabile delle relazioni internazionali di Google. Ecco perché me ne sono andato”. Sottotitolo:«“Non essere malvagio”. Le cose sono cambiate».

Davvero? Google è davvero cambiato? Lajeunesse si è unito a Google nel 2008, anni di elusione fiscale multimiliardaria, prassi lavorative sessiste e ostilità alla privacy, e ha continuato a lavorarci durante gli anni delle multe antitrust, dell’abuso di dati personali sulla salute, del cartello sui minimi salariali e dei think tank finanziariamente influenti. Google non è cambiato. Ha solo cominciato a trattare alcuni dei suoi insider come già trattava gli outsider. Questo sembra un cambiamento radicale solo se non si è mai ragionato troppo su quello che fai e a chi.

Centomila persone lavorano per Google/Alphabet; alcuni di loro hanno molto più potere di altri. Il punto non è se Lajeunesse sia o meno responsabile per i molti atti dell’enorme azienda che ha rappresentato – come suo capo lobbista in Asia per diversi anni – è che di tutte le persone che hanno trascorso il decennio 2010-20 sforzandosi senza onori di smascherare e ridurre gli abusi monopolistici e gli attacchi alla privacy globale, è l’ex lobbista che ora attira la nostra attenzione.

Abbiamo tutti bisogno di una seconda possibilità. Anche se non abbiamo bisogno di questi nuovi inizi noi stessi, vogliamo vivere in un mondo dove le persone hanno un motivo per fare meglio. Ma l’arco di redenzione del Techbro Prodigo è così veloce e fluido che è a malapena un dosso. Questo perché continuiamo a saltare la parte più importante della storia del figliol prodigo, quella in cui tocca il fondo. Nella parabola originale, il figliol prodigo si sveglia in un porcile, affamato, e si rende conto che i servi di suo padre ora vivono meglio di lui. Decide di tornare a casa dalle persone e nel posto che prima non apprezzava o non rispettava. Implorerà di essere uno dei servi di suo padre. Accetta la perdita totale del suo status. Ma invece di rimproverare e punire il suo figliol prodigo, il padre, che si rallegra, lo saluta con gioia e si scusa con una grande festa. È una grande metafora di come far funzionare una religione, ma un modo sbagliato per far andare tutto il resto.

Le storie di techbro prodighi saltano direttamente dal passato, quando facevano parte di qualcosa che – sorpresa! – si è scoperto di essere cattivo, al presente, dove ora sono un’autorità morale su come fare del bene, ma senza i momenti di transizione della rivelazione e del rimorso. Ma la parte in cui dici di aver sbagliato e di aver ferito delle persone? Quella è la parte più importante. È il motivo per cui queste reinvenzioni corporativiste sembrano così levigate e brillanti, e perché molti dei commenti sul post disastroso di Lajeunesse su Medium erano critici. Il viaggio sembra finto. Questi “mi ero perso, ma ora mi sono ritrovato, vi prego, venite al mio TED talk” in genere mancano dellamaggior parte del viaggio vero e proprio, ma rivendicano l’autorità morale di chi è “stato lì” ma è tornato. È una macchina per il teletrasporto, ma per l’etica.

(Mentre pensiamo alle parti accuratamente eluse della storia del techbro prodigo, soffermiamoci un attimo sulla cancellazione dell’intera storia di tante donne e persone di colore a cui è stata data a malapena una prima possibilità nella Silicon Valley, per non parlare del continuo reinventarsi).

L’unica cosa più scambiabile del freddo e duro denaro è il privilegio. Il techbro prodigo non si sottrae tanto allo status relativamente alto e al lavoro ben pagato che ha lasciato quando gli sono cadute le scaglie dagli occhi, quanto al contrario ingrandisce una rampa di accesso verso un nuovo settore che accetta la valuta reputazionale che ha accumulato. Non si sta unendo alla resistenza. Sta lanciando un nuovo tipo di start-up utilizzando i suoi contatti del settore per sovvenzionare nuovi progetti in cambio di un certo riciclaggio di reputazione.

E allora? Certo, è un po’ irritante, ma che male c’è?

