Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

La “troiarchia”: il sex work ha un problema di classe

Illustrazione di Chloe Scheffe

 

Link al testo originale: Sex Work Has A Class Problem, di Emily Smith, scrittrice e attivista, per BuzzFeed. Tradotto da Luana e Cri del gruppo di lavoro di Abbatto i Muri.

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Nel mio lavoro di escort, ho avuto modo di constatare che lo stigma e la disuguaglianza alla base della troiarchia dell’industria creano un sistema che ostacola chi gode di meno privilegi.   

Ero una bambina povera e sono cresciuta a Sarasota, una città della Florida piena di milionari. Ho visto la villa sulla spiaggia di Stephen King, ho visto Jerry Springer al cinema con sua moglie. Io, invece, ero figlia di una madre single che mi ha avuta da adolescente e che mi ha cresciuta a cibo in scatola e film noleggiati in biblioteca. Nel nostro bilocale in periferia, ho guardato My Fair Lady così tante volte che ho rovinato la videocassetta.

Stavo a pochi centimetri dal nostro vecchio e voluminoso televisore e ripetevo le battute doppiando le labbra di Audrey Hepburn; a dieci anni, ho implorato mia madre di portarmi all’Opera e a lezione di galateo all’hotel Ritz-Carlton. Avrei analizzato punto per punto la trasformazione di Eliza Doolittle da fioraia in una dama londinese di alta classe, se solo avessi potuto aspirare a tanto. Anche se il film è inglese, la narrazione investe in pieno il sogno americano. Ora che sono adulta, sono ancora affascinata dalle gerarchie sociali; ora che sono una sex worker, i miei studi di classe sono diventati una competenza spendibile.

Nell’industria del sesso, le escort si situano in una scala sociale che va da Pretty Woman a Bella di Giorno; in questo contesto e in questo saggio la parola “classe” non definisce il reale status economico di una escort, ma piuttosto il modo in cui questa presenta il suo status economico, reale o immaginato. E questo spettro di classe, così come è recepito dai clienti e da altre sex worker, è ciò che chiamiamo «troiarchia».

La “Troiarchia”

Le sex worker si classificano, nella troiarchia, in base al posizionamento e al contenuto dei loro annunci, alla compagnia a cui si appoggiano, e a scelte personali. Una escort di alto bordo, per esempio, può richiedere un preavviso di almeno 24 ore per fissare un appuntamento; invece una di basso livello può aspettare per ore in un albergo sperando di attirare più clienti nello stesso giorno, per sfruttare appieno la camera. Una escort di alto bordo spenderà 1500 dollari o più per fare un servizio fotografico da dieci scatti, mentre una di basso livello promuoverà la propria immagine scattandosi selfie in salotto. E mentre questa struttura rappresenta una vera e propria gerarchia, è più spesso usata come una descrizione dello stigma o del giudizio all’interno della stessa industria del sesso.

Per comprendere la troiarchia e il motivo per cui genera tante discussioni e dibattiti, è importante mettere da parte in primo luogo le narrazioni sulle sex worker che compaiono più di frequente sui media. Lo stereotipo delle sex worker come vittime (anche quando agiscono autonomamente) affiora ancora in superficie in film come Pretty Womane serie come The Deuce – La via del porno, dove un personaggio si emancipa dopo aver lasciato il sex work, non mentre lo pratica.

L’implicazione di questa narrazione è che una sex worker non sta facendo un lavoro “vero” – da ciò si deduce che se il sex work non è vero lavoro, allora chi lo pratica non può giustificare il denaro che guadagna; che in particolare le donne non dovrebbero praticare il sex work come prima scelta lavorativa, perché ci si aspetta che una donna debba regalare sesso gratis, non sfruttare la domanda del mercato per ottenere un guadagno economico. Ma la realtà è che il problema più grave dell’industria del sesso negli Stati Uniti non è stabilire se le sex worker siano “vittime” o “carnefici”, come i non addetti ai lavori sono inclini a discutere, ma i modi in cui ci valutiamo a vicenda e ci esibiamo nel business del sesso.

