Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Sessualità

La sessualità imparata sulla mia pelle

Lei scrive:

Ciao Eretica, spero di non aver sbagliato email. È da tanto che seguo la tua pagina e vorrei per una volta uscire un po’ allo scoperto (per quanto possibile rimanendo anonima), raccontando un po’ alcune mie esperienze. Spero che possa essere utile e un momento di confronto.
Grazie per tutto quello che fai.

«È da tempo che cerco di dare un ordine alle parole, ma è come se la mia testa si rifiutasse di tracciare una linea e di arricchirla di fatti ed eventi. La verità è che me ne vergogno. Non temo il giudizio altrui. È il mio, il più severo, che frena i liberi pensieri, quasi come a reprimere ciò che è accaduto e quello che sono.

Considerando che non so come iniziare, riporterò una parte di diario che mi ha dato l’imput per ri-affrontare me stessa in una nuova chiave.
«Non è vero che urlavo contro T. quando mi metteva la mano su di lui sotto il banco a scuola. Io la lasciavo lì e sentivo tutta la sua eccitazione vomitata su di me. Poi tornavo a casa e piangevo.
Era sempre così, sempre costretta, non da altri, ma da me stessa. Le mie prime volte sono nate dall’insistenza altrui e dalla mia debolezza. L’unica che abbia mai abusato di me sono io.»

Non ho avuto un’infanzia traumatica, non sono mai stata vittima di violenza. Sono una ragazza e sono fortunata.
Eppure sebbene non si possa parlare di abusi, la sessualità altrui mi ha in qualche modo segnata, sin dalla tenera età.
Considerando però che non ho le facoltà per scindere mere interpretazioni di ricordi sfocati dalla realtà, mi limiterò a parlare di eventi dei quali ho certezza.

Il primo contatto fisico con un coetaneo è avvenuto in una maniera insolita. Probabilmente avevo poco più di 12 anni. Mio cugino ed io eravamo cresciuti insieme, ma già da tempo notavo degli atteggiamenti diversi nei miei confronti.
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare.
Una delle prime volte che mi toccò eravamo su un letto a giocare. Lo ricordo perfettamente: mi mise la mano sotto il seno che era ancora appena accennato, ed io non la tolsi. La lasciai lì ed ero come pietrificata. Ricordo il calore che mi avvolse di colpo e la sensazione di gelo che mi pervase subito dopo. Fu come essere immersa nel ghiaccio ma bruciare dall’interno.
Continuai a fare quello che stavo facendo, cercando con tutta me stessa di ignorare le dita che si muovevano e mi comprimevano il petto. Anche lui sembrava come far finta di niente. Proseguimmo col gioco fino a che non iniziai a sentire il suo respiro cambiare e quel tocco, come una morsa opprimente, sempre più ostinato sotto di me. Poi venne l’apice e tutto tornò calmo.
Capii col passare del tempo che funzionava così. Iniziava lentamente, poi l’insistenza, la foga, gli affanni e dopo il nulla.
Io attendevo il nulla.
Quel giorno, con il mio silenzio, fu come avergli fornito il via libera per continuare. Gli eventi si susseguirono fitti e copiosi e la mia voglia di vederlo per giocare come un tempo si sostituì lentamente al disagio e alla vergogna. Tutta l’innocenza di cui ero intrisa svanì completamente e di colpo.
Avevo appena 14 anni ed ero in camera sua ad aiutarlo con la scuola, quando lo sentii addosso a me mentre ero di spalle. Non riuscivo a reagire e tentavo di ignorare la cosa sperando che passasse da sé. Per quanto mi muovessi e cercassi di allontanarmi, lui mi seguiva. Arrivava dietro di me e faceva pressione sul mio corpo. Io lo sentivo. Anche in quel caso, inerme, arrivai ad accettare tutto passivamente. La modalità era la stessa: lentamente, poi l’insistenza, la foga, gli affanni e il nulla. Era solo questione di resistere.
Gli eventi, come sopra accennato, furono ricchi e molteplici e si protrassero per diversi anni, fino a quando mio padre non se ne accorse e ci allontanò. Come se l’unico modo per frenare il tutto fosse distaccarmi da quello che ad oggi, sebbene mi renda conto che meriti il dissenso di molti, mi sento di definire il mio migliore amico del tempo.

