La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Stupro di gruppo per me e la mia ragazza. Con complimenti alla mia pelle pallida

Lei scrive:

Ho la pelle chiarissima. Al mare prendevo grandi scottature anche con creme a protezione totale e il giorno dopo ero di nuovo bianchissima. L’unico accenno di abbronzatura che restava era qualche strato di pelle arrossata a chiazze. Non è vitiliggine, per fortuna. E’ che sono proprio così. Quindi per andare a fare un bagno dovevo aspettare le ore serali e quando uscivo tanti erano soliti commentare con aggettivi come “fantasma” “malata” “morticia addams” (peraltro bellissima). Ma il punto non è che il mio biancore mi infastidisce e di certo non sto qui a recriminare il mio pallore come forma di razzismo inverso (che non esiste). Non oserei mai paragonare le offese che ricevo a quelle che ricevono le donne di pelle scura. Quello che volevo sottolineare però è che la scurezza dell’abbronzatura, o comunque vogliate chiamarla, è diventata modello di bellezza. Mentre forme di pessimo colonialismo invitano le donne nere a sbiancare la loro pelle gli incoerenti invitano le donne di pelle chiara a scurirla. Come la mettiamo con questa contraddizione? Ma a parte tutto questo volevo raccontare quello che mi è successo un pomeriggio e la sera successiva mentre, protettissima, cappello e copricostume a maniche lunghe, passeggiavo in riva al mare.

Quando andavo in spiaggia vedevo donne di tante forme e larghezze o magre o alte o basse, di tutte le misure e colori. Questo mi rincuorava. Pensavo che data l’eterogeneità delle presenze di corpi io avrei dovuto sentirmi meglio ma non era così. Per tutti ero e sono pallida e dunque malaticcia anche se sono perfettamente sana. Un’amica mi consigliò di fare qualche tatuaggio ma avevo paura degli aghi e non sopportavo il dolore. Niente da fare. Dunque il pallore era una mia scelta, una mia conclusione, una colpa. Ho conosciuto un ragazzo che pratica dominazione e mi sono riscoperta felicemente disponibile fino a quando non ho capito che gli piacevo perché i lividi sulla mia pelle restavano visibili a lungo. Le impronte della sua mano non andavano via se non dopo qualche giorno. Lasciatemi spiegare. Sarebbe ottimo così se non mi sentissi comunque stigmatizzata per il colore della mia pelle. Quindi ho smesso. Poi ho conosciuto una donna, straordinaria e serena, che con un pennarello si è divertita a tracciare le vene visibili, ogni segno rivelato della mia pelle. Stavo bene con lei. Ci starei ancora non fosse che un pomeriggio, al mare, come dicevo, mi si avvicinano due ragazzi del paese. Li conosco e loro mi conoscono fin dall’asilo. Conoscevano anche la mia ragazza e con insistenza ci hanno invitate ad una serata con cibo, roba da bere e musica a casa loro.

La chiamo e lei dice che non si fida molto ma io insisto. Mi pare una bella cosa per due motivi: finalmente non vengo esclusa perché pallida e poi posso socializzare la mia relazione con lei. E’ bello che gli altri lo accettino e che mi vogliano invitare insieme a lei. Avrei dovuto ascoltarla. Invece.

Sono arrivata per prima e c’era da mangiare e da bere e un po’ di amici. Tutti maschi. Mi dicono che le altre sono in ritardo e che aspettiamo per mangiare insieme. Nel frattempo arriva lei e dopo un minuto mi dice di andare via. Le dico che è paranoica e lei ripete che ha una brutta sensazione. Ad un certo punto ci portano i piatti pieni e poi del vino e così la serata comincia. Si parla, si ride, ma non arriva nessun’altra. Era una festa sbilanciata ma chi se ne frega. Era la prima volta che mi invitavano e io non volevo offendere nessuno. Dopo circa un’ora comincia un tizio un po’ ubriaco a fare l’insolente. Ci chiede come facciamo sesso e se può partecipare. Rispondo scherzando e che non gli conviene. Si sentirebbe un intruso. Ma lui insiste e poi si associa un altro. Siamo quasi in riva al mare, prendo lei per mano e la trascino in acqua. Forse il diversivo gelerà le battute sessiste. Mi piace stare in acqua e soffro perché non posso starci alla luce del sole. Faccio una nuotata e la lascio indietro. Poi, dietro di me, emerge la testa di uno dei ragazzi che mi avevano invitato. Dice che la mia pelle riflette il colore della luna. Mi pare un complimento. Si avvicina e tenta di stringermi ma lo caccio via ridendo e gli dico che è ubriaco. Lei non so dov’è finita. Non la vedo. Deve essere uscita dall’acqua. Poi la sento urlare. La casa è isolata, attorno non vedo nessuno. Non c’è una luce accesa e la musica è alta e per i passanti confonde gli urli. Faccio per uscire dall’acqua e il tipo mi dice di aspettare che poi toccherà anche a me. Non devo avere fretta, dice.

