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E’ ora di parlare di abilismo nei centri sociali

di Gruppo Jump – Oltre tutte le barriere

«Chi commette delle violenze non ne è per forza cosciente, infatti questi meccanismi si fondano spesso su privilegi visti come legittimi, basati su schemi introiettati presenti nella società in generale».

La frase (pescata da “Lavomatic – laviamo i panni sporchi in pubblico”), si riferisce alla violenza di genere, in particolare a quella presente nel movimento antiautoritario. Il fascicoletto prosegue con esempi più o meno provocatori del concetto di violenza («quando qualcuno/uno sbirro ti chiede di stringere la mano al tuo violentatore per riconciliarsi, è violento») e del suo rapporto con il privilegio. Uno di questi esempi mi ha stupito.

«Ci sono violenze che non riusciamo nemmeno a riconoscere come tali, tanto esse sono normali ai nostri occhi, e altre che identifichiamo immediatamente appena le vediamo, che spesso sono reazioni a violenze non riconosciute.

Per esempio non troviamo violento che una persona sulla sedia a rotelle abbia un accesso molto limitato a spazi pubblicia causa della presenza costante di scale e gradini. Per contro una persona sulla sedia a rotelle che si arrabbia, che grida, insulta dei commercianti, sabota, rompe beni pubblici o privati in segno di protesta o perché ne ha le tasche piene, sarà etichettata come violenta. […]

Queste violenze, alle quali siamo purtroppo talmente abituate-i, sono considerate “normali”, banali, le vediamo, le viviamo e le infliggiamo ogni giorno. Più facciamo parte della classe dominante più ci è stato insegnato a perpetuarle, più facciamo parte della classe dominata e più ci è stato insegnato a subirle».

Dei tanti tipi di violenza, quella contro le persone con disabilità è tra le più invisibili. Non solo non è argomento di narrazione, manifestazione e lotta, ma spesso nemmeno la percepiamo e, quindi, non la riconosciamo e, se qualcuno ce la fa notare, la giustifichiamo – raddoppiando così i livelli di violenza: non mi limito a discriminarti, ma sminuisco la tua esperienza. Mi arrogo il diritto di decidere io, dall’alto del mio privilegio, qual è il grado di libertà che può esserti concesso.

Eppure contro le persone con disabilità si agisce una violenza quotidiana, completamente sdoganata e normalizzata, che ferisce i livelli più intimi e basilari della libertà umana. Immaginate di applicarla ad altre categorie sociali – o, se volete osare, a voi stessi – e chiedetevi se non ci sarebbe da scendere in piazza tipo adesso.

Alle persone in carrozzina viene impedito di uscire di casa da sole, ad esempio vietando di porre una rampa fuori dal portone del condominio perché la sovrintendenza, oltre a gingillarsi proteggendo i graffiti di Xm24, ritiene che le rampe rovinino l’estetica dei portici – e cosa ci frega della libertà quando possiamo avere la bellezza. Se occupi un immobile magari alla fine strappi una convenzione e comunque porti la gente a manifestare, mentre se occupi un metro quadro di marciapiede con una rampa non autorizzata scattano migliaia di euro di multa (chiedete all’Altro Spazio com’è andata). E, quel che è peggio, sei da sol* a lottare.

O ancora: alle persone con disabilità motoria viene impedito di attraversare gli spazi che desiderano, di scegliere liberamente come trascorrere una serata, dove e con chi bersi una birra, perché solo una piccola quota dei locali e degli eventi sono pensati per essere accessibili.

Chi poi ha bisogno di assistenza per gli atti quotidiani, ad esempio alzarsi dal letto o mangiare, viene costretto a vivere coi genitori finché campano (non importa se li odi, se ti picchiano, se sei lgbt e vuoi solo scappare) e poi a trasferirsi in una struttura residenziale, perché il nostro sistema di welfare non ti dà i soldi per la cosiddetta “vita indipendente”, cioè per assumere un assistente personale, come avviene invece in altri paesi. E se ci lamentiamo perché è impossibile pagare una singola a 450 euro, riusciamo a immaginare com’è cercare una stanza che sia anche accessibile e poi aggiungere all’affitto quei 2000 euro al mese necessari ad assumere un paio di assistenti?