Nel frattempo stavo frequentando il mio primo ragazzo. B. era più grande di me, aveva 19 anni. Guardando indietro ho sempre ritenuto di essere stata abbastanza precoce all’epoca e ciò stona a con quello che ero: una 14enne un po’ atipica probabilmente. Mi sentivo ancora infinitamente piccola e non ho mai avuto voglia di crescere. Ignoravo come ci si comportasse con i ragazzi, non sapevo nulla sul sesso e non mi interessava entrare nel mondo degli adulti. Mi faceva quasi paura.
La prima persona a formarmi nella teoria e nella pratica, fu C., la mia migliore amica del tempo. Fu lei a rivelarmi tutto quello che sapeva e, di tanto in tanto quando eravamo sole, si soffermava a simulare le “cose dei grandi”, prendendo me come cavia. Anche quello fu umiliante, anche sentire addosso a me il peso di una ragazzina che mi bloccava i polsi e giocava “a fare l’uomo”, ignorando le mie continue esortazioni a smetterla. Non riuscivo a capire il perché tutti, di punto in bianco, fossero impazziti.
Poi con B., quasi a ruota, lo feci anche io.

Solo ora inizio a rendermi conto però, di come tutto non avvenne spinta dal desiderio di conoscere e conoscermi, o dalla voglia di fare qualcosa di “proibito”. Volevo rimanere la bambina che ero, ma volevo anche mettere dei pali. Le sue mani addosso mi stavano bene perché finalmente non lo sentivo come qualcosa di sbagliato. Volevo che fossero le sue, come se questo potesse azzerare le altre.
Arrivai presto a stancarmene quando iniziarono a entrare sotto i vestiti o dove non volevo. Anche in quegli sporadici casi, applicai le regole di sopravvivenza che avevo studiato. Prima fra tutte: sopportare.
Imparai come ci si muove sopra un ragazzo e come farmi toccare, sebbene non andammo mai davvero oltre. Per me quello era tutto ciò che c’era da sapere e allora io lo potevo accettare.

A 15 anni arrivò M. e mi spiegò che in realtà c’era molto altro. Mi mostrò tutto un altro mondo in cui ancora non mi sentivo pronta ad entrare. Non volevo fare quelle cose. Davvero, io non volevo.
Il mio primo contatto diretto col sesso maschile fu una forzatura. Continuavo a dire no, che non ero pronta, ma non riuscivo ad andare oltre, non riuscivo ad andare via. Ricordo le sue mani sulle mie spalle e la pressione che mi portò ad accovacciarmi a terra. Ricordo i vani tentativi di rialzarmi per poi trovarmi nuovamente a guardarlo dal basso. Ricordo di essermi scontrata per la prima volta con una forza diversa dalla mia, che si imponeva su una volontà fin troppo pieghevole. Nuovamente, inerme e pressata al pavimento, feci quello che dall’alto mi indicava di fare.
Gli dissi che non volevo che mi venisse in bocca, solo quello, ma lui lo fece lo stesso.
Fu umiliante, ma non voglio apparire come una vittima. Non mi fece né schifo, né tanto meno posso dire di essere stata costretta. Avrei potuto alzarmi e rispondere con la forza anche io, avrei potuto mostrare un minimo di decisione in più, avrei potuto alzare la voce, ma non feci nulla di tutto questo. I miei “no” erano detti ad occhi bassi, la mia riluttanza fu scambiata per indecisione. Lui stronzo, indubbiamente, ma io debole. È questo che non posso perdonarmi.