Ripagare le tasse universitarie

Anche se ho una laurea triennale, anche io, come molti millennial, ho avuto problemi a trovare un lavoro dopo l’università. Dopo sei mesi di ricerca, ho ottenuto un lavoro temporaneo facile ma noioso a Harvard che mi permetteva di scrivere nel tempo libero, anche se guadagnavo solo dodici dollari all’ora [poco più di dieci euro, NdT]; di sera facevo la direttrice di sala in un ristorante di lusso. A stento riuscivo a pagare le bollette, e ho dovuto rinegoziare la restituzione del mio prestito federale universitario, congelando le rate per un anno.

Al ristorante, guardavo tristemente uomini cinquantenni che ci provavano con me al guardaroba, ordinavano tre vassoi di ostriche e caviale e recuperavano le stole di visone delle loro mogli, le cui acconciature cotonate e tutte mèches erano perfettamente in piega. Volevo mangiare ai loro tavoli, non servirli; ma soprattutto, volevo avere tempo per scrivere. Ho preso in mano la situazione e dopo pochi mesi al ristorante sono diventata una sex worker. Ora i miei guadagni sono a sei cifre: l’anno prossimo, conto di pagare in contanti le tasse per la mia laurea specialistica alla Ivy League University.

Si possono fare molti soldi in questo settore, ma per ottenerli c’è molto di più da fare che rotolarsi su un letto. Moltissime decisioni avranno un impatto sul tuo successo, e non c’è un manuale di istruzioni. Sfoggiare un paio di scarpe Louboutin ti farà avere più appuntamenti che comprare un account pubblicitario premium? Rispetto alle foto professionali attireranno più attenzione i selfie, anche se sembrano scattati da dilettanti? Va bene sembrare “di alto bordo” e guadagnare poco, o è meglio sembrare “di basso livello” e guadagnare tanto? Sono entrata nell’industria del sesso per ripagare i miei prestiti universitari, non per andare regolarmente a fare shopping. Quindi perché dovrei preoccuparmene, fintanto che riesco a pagare le bollette?

Sono ossessionata da queste dinamiche perché affrontano un argomento più generale: il gusto sessuale è interconnesso con il lusso e con la classe sociale, reale o immaginata. Il denaro è importante, anche in camera da letto, e ha una sorta di potere erotico. Sarà una questione difficile da decostruire e superare, e mentre ci stiamo lavorando, le sex worker ai limiti della sopravvivenza – che sono tanto povere da non poter scegliere e selezionare quali clienti vedere, e che sono costrette a tenere tutti pur di pagare le bollette – saranno quelle che soffriranno di più.

In poche parole, il concetto di “classe media” permea la maggior parte dei settori lavorativi, tranne questo – e finché il sex work rimane una professione in cui le persone impiegate sono categorizzate generalmente come “di alto bordo” o “di basso livello”, con una fascia media molto ridotta, questo rimarrà uno degli ostacoli che ci impediscono di abbattere i muri di ceto nel nostro mondo.

Requisiti per Escort

Se ci sono dei requisiti per la maggior parte delle escort di alto bordo, una perfetta sintesi include una laurea umanistica ed essere originarie della costa est degli Stati Uniti. Sapere quale etichetta di Chianti ordinare, o quale città della riviera francese abbia le migliori spiagge, può essere un numero da party con la famiglia o con gli amici; sul lavoro, è una competenza. Tutto ciò che appare su un manuale di galateo lo sarà. Questo è generalmente il tipo di escort che ha una presenza social su Twitter. Simili escort “intratterranno” il cliente più raramente, gli chiederanno di pagare l’hotel (esclusivamente a cinque stelle) e talvolta richiederanno di prenotare per ben più di un’ora. Prenotare un appuntamento di mezz’ora è considerato “di basso livello”, e anche un’alta frequenza di appuntamenti da un’ora tende ad apparire disdicevole. Inoltre, e più di ogni altra cosa, lo status di una persona che offre servizi sessuali è giudicato dalla sua capacità di pubblicizzarsi nel modo giusto, sui siti internet giusti.

C’è forse un miliardo di annunci pubblicitari su internet, ma le opzioni principali (da quelle disdicevoli fino a quelle di alto bordo) includono Craigslist, Backpage, The Erotic Review, Slixa ed Eros. In base alla mia esperienza, le escort di più alto livello si fanno pubblicità solo su Slixa ed Eros. Slixa è più recente e meno frequentato, ma ha un design elegante e una gestione più trasparente degli altri siti; ha la reputazione di essere sex-positive e più woman-friendly dei siti rivali. Eros aveva un aspetto meno raffinato (e una reputazione non migliore di Backpage, che è nella fascia bassa dell’elenco), ma da tempo offre il meglio nell’industria del sesso.