Quanto sopra riguarda in primis le istituzioni. Ma l’obiettivo di questo articolo è sollevare una domanda: collettivi e centri sociali sanno fare meglio? Ad esempio, quando si lotta per occupare o ottenere uno spazio, si pretende uno spazio che sarà liberamente attraversabile da tutt*, o solo da alcuni, solo dagli “abili”? L’accessibilità è considerata un requisito imprescindibile o secondario?

Interrogarsi su questo significa provare a far luce su forme di violenza, nell’accezione sopra descritta, che normalmente passano inosservate. Quanta violenza contro le persone con disabilità viene ordinariamente perpetrata attraverso scelte apparentemente neutre? Qualche esempio:

  • E’ violento lasciare qualcuno fuori da una festa o da una riunione perché il luogo è inaccessibile.
  • E’ violento definire uno spazio come “libero” o “di tutti” se invece qualcuno ne resta escluso per via dell’inaccessibilità.
  • E’ violento stabilire, da una posizione di privilegio, in quali spazi una persona con disabilità è ammessa, e in quali no. Ad esempio: tu puoi stare solo al piano terra, noi andiamo di sopra.
  • E’ violento obbligare una persona a parlare pubblicamente del fatto che deve andare in bagno.
  • E’ violento decidere cosa una persona dovrebbe fare col proprio corpo, ad esempio dando per scontato che debba accettare di essere sollevata di peso, spostata, toccata da estranei per poter superare una barriera architettonica.
  • E’ violento costringere una persona a non bere a una festa o a lasciare un evento in anticipo perché deve andare in bagno, non fornendo un bagno pulito e accessibile alle persone con disabilità.
  • E’ violento dire a una persona che se vuole l’accessibilità in un centro sociale deve spendere il proprio tempo per ottenerla. Immaginate di dire a un senegalese “è normale che siamo razzisti, dato che non sei venuto alle nostre assemblee per educarci”. Una persona con disabilità lotta già 24 ore al giorno su tutti i fronti: se ce la fa vi aiuta, ma non è un dovere.

C’è una parola specifica per descrivere questo tipo di violenza, ed è abilismo. Tutte le discriminazioni abiliste discendono da una medesima falsa credenza: che la “normalità” sia quella delle persone “abili” e che dunque sia scontato costruire una società solamente in base ai loro bisogni. E invece, spoiler: la disabilità fa parte del mondo, della varietà umana con cui capita di avere a che fare, al pari di donne, migranti, grassi, anziani, mamme, papà, bambini, poveri, precari, eccetera.

Se mentre leggi questo articolo ti è scattata nella mente una vocina giustificazionista – tipo: beh ma è normale, se sei disabile per forza hai delle limitazioni, non puoi pretendere di vivere come gli altri, ci vogliono troppi soldi per cambiare le cose – non ti preoccupare: sei in buona compagnia. Come tutt*, hai ricevuto un’educazione abilista, hai imparato che il problema è di chi ha la disabilità, non della società. Che è un po’ come dire a una donna: se ti pagano meno è perché sei meno intelligente in quanto donna, se ti stuprano è perché porti la minigonna.

Eppure questo paradigma è stato da tempo superato: nel silenzio della storia mainstream, ci sono persone con disabilità che, con le loro lotte (sì: anche loro hanno bloccato le strade e si sono fatti arrestare, pure se nessuno lo sa), da ormai 60 anni hanno ribaltato questo modello – il cosiddetto “modello medico”, per il quale il problema è del corpo, è individuale – proponendo invece il “modello sociale”, in base al quale la disabilità è generata anche dall’ambiente esterno, dagli ostacoli che ti mette di fronte quando non viene costruito e immaginato tenendo conto della tua esistenza di persona con disabilità. L’idea non è così peregrina: è stata accolta ormai a tutti i livelli ed è ripresa nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

E’ importante allora che anche i movimenti aprano una riflessione al proprio interno per prendere coscienza dell’abilismo che, magari inconsapevolmente, può attraversare le loro pratiche.