Non considero quel giorno come la volta in cui persi la verginità per una serie di motivazioni, ma ci sono andata vicino.
Ormai avevo imparato perfettamente come toccare un ragazzo e come farmi toccare anche da sotto i vestiti. Provavo un iniziale fastidio, che poi lasciò il posto a un lieve piacere, anche se non era paragonabile al suo. Immaginavo di non essere semplicemente ancora pronta per l’orgasmo.
Avevo capito che la cosa migliore era quella di prendere le redini. Diventando attiva la voglia dell’altro di possedere il mio corpo passava in secondo piano. Fu così, fu quasi sempre così.
Lui però voleva di più e me lo ripeteva ogni giorno. A mala pena sapevo come funzionasse il sesso e non mi andava di sperimentarlo. Le liti erano molteplici e i miei “no” iniziarono a farsi sentire. Finché un giorno, in uno squallido bagno di una scuola abbandonata, rispose ai miei continui rifiuti con una frase che non credo dimenticherò facilmente: “non sei più una bambina”. Me lo disse con una leggerezza tale, quasi come a volersi prendere gioco di me, che provai forse per la prima volta imbarazzo per quello che ero. Avevo 15 anni e avevo tutto il diritto di sentirmi piccola. A quelle parole però sentii la stessa sensazione sperimentata tre anni prima su quel letto.
Acconsentii.
Non esistono giustificazioni per la mia scelta. In quel momento però, se quello significava crescere, io l’avrei fatto.
Era sporco e a malapena ci entravamo entrambi. Mi fece piegare e iniziò a spingere. Guardavo le mattonelle rotte, le macchie sui muri, guardavo il gabinetto impolverato appena sotto di me e mi trattenevo dal non vomitare. Cercavo di pensare ad altro, sapevo che solo così sarebbe passato in fretta e senza storie. Il dolore fu atroce e nonostante i miei lamenti mi disse di non fare rumore e sopportare. Non riuscì ad entrare e venne poco dopo nel preservativo. Nella mia sfiga, un colpo di culo.

Sul pullman un signore sulla quarantina poggiò ripetutamente il suo membro, a turni, dietro di me ed un’altra mia amica. Ci misi un po’ a capire che l’autobus era praticamente vuoto e non era un caso ritrovare un uomo attaccato alle nostre spalle. Non appena realizzai, non appena mi accorsi della sua eccitazione e del modo in cui muoveva il bacino strofinandosi a me, impallidii e strinsi gli occhi.
In realtà iniziavo a provare indifferenza per questi eventi. Oltre al disgusto, oltre la nausea momentanea, non mi scalfivano più. Scendemmo alla prima fermata possibile e, almeno per me, nel momento in cui poggiai i piedi sull’asfalto era tutto finito. Un ennesimo evento da archiviare, nulla di più. Fu vedere lei tremare però, a lasciarmi una strana sensazione addosso. Mi era difficile persino provare a capirla. Cosa mi prendeva? Avrei dovuto calmarla, ma non lo feci. Ignorai completamente l’accaduto e non ne parlammo mai più. Ad oggi, quasi mi vergogno della scarsa empatia mostrata in quell’occasione.

Non voglio che la mia storia diventi un repertorio passivo di eventi. Non ho intenzione di elencare tutte quelle volte in cui, unica colpa il mio sesso, dovetti sopportare sguardi indiscreti, commenti spiacevoli, fischi per strada, urla o versi provenienti da finestrini abbassati di qualche auto in corsa. Non voglio raccontare delle proposte sconce avanzate in giro da signori in età inoltrata, dei loro sorrisi canzonatori in risposta alla mia ritrosia, delle toccate furtive di ragazzi e uomini sconosciuti.
Sono una ragazza anch’io, sono una donna, e nonostante il numero di molestie ed eventi spiacevoli, io mi sento fortunata.
È triste dirlo ma è così.