È interessante notare che questo è un dettaglio che ho conosciuto solo tramite il passaparola, e – per quel che ne so – non è qualcosa che si può trovare su Wikipedia o su Google. Il fatto che un sito che una volta aveva una pessima reputazione ora sia lo standard per definire le fornitrici di servizi sessuali è una delle prove evidenti che la troiarchia, come ogni standard di classe, non sempre è costruita su solide fondamenta. Per farla breve, il traffico che ricevo da Eros è composto principalmente da perditempo: clienti che prenotano ma non si presentano, o che mandano le informazioni sanitarie frammentate in diverse e-mail per mantenere un contatto il più a lungo possibile.

Sembra controintuitivo comprare un account premium su Eros se il traffico è mediocre, ma i clienti tendono a incrociare diversi siti per verificare che una fornitrice di servizi sessuali esista davvero. Se vedono pubblicità premium su un sito e non su un altro, possono domandarsi se lei sia in grado di permettersi uno spazio VIP su più di una piattaforma. E se non ha abbastanza appuntamenti da permettersi un miglior posizionamento pubblicitario, possono concludere che i suoi servizi non valgano quello che costano. Sono grata di essere entrata in un’agenzia poco dopo aver iniziato la carriera da escort, perché mi ha fatto da guida nella mia istruzione troiarchica. Senza quella guida, avrei potuto danneggiare per sempre la mia reputazione professionale – e i miei guadagni.

Livelli e qualifiche

Quando ho iniziato con il sex work, ho guadagnato i miei primi cinquecento dollari scorrendo la lista “Uomini cercano donne” su Craigslist. Mi limitavo a massaggi senza veli e a pratiche fetish, contrattando duecento dollari e un paio di drink dai miei clienti. Quando il mio capo ad Harvard usciva dalla stanza, scattavo foto dei miei piedi e le mandavo a feticisti in cambio di denaro. Usavo il mio vero nome e non selezionavo mai i miei clienti – non sapevo di poterlo fare, e che misure di sicurezza come questa sono uno standard dell’industria del sesso.

Benché pensassi che questo genere di lavoro fosse superiore al “servizio completo” (che include sesso vero e proprio, rispetto a un semplice lavoro di natura sessuale), più tardi ho scoperto che questo è considerato il fondo del barile nella troiarchia. Credo che il sesso sia sacro nella misura in cui può essere rivitalizzante, ma non sacro nel senso che il mio corpo dovrebbe appartenere esclusivamente a una persona. A quel tempo, negare il servizio completo mi sembrava meno “sporco” che farlo, anche se ora so che i miei sentimenti al lavoro sono influenzati non dagli atti che metto in pratica ma dal modo in cui vengo trattata. All’epoca, credevo che fare sesso per denaro mi avrebbe automaticamente qualificata come “di basso livello”.

Invece, è venuto fuori che nell’industria del sesso una persona che cerca clienti su Craigslist è vista come l’equivalente di un addetto delle pulizie nei bagni di un centro commerciale, o peggio. Per i clienti, scrivere su Craigslist è come andare a una svendita in un negozio “Tutto a un dollaro”: prezzi scontati, merce di qualità discutibile, ma disponibile al bisogno. Backpage ha una reputazione analoga e, fino a poco tempo fa, tra le categorie del sito ce n’era una per le escort; adesso, la maggior parte delle sex worker pubblica i suoi annunci semplicemente nella sezione “Donne cercano uomini”. Alcune sex worker possono permettersi di farsi pubblicità solo su Craigslist (gratis) e su Backpage (7 dollari ad annuncio); quelle che possono permettersi di promuoversi altrove, ma che vogliono fare più affari, pubblicano anche lì di nascosto.

Quando ho iniziato a guadagnare più denaro dai miei clienti di Craigslist, ho iniziato a mangiare fuori più spesso – precisamente, allo stesso ristorante su Newbury Street in cui lavoravo prima: mi sedevo al bar e rimorchiavo milionari quarantenni. Mangiavo lì una volta a settimana e i baristi, che più o meno sapevano che cosa andassi a fare, mi presentavano ogni sera dei clienti abituali. Era un passatempo divertente, ma quando mi sono stufata dei perditempo di Craigslist ho deciso di mettere insieme i due progetti e di dedicarmi completamente al mestiere di escort. Mi piaceva il sesso, ero attratta da uomini più anziani, e avevo bisogno di più soldi. Così sono entrata in un’agenzia.