Permettere alle persone che condividono la responsabilità della nostra distopia tecnologica di mantenere il controllo della narrazione significa che non andremo mai a fondo di come e perché siamo arrivati fin qui, e restringiamo artificialmente le possibilità di dove andremo poi. E concentrare le persone che prima erano degli insider e che ora affermano di guidare gli outsider non aiuta la causa della responsabilizzazione tecnologica. Non fa altro che rafforzare la dinamica tossica dell’industria per cui alcune persone valgono più di altre, o per cui il potere è la sua stessa giustificazione.

Il techbro prodigo non vuole un cambiamento strutturale. È una rassicurazione, non una rivoluzione. Ha investito nello status quo, se solo potessimo ripristinare la purezza di intenti dei fondatori. Certo, abbiamo sbagliato qualcosa, dice, ma è perché siamo stati troppo ottimisti / ci siamo mossi troppo in fretta / abbiamo una mentalità da crescita. [“growth mindset”] Basta rimettere gli ingegneri al comando / concentrarsi di nuovo sulla missione originale / eliminare il marketing dai top manager. Il governo “deve fare un passo avanti”, ma quanto basta per livellare il campo di gioco / aggiustare gli incentivi. Perché il techbro prodigo è un ragazzo moderato, centrista, normale. Cavolo, è un democratico. Quegli altri che anni fa dicevano quello che ti sta dicendo adesso? Sono dei piantagrane, degli outsider scontenti, ossessionati da scandali e lamentele. Capisce perché li hai ignorati. Ehi, anche lui l’ha fatto. Sa che vuoi sistemare le cose. Ma è complicato. Ha bisogno di sfumature. Sa che lo ascolterai. Socio! È proprio come te…

Sto rivalutando la frequenza con cui aiuto uomini affermati, improvvisamente interessati alle mie intuizioni e alla mia rubrica. È assurdo quanti ne ho tolti da questo pezzo, ma li aiuto davvero – e veramente con buone intenzioni – pur rendendomi conto che li aiuto perché me lo chiedono, o perché altri lo chiedono per loro. E quel caffè, quelle presentazioni, quel discorso che ho fatto e tante altre attenzioni e riguardi, devono andare invece ad attivisti che conosco e a cui tengo, ma che non avrebbero mai la presunzione di chiedere. A volte anche la figliola prodiga ha i suoi rimpianti.

Quindi, se sei un techbro prodigo, fai un favore a tutti noi e, come dice Rebecca Solnit, aiutaci “ad abbassare un po’ il volume delle persone che sono sempre state ascoltate”:

Studia e agisci. Familiarizza con la ricerca e con quello che abbiamo già provato, nel tuo tempo. Unisciti alle organizzazioni che si occupano di diritti digitali e di disuguaglianza che hanno lavorato per limitare i danni dei vostri precedenti datori di lavoro e – questo è fondamentale – sedetevi tranquillamente in fondo e ascoltate.

Usa il tuo privilegio e il tuo status e l’80 per cento della tuo rete che ti sta ancora parlando per supportare gli attivisti che sono trincea ormai da anni, soprattutto donne e persone di colore. Dici “grazie, ma no grazie” a quell’invito e passalo a qualcuno che ha fatto il lavoro e ne ha pagato il prezzo.

Se capisci che stai facendo questo per la prossima fase della tua carriera, stai sbagliando. Se lo fai per giustificare i nomi sempre più tossici sul tuo curriculum, stai sbagliando. Se lo fai perché vuoi “restituire”, stai sbagliando.

Lo fai solo perché ti rendi conto e puoi dirlo ad alta voce che non stai “restituendo”, stai facendo ammenda per aver già preso troppo, davvero troppo.

[nota in fondo] in riferimento alla “conversione” dell’apostolo Paolo-Saulo negli Atti degli Apostoli: si narra di Saulo folgorato sulla via di Damasco e accecato per tre giorni. Al termine di questi, recuperò la vista con l’imposizione miracolosa delle mani di Anania e la caduta di queste squame dagli occhi di Saulo. Rappresenta la rivelazione improvvisa di una verità che non si poteva o voleva vedere. (nota di traduzione)

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