Racconterò invece di quegli episodi che mi hanno segnata un po’ di più. Di tutta la fiducia riversata su altri e poi infranta come stoviglie di poco valore. Di tutte quelle volte in cui, tornando a casa, finalmente sola, ho dato la colpa nient’altro che a me stessa per errori altrui.
T. era un mio compagno di classe e dal secondo anno in poi dimostrò di provare un interesse particolare verso di me.
Un giorno all’ultima ora, seduti uno accanto all’altro durante la lezione di arte, prese la mia mano e la poggiò sulla sua erezione. Potevo fare mille cose, potevo reagire, ma in nome di quella mia solita remissività, non la tolsi. Mi paralizzai guardando fisso la lavagna vuota. Premeva la mia mano sempre più forte in mezzo alle sue gambe. La voce del professore passò in secondo piano. Sentivo tutto quanto, ogni singola pulsazione, ogni singolo respiro e tremavo. Temevo le facce degli altri, temevo che si girassero e guardassero quello che stavo facendo, temevo i loro commenti o qualunque cosa avrebbero potuto dire. Di nuovo il caldo, di nuovo i brividi, di nuovo i mille “resisti” che mi riempivano la testa.
Fu solo uno dei numerosi eventi. Anche lui arrivò a mettermi le mani addosso, o ovunque avesse modo di arrivare durante le lezioni o i momenti vuoti. Mi scriveva spesso, mi chiedeva di vederci privatamente, mi mandava foto di quando mi pensava.
Per la prima volta, con G., sperimentai un tipo di insistenza diverso. Non appena mi vedeva poco più decisa, non appena gli dicevo di smetterla, non appena trovai il coraggio di bloccargli le mani e impormi con quel po’ di forza che avevo, arrivava letteralmente a implorarmi e la cosa sembrava eccitarlo ancora di più. Mostrava un’insistenza malata, mentre avanzava quelle mani dietro la mia schiena e cercava una via verso il basso. Il tono di voce un più fermo, le spinte atte a tenerlo lontano, era come se suscitassero l’effetto contrario.
Mi chiesi perché alle altre non succedeva, mi chiesi cosa facessi io di sbagliato, mi chiesi come mai per me era così difficile impormi. Dubitai perfino di me stessa. Forse mi piaceva e non volevo ammetterlo, forse dovevo lasciarmi andare, forse li attiravo io con i miei modi di fare e allora me lo meritavo. Le pensai davvero tutte, ma non riuscivo a darmi risposte.

Non voglio fare della totalità delle mie esperienze un dramma. Le relazioni successive mi permisero di rivalutare gli altri sotto questi aspetti. C’era a chi interessava cosa avevo da dire, ci fu chi con pazienza attese l’attenuarsi di ogni mia minima insicurezza, a chi bastava un niente per leggere la mia titubanza. Iniziai ad interessarmi spontaneamente alla sessualità. Tutto però ad una condizione: dovevo essere toccata poco e quanto volevo. Non considerai mai la mia incapacità di raggiungere l’orgasmo se non da sola, un vero problema. Solo io potevo sapere come volermi bene d’altronde.
A lungo andare però, mi rendevo conto che questo portava ad incrinare ogni rapporto, diventando io stessa fonte di insicurezza per chi mi stava vicino.

Al cinema con R. e la sua sorellina, lui mise la mano in mezzo alle mie gambe durante la proiezione del film. Anche in quel caso la mia risposta fu l’accettazione totale e passiva.
La piccola mi guardò e iniziò a fare commenti sulla mia faccia e sul cambio di espressione improvviso. Non capiva, non poteva capire. Le sembravo triste, non faceva che ripeterlo, ed io non riuscivo a rispondere, non riuscivo neanche a parlare. Non me l’aspettavo, non da lui, non lì.
Non smise. Anche vedendomi pietrificata, anche sentendo le parole di lei, continuò a muovere quelle dita come se non aspettasse altro da una vita intera.
Con lui fu come toccare il fondo.
Aveva capito, disse. La mia amicizia valeva più di ogni altra cosa. Eppure il giorno del mio compleanno provò a mettere le mani sotto la mia camicia. Riuscì a sfiorarmi il seno prima che trovassi il tempo di divincolarmi. Anche quella volta ogni segno di rifiuto venne ignorato. Anche lui alla mia riluttanza prese a implorarmi, a pregarmi. Sentivo la sua voce
rotta, percepivo tutto il suo fervore, tutta la sua voglia. Tentò di abbassarmi i pantaloni finché, come ultima spiaggia alla quale ancorarmi, non scoppiai in lacrime.
Il fondo lo avevo già toccato da un pezzo, ed eravamo sepolti sotto chilometri di sabbia.