Lavorare con un’agenzia

Lavorare con un’agenzia o in proprio è una decisione personale, e ci si può sbagliare molto facilmente. Nella troiarchia, si dà spesso per scontato che le ragazze nelle agenzie abbiano poco fiuto per gli affari, che siano sporche, dozzinali, tossiche, stupide, o più promiscue delle altre. Le peggiori agenzie sono come papponi del terzo millennio, che fanno lavorare le loro ragazze con un minimo di sei clienti su una giornata lavorativa di dodici ore e le pagano alle peggiori tariffe in città; alcune hanno anche la reputazione di non selezionare i propri clienti, solo per fare numero.

Fortunatamente, ho trovato un’agenzia di basso profilo in cui l’agente lavorava più come una assistente che come una datrice di lavoro, e che veniva vista così anche nelle e-mail con i clienti e con altre escort. Pagava le mie foto, divideva le spese dell’hotel, pagava tutta la mia pubblicità, tratteneva il 30% dei miei guadagni anziché l’usuale 50%, mi rimborsava il costo dell’hotel se i clienti non si facevano vedere. Lei stessa è ancora una escort, e ha un’esperienza decennale in diversi ruoli. Mi ha insegnato come e perché selezionare i clienti e, quando ho deciso di mettermi in proprio, mi ha aiutata a crearmi un sito internet. Ogni tanto, quando gli affari rallentavano, buttava un annuncio per me su Backpage; per proteggere la mia reputazione, usava uno pseudonimo e altre foto.

Pubblicità e Stigma

I costi vivi (pubblicità e fotografie) per iniziare a fare la escort di alto bordo si aggirano su poche centinaia di dollari. Tra estetista, palestra, alberghi, manutenzione del sito, commercialista, avvocato, varie ed eventuali, spendo circa duemila dollari al mese. Sarebbe stato impossibile per me entrare nell’industria del sesso senza un’agenzia, e ho il sospetto che la maggior parte delle sex worker che cominciano in proprio abbia un certo grado di privilegio economico fin dall’inizio.

L’indicatore più chiaro di una libertà economica preesistente è il fatto che una escort si pubblicizzi come low-volume, genericamente definibile sui forum online come la pratica di avere un solo cliente al giorno. Per estensione, la locuzione suggerisce quanto bisogno di lavorare abbia una fornitrice di servizi sessuali. Le escort low-volume solitamente hanno una tariffa oraria più alta e non danno appuntamenti per meno di due o quattro ore; o riescono a mantenersi con il ricavo (la tariffa più alta che ho visto è duemila dollari all’ora) o hanno un altro lavoro diurno, che arrotondano con il sex work per divertimento. Le escort low-volume generalmente hanno una laurea triennale o magistrale, che spesso usano come strumento di marketing, ad esempio pubblicizzandosi come studentesse.

Quanto a me, ricevo da uno a tre clienti al giorno, specialmente se prenotano solo per un’ora, o se il cliente non richiede il servizio completo. Ad alcuni clienti ed escort questa idea fa repulsione.

Lo stigma nei confronti della “quantità” (che spiega perché molte escort d’alto bordo provano avversione per le agenzie) diventa problematico in quanto posiziona sex workers che lavorano per necessità di sopravvivenza, o chi semplicemente sceglie di lavorare con un gran numero di clienti, al di sotto di coloro che possono permettersi – o perlomeno si comportano come se potessero permetterselo – di trattare il sex work come una sorta di attività di piacere. Ciò implica che il numero di partner sessuali di una donna ha ancora un impatto sul suo valore, persino all’interno di un’industria in cui i servizi per adulti vengono intenzionalmente scambiati con i soldi. Lo stigma svela l’insita contraddizione del sogno americano nel contesto dell’industria del sesso: il successo è equiparato al flusso di cassa, mentre la promiscuità viene rigettata.