Io corro e lui dietro. Mi fa cadere e poi siede sopra di me e mi blocca le mani. Chiamo il nome della mia ragazza ma non sento nessuna risposta. Lui dice: “vedi? se la sta godendo…”. Poi comincia a toccarmi e mi dice che agli altri io non piaccio perché sono strana, troppo chiara e troppo magra, ma la mia ragazza è proprio bona. Speravano da sempre di poter fare qualcosa con lei pur sapendo che è lesbica. Agli altri non piaccio, e io quasi mi offendo, ricordo di essermi sentita offesa, come se aver scelto lei per uno stupro di gruppo fosse stato un complimento. Ma lui, quello che mi bloccava le mani, invece aveva un debole per me. Gli piacevano pallide, così ha detto, e senza finire la frase mi tira via la mutanda del costume e comincia a stringere con le dita. Stringe forte, mi fa male. Non capisco cosa sta facendo. Poi spiega che a lui le entrate piacciono piccole e che compie quel rito ogni volta. Stringe e lui invece si allarga. Vedo il suo pene eretto che spunta dal costume. E’ pronto. Si stende sopra di me e mi sussurra qualcosa all’orecchio. Dice che mi piacerà e che lo sa che avevo una cotta per lui. Parla di quando stavo alle medie. Non lo ricordavo neanche più. Non ricordavo com’era la sua faccia se non l’avessi incontrato quel giorno.

Lui steso, sopra di me, cercava la via stretta da varcare. Non riesco più a dire o a fare niente. Salvo qualche lamento che lui avrà scambiato per un gemito. Non mi ha fatto “male”, non mi ha ferito, fisicamente intendo. Allora perché stavo così male? Perché quella nausea? Mentre premeva schiacciava la mia pancia e io avevo mangiato e bevuto da poco. Ho vomitato e ingoiato il mio stesso vomito. Continuava a dire che la mia pelle così chiara lo affascinava. Che una donna dovrebbe essere sempre così, apparire un po’ sofferente, candida, luminosa sotto la luna. Di luminoso io invece riuscii a vedere solo la luce di un telefonino che ci filmava. Erano in due e ridevano. Dicevano di aver fatto un bel film anche alla mia ragazza. Ho aspettato che lui finisse. Poi mi sono alzata in fretta, lasciando le mutande lì e sono andata verso la casa per cercare lei. Invece trovo un altro del gruppo che dice che l’hanno riaccompagnata a casa perché non stava bene. Allora prendo il mio telefono e cerco di chiamarla. Non risponde. Chiedo se le hanno fatto del male. “Era un po’ ubriaca ma stava bene… non preoccuparti”. Ma ero preoccupata e mi sentivo colpevole. Molto colpevole. Carico le mie cose e anche quelle che ha lasciato lei e vado verso la macchina. Uno mi dice che potrei concludere “in bellezza” anche con gli altri. “Ma no” – dice l’altro – “non vedi come è pallida? sembra una morta… mi fa schifo”.

Scappo, continuo a chiamarla e lo faccio per giorni. Si nega a casa, non la vedo in giro, la madre dice che è partita. E’ tornata all’università. Ma le lezioni cominciano tra un mese. Dunque è scappata. Via da loro, via da me. Le mando messaggi, chiedo se vuole che denunciamo. Lei blocca il mio numero. Più chiaro di così. E io mi sento sola e colpevole. Quando ricevo il mio video per messaggio da parte del mio stupratore mi ammalo sul serio. Blocco i profili social, blocco il telefono, spengo tutto. Spero solo che finisca e che tutto torni come prima, con lei che disegnava i miei tratti sulla pelle. Con la sua tenerezza e il suo amore. Il video gira per chat. Lo vede mio zio e mi dice che devo denunciare. Gli dico che non voglio coinvolgere la mia oramai ex ragazza. Che lei aveva messo un punto a tutto ed era scappata. Non voglio costringerla a testimoniare e da quel video non si sente un urlo, io non dico no, sono zitta, immobile e sveglia. Non posso dimostrare niente. Siamo solo due zoccole che hanno partecipato ad un festino con annessa orgia assieme a dei ragazzi. In giro sanno che è stato consensuale. Qualcuno si chiede come abbiano avuto il coraggio di scopare una brutta e trasparente come me. Dovrei specificare che solo uno mi ha stuprata, per salvaguardare la reputazione degli altri ragazzi. In ogni caso nessun giudizio di condanna nei loro confronti.

Se solo io e lei ci fossimo anche solo tenute per mano in spiaggia ci avrebbero di sicuro denunciate per atti osceni in luogo pubblico. Se invece alcuni ragazzi pigliano e stuprano due ragazze loro sono quelli fighi e noi le troie.

Lui mi telefona, dice che ha sentito cose e che se lo denuncio lui denuncia me. Dice che non è stato lui a fare il video e a diffonderlo e che però possono farlo girare su internet e renderlo più visibile. Mi ricatta e poi mi dice che ricorda ancora quella notte e che quando mi pensa si masturba. Che se voglio possiamo rifarlo. Gli chiudo il telefono in faccia. Cerco ancora lei e infine so che là, nella città in cui era fuggita, era finita in ospedale perché ha tentato il suicidio. Mi hanno detto di non farmi vedere, di non andarla a trovare e i suoi, oramai informati di tutto, mi hanno urlato che è stata tutta colpa mia e che di me non vogliono più sentir parlare. Poi è arrivata la mia depressione. Non sono andata più al mare, né di giorno né con il tramonto. E sì, ho deciso di fare un po’ di tatuaggi. Ne ho fatti tre, stringendo i denti per il dolore, per espiare la colpa del male fatto a lei. Uno lungo una gamba, l’altro su un braccio e uno, grande e visibile che dalla schiena sfuma sull’addome. Non sono più candida. Non lo sono più. Sperando di non incontrare ancora uno stupratore dai gusti pallidi.

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