Il problema è che evitare l’abilismo ha un costo, che non è solo economico, ma si può tradurre nella rinuncia a un privilegio. Ricordo un attivista, con cui avevo un rapporto conflittuale ma franco, ammettere al termine di una discussione: tutto questo è vero, ma noi semplicemente non vogliamo rinunciare al nostro privilegio. Non vogliamo rinunciare a una sede che ci piace un sacco, solo perché forse qualcuno, un giorno, non riuscirebbe a frequentarla a causa delle barriere architettoniche. Non vogliamo investire le nostre poche risorse nel bagno accessibile anziché nel bar, nell’orto, nel concerto. Non vogliamo aprire una conflittualità con l’amministrazione comunale anche su questo, perché metterebbe a rischio il raggiungimento di altri obiettivi. Che ci stanno più a cuore.

Dichiarazioni così crude sono in realtà il punto di partenza necessario per una presa di coscienza sincera e propedeutica al cambiamento. Individuare priorità è sempre difficile e non saper rinunciare al privilegio fa parte dei limiti umani. Proprio per questo, farlo ha una portata rivoluzionaria: citando ancora Lavomatic, «certe persone, che in apparenza avrebbero tutti gli attributi per gioire dei privilegi di questa società, scelgono di non farlo. […] E’ difficile abbandonare dei privilegi che ci sono da sempre stati presentati come normali e al di sopra di noi, ma ciò ci sembra indispensabile. Questo lavoro inizia con il riconoscimento dell’esistenza di questi privilegi e del fatto che essi hanno delle ripercussioni su tutti gli aspetti delle nostre vite, anche (e può darsi soprattutto) quelle più intime.»

Speriamo con questo articolo di aver dato un piccolo contributo alla discussione sugli spazi a Bologna, e ci auguriamo che il tema accessibilità venga sempre posto, con forza, sul tavolo della trattativa con l’amministrazione comunale.

Per saperne di più sull’abilismo: “Perché le persone disabili non hanno bisogno della tua pietà”, di Elena Paolini, attivista del movimento “Liberidifare”

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9 pensieri riguardo “E’ ora di parlare di abilismo nei centri sociali”

  1. questo post mi ha fatto venire in mente due cose:
    1 avete mai notato certi mafiosi quando vengono arrestati? sono arrabbiati come se gli stessero togliendo un privilegio che si sono meritati sul campo in anni e anni di duro lavoro (mafioso). non percepiscono che il loro “successo” sia basato tutto sulla violenza. per loro è assolutamente “legittimo” essere sopra la piramide di comando e sfruttare tutti i non mafiosi che invece stanno sotto.
    2 bene, il post ha giustamente posto l’accento sulle violenze che subiscono le persone con un handicap. va benissimo. adesso vogliamo dire qualcosina pure sui cani per non vedenti? tutta la vita sono schiavizzati a fare da badanti a un essere umano. tutta la vita non possono permettersi di correre e lasciarsi andare come fanno tutti gli altri cani, no perché loro devono mantenersi perennemente equilibrati e mansueti. e tutto questo solo perché per lo Stato (sempre fascista) il costo per un cane non vedente è di molto inferiore di quanto sarebbe invece assegnare al non vedente di turno (come sarebbe giusto che fosse) una o più persone che lo seguano in base ai loro bisogni. quanti cani tristi assegnati a un non vendente conoscete? io ne ho visti tanti. se uno vuol vedere le cose per come sono, le vede queste violenze.