Il sex work è, tuttora, la mia entrata principale per scelta, e sebbene abbia un reddito da sei cifre all’anno e abbastanza risparmi da poter essere selettiva riguardo alla clientela, ancora avverto un impulso interiore che mi frena dal diminuire il numero di clienti. Questo pensiero mi rimanda al ricordo di mia madre a tavola, in cucina, a scribacchiare numeri sul suo libretto, escogitando trovate creative per far bastare i soldi. Stando alla ricerca, la mia paura è psicologica piuttosto che pratica – corro meno rischi finanziari non perché non posso permettermeli, ma per via di un meccanismo che si è innescato dentro di me, a rappresentanza della classe sociale in cui sono stata cresciuta.

Diventare un’attivista

Dopo qualche mese di lavoro, mi ero fatta un’idea solida di dove pubblicare o meno le inserzioni. Avevo deciso di unirmi al Sex Workers Outreach Project, un’organizzazione di attiviste che mensilmente tiene incontri di gruppi di supporto ed eventi vari, durante i quali tutte le profonde differenze che separano le persone che lavorano nell’industria diventano più chiare. Quando ho fatto richiesta per unirmi allo SWOP, era stato dichiarato esplicitamente che sex workers di tutte le estrazioni socioeconomiche erano benvenuti/e, e che se non fossi riuscita a gestire il mio privilegio durante la selezione, con molta probabilità quello non era il posto adatto a me.

Ciò che gli/le organizzatori/trici intendevano dire era che non tutti/e i/le sex workers presenti agli incontri erano cresciuti/e con due genitori o presso un unico indirizzo, probabilmente nemmeno in una casa; che era presente un misto fra persone laureate e diplomate, chi con case di proprietà, chi senza. È il solo posto nell’industria del sesso in cui abbia percepito come la convivenza di questa diversità abbia generato un orgoglio visibile piuttosto che un’urgenza di celarla.

Ci sono state delle ragazze che, non appena entrate, hanno monopolizzato e direzionato le discussioni del gruppo di supporto sull’argomento scarpe Jimmy Choo”, mi era stato detto, “cosa che, per gente senza casa o quasi, è abbastanza doloroso, come puoi bene immaginare.

SWOP valuta i potenziali membri in pubblico; è così che ho incontrato Pamela (per tutelare la loro privacy, in quest’articolo ho cambiato i nomi delle persone). Mentre bevevamo un cappuccino in un raffinato cafè su Harvard Square, mi illustrava gli eventi e la missione del gruppo. Era timida, ma cercava chiaramente di non darlo a vedere; quando abbiamo iniziato a parlare di noi, mi ha spiegato che da adolescente era una senzatetto e che ha iniziato a lavorare per strada a 15 anni. Si è allontanata da Craiglist e ha raccontato quanto difficile fosse cercare lì dentro clienti disposti a farsi controllare; ha anche avuto qualche problema a procurarsi dei clienti in quanto BBW (un acronimo dell’industria per riferirsi a una donna bella e robusta, “big beautiful woman”). Alla fine, abbiamo cominciato a parlare di The Erotic Review (TER).

Siti web e recensioni misogine

TER è come Yelp per escort; in teoria sembra utile, ma in pratica è un ricettacolo di oggettificazione, misoginia, razzismo e un mucchio di altri -ismi che si possono trovare anche su Reddit. Avere a che fare con questo sito è complicato, in quanto effettivamente agisce come il fulcro centrale dell’industria del sesso; la pubblicità è gratuita e occasionalmente fornisce delle informazioni valide riguardo alla legalità sui forum. La parte problematica è il sistema di recensione, che cataloga gli/le escort in base alla performance e all’aspetto con voti che vanno da 1 a 10.

Il punteggio più alto che un/a provider può ricevere è un 7, a meno che: 1) non baci con la lingua, 2) offra sesso orale senza preservativo, 3) sia bisessuale, 4) offra sesso anale o 5) faccia sesso con più di un uomo (presumendo che il cliente sia un uomo) allo stesso tempo. Per ciascun servizio, il/la provider può guadagnare un punto. In alcuni casi, raggiungere i 10 punti pieni è impossibile senza oltrepassare dei limiti personali; il sistema si fa spesso ambiguo quando la provider non si identifica come donna cis. Oltretutto, la valutazione non è scelta dai clienti ma dall’amministrazione di TER, che legge la descrizione dell’incontro fornita da un cliente.

