Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Recensioni

Cari uomini, io so che le donne libere vi fanno paura

Vorrei parlare della paura, quella che ti hanno educata a provare dicendoti che devi essere prudente, non devi andare in giro la notte e che se ti succede qualcosa è perché hai evitato di tenerne conto giacché sei tu quella che eventualmente se la cerca. E raramente senti qualcuno che dice ai futuri uomini che non dovranno mai violare lo spazio e la libertà delle donne, che mai dovranno usare lo strumento della paura per trarne potere, che mai dovranno intimidire, minacciare, usare, consumare i corpi e le vite delle donne.

C’è la paura di essere violata e poi c’è quella di non essere creduta, di dover subire un processo che ti giudicherà colpevole anche se vittima. C’è la paura che ti rende inabile ad alzare la testa ed esigere qualcosa per te stessa. C’è quella che ti obbliga a nasconderti, a renderti invisibile, perché altrimenti la pagherai cara.

D’altro canto tutte le minacce subite, quel che ci viene tolto, è segno del fatto che certi uomini provano terrore della nostra libertà, temono di perdere il potere. Hanno una fottuta paura della nostra ribellione, paura di sentirsi piccoli e inutili senza poter tenere in mano il lembo di tessuto che usano per legarci. Ci sono narrazioni, storie di donne che si raccontano, che mi suscitano rabbia e disgusto. Allo stesso tempo quella rabbia diventa strumento di liberazione, diventa voglia di reagire ed è per questo che la parola è importante e che i paurosi uomini vorrebbero condannarci al silenzio.

Provo a dirvi attraverso la descrizione di alcune storie narrate in video che vi suggerisco di vedere.

Unbelievable è una serie televisiva tratta da fatti reali che sono stati riassunti e svelati sul sito ProPublica. Provo a spoilerare il meno possibile: la storia è costruita attorno a Marie. Una ragazza dall’infanzia complicatissima, sopravvissuta al sistema di affidi e istituti, viene stuprata, di notte, da uno sconosciuto, in casa propria, mentre dorme nel proprio letto. La sua denuncia resta inascoltata, anzi le viene imputato il reato di falsa testimonianza, fintanto che in un altro Stato due detective in gamba non scoprono che si tratta di uno stupratore seriale e da lì vediamo la difficoltà di arrivare alla verità e soprattutto di trattare le donne che denunciano con il rispetto che è a loro dovuto.

La terza stagione della serie Broadchurch racconta di uno stupro subito – nel corso di una festa – da una donna ubriaca che fin dal primo momento resiste al trattamento che le viene riservato. Ottimi gli investigatori e meno ottimi gli amici, la storia lascia emergere tutti gli stereotipi peggiori attraverso la cui lente si deforma la denuncia di uno stupro. La serie è educativa, spiega come dovrebbero comportarsi le forze dell’ordine, quel che si dovrebbe fare per incoraggiare e assistere una vittima di stupro e mette in evidenza, senza paternalismo, il ruolo fondamentale della sorellanza per sconfiggere la paura e riappropriarsi degli spazi pubblici.

The Kitchen è un film che racconta la storia di tre donne i cui coniugi – tutti fratelli – ad un certo punto della loro carriera criminale vengono rinchiusi in carcere. Le tre donne restano senza mezzi di sussistenza e si appropriano di un sistema di “sostegno” e “protezione” dei commercianti e lavoratori del quartiere imparando a proprie spese quel che significa tentare di acquisire potere di autogestione in un mondo di uomini presi ad autocommiserarsi e a dare sfogo alla violenza (domestica) sulle donne. Le tre donne assumono prestigio e per quanto il contesto sia opinabile in ogni gesto e parola esse esprimono la necessità di non dipendere più da nessuno. Di trovare strumenti per raggiungere un qualche livello di autonomia. Quello che succede alle tre donne, a partire dall’ostracismo della suocera che le avrebbe preferite poverissime piuttosto che vederle a scegliere innanzitutto di lasciare i mariti e andare per la propria strada, è significativo e mostra quanto sia terribile la paura degli uomini e la loro vendetta.

Infine Light of My Life è un film post apocalittico, più o meno, costruito attorno alle vite di due persone, padre e figlia. La narrazione è tenera e secondo me bellissima. C’è una descrizione delle cose umane senza ricorrere agli stereotipi trash tipici di questo genere. Una malattia che colpisce solo le donne decima la popolazione e quel che non fa la malattia lo fanno gli uomini terrorizzati i quali ne approfittano per prendere il controllo su tutte quante. Le sopravvissute vengono rinchiuse in bunker e usate a seconda della necessità degli uomini messi lì a sorvegliarle. Tutto questo fa da sfondo ad una bellissima storia d’amore tra un padre responsabile e una bambina immune che è costretta a travestirsi da ragazzo per sfuggire alla folle crudeltà degli uomini.

Quello che è fondamentale cogliere, a mio avviso, è l’indignazione e la rabbia ribelle che queste immagini stimolano in noi, perché ad ogni parola scritta o detta corrisponde il risveglio di una o più coscienze. Alla fine di ogni visione chiedetevi cosa avete provato. Io ho provato rabbia e voglia di spaccare il mondo. Nessuna paura, perché liberare le storie libera anche noi (ecco perché è così importante per noi raccontarci). Chiedete ad un uomo cosa ha provato dopo avere visto e ascoltato. In qualche caso, per fortuna sempre meno, è lui quello che ha paura. Talmente paura da fare recensioni maschiliste, petizioni per il ritiro di pellicole e bugie che proteggono gli omertosi, i negazionisti, quelli che vivono nel terrore di perdere briciole di potere su di noi.

Ed infine ecco il punto. Noi dobbiamo imparare a non avere paura. La stessa cosa vale per gli uomini, seppur in modo diverso. Dovremmo spiegarlo a tutti. Non dovete avere paura della nostra libertà. E non ditemi che non avete paura perché io so che tra noi, me donna e te uomo, sei tu che hai più paura. Le donne combattono ogni giorno. Invece tu, dimmi, quali rivoluzioni hai fatto per evolverti da uomo delle caverne a persona degna di rispetto?

 

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