Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Io, il mio cybercorpo, la mia salute, la precarietà e le parole di lotta

Due parole su come sto. In balia di terapie e analisi. Tra corsie ospedaliere e chiacchiere sui problemi sindacali delle infermiere. Qualche scazzo con il tal medico tronfio che si atteggia a semi-Dio. Risate con le altre pazienti che condividono il mio stesso percorso. Domande sul costo proibitivo di certe analisi e di certi farmaci prescritti ma che puoi avere solo a pagamento. Svenarsi economicamente per la propria salute è un fatto grave. Svenarsi per sopravvivere. Ed è la faccenda che distingue le precarie squattrinate come me da pazienti che arrivano in reparto perché già clienti fisse paganti e in privato del primario di reparto. Ci sono tempi diversi, atteggiamenti diversi e nella nostra sanità che dovrebbe essere pubblica ma è sempre più privata la differenza tra la vita e la morte la fanno i soldi. Il problema della differenza di classe si ripercuote in questi contesti e ci fa precipitare tutti nel vuoto. Trascinate via da una slavina discriminatrice che lascia integre le persone che sono saldamente attaccate al palo della propria economia “sana” e tira giù tutte le persone come me che non possono dire no.

I farmaci generici costano quasi altrettanto, in qualche caso devi prendere quelli griffati – maledetti brevetti – e tutto quello che so è che se a quella tal ora non prendo il farmaco o se non mi faccio riparare a mie spese dallo specialista tal dei tali tutto quello che avverrà in seguito sarà colpa mia. Quindi vai con l’acquisto di roba sanitaria, la fascia di qua, clisteri di là, cateteri, tubi, pomate per curare i lividi delle vene massacrate da mille liquidi trasfusi per il mio bene. Mio. Bene.

Detto questo il mondo continua a sorprendermi. Ci sono le donne in lotta, ovunque, che non si lasciano spegnere e chissà quanti guai vivono sulla propria pelle. Ci sono le mille mail di persone che chiedono aiuto e io mi sento piccola perché non so che tipo di aiuto potrei dare in certi casi a parte cercare di ascoltare. Mi sento in colpa quando non ho modo e tempo per farlo.

In questo periodo egoriferito mi sembra che il mondo mi stia lasciando indietro e che io stia lasciando indietro il mondo, con l’idea folle di poter fare la differenza e di contare qualcosa almeno per qualcuno. Con l’utopia che strema i neuroni anche se quelli sono rincoglioniti per i farmaci. Se potessi essere dove le compagne fanno la guerra. Se potessi prestare le braccia per tenere stretto uno slogan di lotta. Se potessi usare le gambe per marciare al ritmo delle rivendicazioni ribelli. Ma l’unica cosa che resta fermamente intenta alla partenza nella corsia di inizio è la parola, odiata, amata, abusata, incompresa. Finché la parola resta allora resto in vita anch’io. Pur con la stanchezza, con il bisogno di vivere il mio tempo malato in solitudine, con la difficoltà a condividere e condividermi così per quella che sono adesso, in questo momento. Fino al momento successivo in cui starò meglio.

Le battaglie di ciascuna sono tante. La mia non è che una tra le migliaia di storie che vivete e sentite ogni giorno. Niente di più e niente di meno. In ogni caso, io e il mio cybercorpo, per chi ci cerca, siamo sempre qui.

Con amore

abbattoimuri@gmail.com

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Un pensiero riguardo “Io, il mio cybercorpo, la mia salute, la precarietà e le parole di lotta”

  1. ci spacciano i farmaci come un grande progresso dell’umanità. la mera e aberrante verità è che non esisterebbero se dietro non ci fosse il loro business e tutte le schifezze che ne conseguono. fai delle osservazioni giuste anche su altri argomenti. se non sei troppo rincoglionita dai farmaci ti consiglio di vedere (se ancora disponibile su rai play), se non l’hai fatto già, la splendida “La linea verticale”. parla proprio di quello che stai affrontando tu, sperando che il tuo guaio sia meno grave di quello del protagonista…
    un abbraccio.
    non mollare. :-*

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