Questo vuol dire che un cliente poco prolisso può aver avuto un incontro da 10/10; tuttavia, lo staff di TER (anonimo, ma presumibilmente composto da soli uomini etero) può interpretarlo come un’esperienza da 7/10 o addirittura meno. Va da sé che, per una provider che non sia una donna cis, valutazioni più alte sono di solito irraggiungibili, da questa prospettiva maschile, e specialmente in un sito in cui le pubblicità per sex worker transgender sono catalogate in separata sede, nella categoria “transessuale” (qui e su Eros). La conseguenza di questo imprevedibile sistema valutativo è che molte providers di alto livello hanno rimosso il loro annuncio da TER o adottato la politica “no recensione”, che a tutti gli effetti vieta la pubblicità sul sito. Non è un grosso problema, per queste provider: per chi sopravvive di sex work è un suicidio.

Vorrei davvero arrivarci,” mi ha detto Pamela, “ma ho bisogno di un sito. Mi iscriverei a un’agenzia, però nessuna assume BBW.”

Rimasi sorpresa dal suo entusiasmo nell’unirsi a TER, e di apprendere che le agenzie non assumevano chiunque facesse richiesta; ho realizzato che, per una persona alta e magra come me, è stato un ostacolo ben più che semplice da superare – un altro tipo di privilegio. Come mi ha spiegato in seguito la mia agente, ogni mese le arriva una manciata di candidature, ma assume soltanto persone che riescono a sostenere una conversazione al telefono e che non rappresentano un prototipo già presente all’interno dell’agenzia. Nella prima settimana di una ragazza, l’agente chiede a clienti regolari di provarla e dare un resoconto – se la risposta non è positiva, la ragazza ha chiuso. Lucia, per esempio, non riusciva mai a tenere a freno la lingua.

Continuava a dire ‘e cazzi vari’ alla fine di ogni frase,” l’agente mi ha detto roteando gli occhi, durante uno dei nostri incontri, davanti a un piatto condiviso di tartare di carne. “Le ho detto ‘Ti prego, dimmi che non parli così ai clienti.’

L’agente alla fine ha licenziato Lucia, un gesto che tutte quante in agenzia capivamo: essere carine non è abbastanza.

Il look da sex worker

Quando ho iniziato, mi tingevo i capelli di rosso con la tinta dei tubetti, mi smaltavo le unghie da sola e per gli appuntamenti indossavo il vestito più bello che possedevo, una sottoveste Ann Taylor di seconda mano. Avevo un unico set di lingerie di Victoria’s Secret che una ex mi aveva regalato e delle calze lunghe fino alla coscia di CVS. Probabile che in quel primo mese somigliassi parecchio a Fran Fine, ma non è che avessi molta scelta. Ora che posso permettermelo, faccio mani e pedicure dall’estetista e vado dalla parrucchiera per un taglio di capelli in stile Jackie O. per piega e per il colore, spendendo circa duecento dollari. Ho una collezione consistente di abiti di marca: un paio di decolleté in camoscio blu di Manolo Blahnik, tacchi Prada in pelle verniciata color crema, un completo di lingerie di Agent Provocateur con tanto di calze a metà coscia con tacco cubano, una stola di visone vintage e un mucchio di acquisti su Nordstrom. Ho preso lezioni di francese per addolcire il mio accento e fatto un corso di aggiornamento sull’etichetta al Plaza.

Adesso riesco a comprendere che queste configurazioni sociali cambiano la maniera in cui i clienti mi percepiscono, ma non avevo capito la motivazione fino a quando, da adulta, non ho avuto i soldi per accedervi. Da adolescente, i miei nonni mi portavano in viaggio con loro, e lungo la strada pernottavamo in qualche Holiday Inn; adesso lavoro in hotel quali InterContinental o Taj. Scelte un po’ care, ma necessarie per mantenere un’atmosfera di lusso – non vorrei mai che un cliente debba bere un Moët & Chandon da un bicchiere di plastica o che debba ritrovarsi alla reception di un motel per famiglie, che tendono a controllare la hall in modo più attento rispetto a hotel a quattro o cinque stelle. Capita a volte che in un Holiday Inn o al Mandarin Oriental forniscano un servizio simile di assistenza al cliente; c’è da dire che, tuttavia, il servizio risulta di gran lunga migliore in un hotel a cinque stelle.