Non entrerò nei dettagli, non qui. Ho scritto tutta una storia a parte su di lei e penso che rimarrà a vita tra le note del cellulare. Non ho ancora pienamente accettato la cosa, questo è tutto. Il suo però, fu probabilmente tra i peggiori tipi di insistenza mai sperimentati, sia fisica che psicologica, probabilmente per via del tipo di rapporto.
P. è la mia attuale migliore amica, dai tempi delle superiori. Lesbica conclamata e felicemente fidanzata.
Non sono sempre gli uomini il problema, volevo sottolineare solo questo. Non credo di avere altro da dire al riguardo.

Da un paio di anni a questa parte, un mio cugino parecchio più piccolo di me ha iniziato a emulare le cose che faceva l’altro anni prima. L’ho sentito letteralmente strofinarsi addosso alla mia schiena fino a raggiungere l’orgasmo, sono sicura che l’abbia fatto. Gli anni sono passati ma le regole non sono cambiate. Lentamente, poi l’insistenza, la foga, gli affanni e dopo il nulla. Ma sta volta, quando subentrò il nulla, mi sono sentita morire dentro. Nessun sollievo è arrivato in mio soccorso.
Un bambino che avevo visto nascere, un affetto così puro trasformato in repulsione.
Dopo quell’evento, sono riuscita a gestire meglio la situazione rispetto al passato, considerando che la differenza d’età in questo caso ha aiutato parecchio. Ma è davvero difficile, è ancora difficile.
Questa volta ho deciso spontaneamente di chiedere aiuto ai miei genitori.
Vedremo come si evolverà.

Ho 20 anni, devo iniziare il terzo anno di università, ho una vita felice. Spero davvero di essere capita. Spero inoltre, che perdoniate la mia debolezza, anche se la prima a farlo dovrei essere io.
Chiedo di rimanere anonima e, se possibile, di cancellare questo post fra un paio di giorni. Non vorrei che rimanesse, non vorrei che qualcuno che conosco possa leggere. Per quanto sia improbabile, non voglio che qualcuno capisca chi si nasconde dietro a questo post. Non ancora.
Vorrei solo un confronto, uno scambio di idee, leggere e leggervi.

Per chi è arrivato fino a qui, grazie.»

 

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2 pensieri riguardo “La sessualità imparata sulla mia pelle”

  1. Ti volevo dire che la tua debolezza non autorizza nessuno ad approfittarsi di te, in nessun caso.
    Poi ti sei chiesta come mai queste cose sembra accadano solo o prevalentemente a te. Posso azzardare qualche ipotesi non conoscendo il contesto in cui tutte queste violenze sono avvenute (l’ambiente conta molto, e più è degradato e peggio è). Forse hai un corpo che attrae particolarmente l’attenzione (sessuale) altrui (e dicendo questo certo non sto giustificando nessuno delle azioni riprovevoli che compie). Oppure potrebbe anche essere che le persone percepiscano nitidamente questa tua debolezza, che è l’ipotesi per cui propendo maggiormente.
    In ogni caso ricorda che se un* nasce debole non è destinato a esserlo per forza tutta la vita. Vorrei esserci nel momento in cui darai a qualcuno quel che si merita…
    Forza e coraggio. Non ti abbattere..

  2. Ciao, la tua storia è toccante e il modo in cui lo racconti è nitido, a fuoco e consapevole, tanto che mi ha stupito leggere che hai solo 20 anni.
    Mi spiace contraddire il commento precedente ma sono convinto che nessun* nasce debole. Nessun* nasce remissivo. Secondo me è un preconcetto che imbriglia le persone, che le costringe a credere che quella è la loro natura e il loro destino. Non è vero. Sei giovane, non cascarci e non sprecare la tua vita aspettando il prossimo predatore.
    Secondo me potresti entrare in un centro antiviolenza e chiedere di consigliarti qualche psicoterapeuta esperto in esperienze traumatiche (che detta così sembra spaventoso ma non lo è) per scoprire cosa ti lega realmente le braccia. Appena ti senti pronta ma credo sia importante.
    Secondo me hai modo di rompere questa catena, questo ruolo di “debole” quando invece hai più forza di tante altre persone.

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