    1. Non tutte le persone non vedenti vogliono essere dipendenti da altre persone 24 h su 24. Magari potrebbero anche volere uscire da soli per fare una passeggiata. E gli unici a potergli garantire questa indipendenza sono i cani.
      Senza contare che magari anche la persona non vedente potrebbe volere un animale domestico come chi ci vede bene.
      Ci sono tanti punti di vista, sai?
      Ad esempio,potrebbe anche essere considerato disumano tenere cani (anche di grandi dimensioni) in minuscoli appartamenti di città quando starebbero molto meglio in campagna…

        1. La puoi rigirare anche tu come vuoi. E’ il TUO punto di vista. Non è giusto per te. Secondo me è molto più ingiusto voler togliere un cane guida a un non vedente. E no, non credo possa considerarsi schiavismo quello di un cane guida. Non sono animali addestrati alla lotta o tori da corrida. E non vengono addestrati in maniera cruenta o torturati in alcun modo. E penso stiano molto meglio con una persona non vedente che con una persona che ci vede benissimo ma che magari li tratta male.

          1. i mafiosi si sentono superiori ai non mafiosi nella misura in cui gli esseri umani si sentono superiori agli animali. e invece nessuno è superiore. o meglio, è chi si sente superiore che, proprio per quel motivo, invece è inferiore.

            1. Non so esattamente cosa tu voglia dire con questo commento. L’unica cosa che so per certo è che sotto a un post sull’abilismo e sulle difficoltà che incontrano ogni giorno i disabili nelle città (anche le meglio attrezzate) tu stai andando totalmente fuori tema. Anzi peggio, perché vorresti togliere ad alcuni di loro quel poco di indipendenza che possono avere attraverso i cani guida. Ovvero vorresti mettere loro una barriera e decidere TU quello che è giusto per loro (a proposito di chi si sente superiore e ha la verità in mano…)
              Mi sa che che sei un attimino fuori luogo, per non dire abilista…
              Dici di vedere la tristezza dei cani guida (ah si? ed esattamente come fai a sapere quello che provano?), ma la difficoltà e la grave disabilità dell’umano che è con loro, quella la vedi? O l’empatia ce l’hai solo per i cani?
              Forse dovresti rileggere il post.

              1. Forse tu/voi dovreste rileggere quel che ho detto io. Ho detto una cosa ovvia (anzi, solo cose ovvie!) che lo Stato dovrebbe fare molto di più per i non vedenti. E dovreste essere dalla mia parte invece che contro. Sapete perché invece siete contro? Perché siete come quegli schiavi alla catena a cui il padrone regala una mollica di pane che si attaccano a quella piccola cosa, non volendo tra l’altro sapere che proprio quella mollica di pane il padrone la toglie a una persona (animale) più debole. D’altronde io sono “anarchico”, Voi non sapete neppure cosa vuol dire anarchico: probabilmente vi attenete alla definizione negativa che ne dà il vocabolario (del padrone). Invece sostanzialmente, vi risparmio la fatica di scervellarvi, anarchico vuol semplicemente dire essere contro i poteri e i padroni, visti come causa di tutti i mali del mondo.
                Inoltre il vostro modo di argomentare è fortemente retorico. Tentate di imporre le vostre idee in maniera irrazionale, di pancia, come farebbe un politicante, o come si usa discutere a quelle deprecabili trasmissioni di Maria de Filippi.
                Comunque se ai non vedenti il cane serve per poter andare dove vogliono, al giorno d’oggi almeno esiste una tecnologia molto economica che si può interamente sostituire loro.
                E ovviamente ho commentato in base alla mia sensibilità e a quello che mi è venuto in mente. E non credo di essere andato fuori tema, dato che è tutto collegato.
                Dopo di che finisco di rispondere, dato che so bene che se uno non vuol sentire non sente.

                1. Il riferimento all’anarchia secondo me ci sta come i famosi cavoli a merenda… anche perché il cane-guida potrebbe essere una scelta del non-vedente… comunque mi sembra che sia tu quello che impone la propria visione della realtà… quello che ti si sta dicendo semplicemente è che esistono DIVERSI punti di vista.

  2. Scusa ma chi ha parlato di superiorità? Credo che piuttosto sia una questione di priorità. E forse la priorità ce l’ha l’essere vivente con una disabilità.

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