Investendo più soldi nel mio aspetto fisico, i clienti hanno investito maggiormente su di me. Riservo appuntamenti più lunghi, e normalmente incontro clienti che lavorano nei settori dell’ingegneria e della tecnologia, in contrapposizione con gli occasionali affittuari benestanti e i capicantiere che vedevo all’inizio. Questo sfoggio di privilegio e di gusti non è qualcosa che si può simulare con facilità, e i clienti lo sanno. Come quando Eliza Doolittle assiste alla gara ad Ascot, l’aspetto che il suo mentore ha realizzato toglie il fiato; è il suo linguaggio, una scelta personale, che la tradisce.

Il costo delle informazioni per le sex worker

Alla stessa maniera dell’educazione sessuale nelle scuole pubbliche, informazioni chiare e accurate per chi lavora con il sex work non sempre sono facilmente accessibili. C’è un’enorme spinta da parte di sex workers con lauree in marketing o economia per standardizzare le informazioni e raccoglierle in un luogo più formale, piuttosto che ricavarle a mo’ di segreti sussurrati da post su Reddit. Informazioni su numeri e marketing possono essere trovati in posti come il blog di Slixa e in alcuni libri guida come Thriving in Sex World di Lola Davina. Sono comunque risorse non proprio perfette, non comprensibili né disponibili per tutti/e.

Sia Eros che Slixa offrono a providers dati demografici limitati (tipo l’età media e il reddito dell’utenza di un sito), un’informazione di per sé difficile da trovare in quest’industria, ma, nonostante ciò, avere accesso a dati come la quantità di visualizzazioni di un annuncio è un’informazione inutile se non comparata al numero degli altri annunci in concorrenza – cosa impossibile da sapere, a meno che non se ne discuta con un/a altro/a provider, il/la quale, per salvare le apparenze, potrebbe non essere disposto a condividerle. In aggiunta, entrambi i siti richiedono un pagamento per lo spazio occupato dall’annuncio, che può andare dai 100 ai 400 dollari al mese, a seconda della posizione e delle dimensioni. In altre parole, chi ha scelto il sex work per questioni di sopravvivenza difficilmente ha accesso alla stessa rete di informazioni di providers di lusso, cosa che non fa altro che allargare il divario fra le due categorie.

Per un’industria che si aggrappa con disperazione alle apparenze, è scioccante che si debba apprendere di questa gerarchia socio-sessuale attraverso la sola osservazione. Impariamo o bruciamo, il che significa che trovare i modi per connettersi ad altre/i sex workers è vitale, quando il tuo ufficio è la stanza di un hotel. Twitter, o SWitter (“Sex Worker Twitter”), è un luogo in cui inizia questo scambio sottobanco e dove i/le sex workers spesso si ritrovano. Gli inviti per feste con escort e per eventi di beneficienza circolano qui, e la gente condivide gossip via DM.

Queste informazioni sono spesso così private che la mera idea di fornire maggiori dettagli al riguardo, al di fuori del messaggio a un altro provider, sembra inappropriato, quasi come se si infrangesse una qualche regola non detta del patto di un/a sex worker. Sebbene comprenda il desiderio di mantenere segrete le informazioni come strumento di protezione, tenerle nascoste fra noi perpetua questo problema di “classe” (o di accessibilità).

Il privilegio della conoscenza e differenza di classe

Nella scena finale di My Fair Lady, Eliza, vista la sua conoscenza, allude all’idea di sposarsi o addirittura di insegnare fonetica così come il professor Higgings ha insegnato a lei, cosa che lo oltraggia a tal punto che nella scena seguente ne canta a riguardo. Il professore crede che lei debba restare nella sua classe sociale di partenza, a prescindere da tutto quello che ha appreso.

Cercherà di insegnare le cose che io le ho insegnato,” dice, e sbuffa, come se le stesse informazioni racchiudessero un potere maggiore se enunciate da lui piuttosto che da lei.

L’idea di Eliza, tuttavia, non è affatto ridicola, e il risentimento di Higgings lascia trapelare il timore che le conoscenze di Eliza possano competere con le sue – e quindi che il suo potere intellettuale e sociale, che inizialmente lo faceva sembrare superiore, è in realtà circostanziale, irrilevante. Che i modi di decostruzione del potere possono semplicemente coincidere con lo scoperchiamento di informazioni che credevamo perdute o inaccessibili. Ovunque ci sia conoscenza privilegiata, esiste uno squilibrio di potere. E preferirei che smontassimo in maniera attiva questa fragile gerarchia piuttosto che guardarla passivamente implodere.

 

Emily Smith è una scrittrice e un’attivista che vive a Boston.

 

 

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