Antisessismo, La posta di Eretica

Frasi sessiste pronunciate da persone insospettabili

Lei scrive:

Cara Eretica,

scrivo a te, e a chiunque vorrà leggere una riflessione che talvolta assume i connotati di un problema per me assillante: come affrontare gli atteggiamenti maschilisti che finiscono sempre per manifestarsi da parte degli uomini (e non solo) che fanno parte della mia vita senza dover rinunciare a loro.

Mi spiego meglio. Spesso nei discorsi tra donne con una coscienza femminista si sente dire “non spetta a te cambiare un uomo, sei tu che devi allontanarti!”. Ora, eccetto nei casi di violenza fisica o psicologica, io non sono d’accordo, non voglio esserlo: se non altro perché nella mia esperienza personale prima o poi anche gli uomini più insospettabili mi hanno delusa (da mio padre ai miei partner) e stando a questo consiglio dovrei tagliare fuori dalla mia vita persone alle quali voglio molto bene, che reputo sensibili e intelligenti e della cui buonafede non dubito (sì, questo rende evidente come il “maschilista” non sia un mostro nel suo significato originario di eccezione e in quello più comune di figura spaventosa venuta da altrove da respingere ed evitare).

A questo punto farò degli esempi, sia di comportamenti “lodevoli” sia di comportamenti “deprecabili”, per chiarire meglio il mio pensiero.

Mio padre nel “lontano” 1991 è stato la mia figura di riferimento primaria, mia mamma lavorava in un’altra città e lui si occupava di me neonata; è lui che cucina per tutti in famiglia e che non si tira indietro di fronte a ruoli di cura come “fare da baby-sitter” ai nipoti, o occuparsi dei bisogni della suocera novantenne; è stato spesso lui il mio confidente durante l’adolescenza (abbiamo parlato di tutto: di sesso, mestruazioni e gravidanze non desiderate). Eppure dalla sue labbra è capitato che uscissero parole come: “Quella troia…” (riferito magari a una collega con la quale aveva avuto dei contrasti sul posto di lavoro).

Mio nonno, invece, comunista, anticlericale, antifascista, antirazzista, che sostiene di essere simpatizzante dei movimenti femministi ha più volte espresso l’idea secondo la quale le vittime di femminicidio se la vanno un po’ a cercare scegliendo uomini violenti e contro le madri degli uomini violenti, attribuendo a loro la totale responsabilità dell’educazione dei figli (e i padri? Mai chiamati in causa).

Il mio primo ragazzo, quando avevo 16 anni, mostrava interesse per le mie letture femministe; era sempre pronto a occuparsi delle faccende di casa; si scontrava quotidianamente col padre maschilista e faceva tanti bei discorsi in proposito, ma poi mi ha lasciata e quando ha saputo che frequentavo altri ragazzi non ha esitato a sfogare la sua rabbia dicendomi che “da me non se lo sarebbe mai aspettato” (ma cosa? Che avessi anche io dei desideri non necessariamente legati all’amore?).

Qualche tempo fa conobbi un ragazzo che faceva parte di un’associazione culturale che organizzava anche incontri femministi. Mi dissi che forse finalmente avevo trovato l’uomo giusto. Ma neanche lui era immune da atteggiamenti paternalisti del tipo “ti spiego io [donna]”, o a giudizi (seppure espressi velatamente, magari con una semplice risatina) sulla condotta sessuale di alcune donne e di amici omosessuali.

Infine il mio attuale compagno, con il quale non solo dividiamo equamente i compiti in casa, ma facciamo lunghe chiacchierate in cui siamo quasi sempre d’accordo sui mali del patriarcato che ancora nella nostra società gode di ottima salute, è lo stesso che in alcune occasioni non ha esitato a dipingere gli uomini separati come vittime di donne spietate e ingiuste.

A ognuno di loro ho cercato di far notare la “schizofrenia” di tali atteggiamenti, ma inutilmente perché o hanno negato l’evidenza mostrandosi quasi offesi o quando hanno riconosciuto il pregiudizio nelle loro parole non sono stati in grado di porvi rimedio, di non caderci più.

Ripeto, sono tutti esempi, avrei potuto farne altri. Ma il succo è che se da un lato capisco quale possa essere il meccanismo alla base di questa duplicità (antisessista in alcune occasioni, maschilista in altre), ovvero il fatto che tutti sono (siamo) cresciuti all’interno di una società maschilista e dobbiamo fare uno sforzo continuo per liberarci dalla sua morsa e non sempre ci riusciamo ciò che non riesco a capire è come posso affrontare questa cosa che mi mette a disagio, mi ferisce, mi fa sentire sconfitta e infelice…

Le persone non possono essere perfette, lo so, e forse dovrei pretendere meno, ma questa situazione è frustrante come frustrante è vedere, ancora, gli sforzi fatti da mia sorella e dal suo compagno per educare i figli all’insegna della parità di genere e vederli tornare a casa da scuola imbevuti dei pregiudizi di compagni e insegnanti. O parlare con le amiche di una vita, quelle con le quali ho condiviso la scoperta dei femminismi, e sentirmi dire: “oddio, violenza ostetrica, si grida alla violenza per tutto ormai. Il parto è doloroso, punto. La colpa non è del personale sanitario!”.

Ho espresso tutto in maniera piuttosto caotica e forse confusa ma spero che il pensiero di fondo risulti chiaro e vi chiedo: voi come affrontate quotidianamente l’incontro/scontro con la mentalità sessista senza rovinare i rapporti con le persone che amate?

(Se decidi di pubblicare la mia riflessione vorrei che fosse anonima o che usassi un nome di invenzione. Grazie e un abbraccio).

 

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