Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Ricerche&Analisi

Declinazioni dei nomi professionali

di SAMANTHA MUSOLINO

Il sessismo nella lingua italiana uscì nel 1987” (di Alma Sabatini, n.d.a) mise “in luce, tra l’altro, il legame tra discriminazioni culturali e discriminazioni semantiche.” (Tina Anselmi, “Il sessismo nella lingua italiana”)

Nella prefazione di Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, Nicoletta Maraschio (il documento è di Cecilia Robustelli) è dell’avviso che “la pubblicazione di regole e di guide non è assolutamente sufficiente a eliminare le molte ombre di un quadro eccessivamente complesso e stratificato. Innanzi tutto quelle regole e quelle guide dovrebbero nascere dalla confluenza di esperienze e competenze diverse. Inoltre è necessario trasformare singole occasioni di confronto e di formazione in un lavoro approfondito e continuo, capace di modificare atteggiamenti culturali radicati.”

Alma Sabatini afferma che “La lingua italiana, come molte altre, è basata su un principio androcentrico: l’uomo è il parametro, intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.”

Già nei primi anni dell’infanzia, e poi con la scuola e i libri di testo, veniamo cresciut* con l’uso del maschile non marcato, ovvero il “maschile universale”.

La lingua è più importante di quanto non si creda, perché è un mezzo che permea il nostro modo di pensare. Molte donne non si sentono offese dall’uso del maschile, esibendo con orgoglio la targhetta con su scritto “notaio” sulla porta del loro ufficio. Per queste, il loro genere sessuale si annulla davanti alla professione, infatti quando si chiede il perché di questa scelta (nel caso di consapevolezza del problema) rispondono che quando si esercita un mestiere si è un professionista e non importa il sesso. Ovviamente parlano di sé come un professionista e non con l’articolo una. In generale, il titolo (o la professione) al maschile suona come più importante, più autorevole.

Il problema ha iniziato a porsi in massa, complici i social network e i giornali online, negli ultimi anni. L’elezione a Presidente della Camera di Laura Boldrini ha contribuito certamente a portare a galla la questione. È diventato famoso l’episodio dell’aprile 2015 in cui l’onorevole Grimoldi chiama la presidente “singor presidente”; al ché lei rispose con un “grazie deputata Grimoldi”.

Questa vicenda è emblematica perché le istituzioni hanno cominciato ad utilizzare o a rifiutare i nomi di cariche declinate al femminile proprio a partire dall’insediamento alla Presidenza della Camera di Boldrini. Ancora oggi, il problema viene pensato come una “invenzione boldriniana”.

Sulla scia di questi eventi, come dimenticare il dibattito che sbocciò con l’elezione a sindaca di Virginia Raggi?

Cecilia Robustelli, in Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, afferma: “Sebbene le istituzioni fornissero -in modo tiepido- delle indicazioni linguistiche sulla parità dei sessi (legge del 9.12.1977 n 903), di fatto è proprio da qui che si attribuisce ad alcune professioni l’etichetta di “maschile neutro”, ma Robustelli ne sottolinea l’incorrettezza dei termini declinati al “maschile inclusivo”.

Il ruolo dei media è fondamentale. Spesso i giornali più conservatori usano il femminile con ironia, più o meno velata; mentre i giornali che utilizzano la declinazione al femminile lo fanno sostanzialmente per due motivi: il primo è una apertura verso le battaglie delle donne, o quantomeno un riconoscimento del valore di queste, oppure lo fanno per politically correct,spesso con risultati a metà. Per risultati a metà intendo titoli in cui figura un “ministra” o “avvocatessa”, mentre nel corpo dell’articolo figura il maschile. Politically  correct o disaccordo di vedute tra titolista e giornalista?

I detrattori e le detrattrici di tale uso si barricano dietro la professionalità che prescinde dal sesso, oppure dietro la cacofonia, oppure dietro la tradizione. Nel primo caso possiamo invertire la questione: se, appunto, non è il genere grammaticale che qualifica la professione, perché non utilizzarlo? Dato che la questione non è così importante -secondo chi rifiuta notaia o sindaca– allora cosa cambia nel suo utilizzo? Invece dietro la cacofonia c’è senza dubbio la mancanza di esperienza di determinate parole o sonorità, per cui, chi le accetta, dovrebbe utilizzarle (a maggior ragione) davanti a chi non le vuole utilizzare: chi invece non le accetta per questo motivo -a loro detta- dovrebbe compiere uno sforzo in più. Per chi usa la terza scusa si potrebbe obiettare che è solo da pochi decenni che le donne occupano alcune posizioni di prestigio, per esempio, il Concorso per la Magistratura è stato aperto alle donne solo nel 1963, per cui prima di quella data non ci si poneva il problema delle magistrate, e magari le figure nate dopo quella data accettavano come conquista il loro ruolo senza curarsi del modo in cui venivano chiamate. In fondo, era proprio una conquista essere paragonata agli uomini, per esempio ancora oggi questo è presente anche nei modi di dire.

La lingua, insomma, mostra le nostre opinioni; e le nostre opinioni sono dure a morire, perché radicate nel corso dei secoli. Francesco Sabatini (nella Prefazione al documento di Alma Sabatini) ammette che certe resistenze sono perpetuate proprio da chi rimanda le professioni femminili ad un ambito lontano (quando non direttamente esterno) dalle “professioni da uomini”. Infatti, I detrattori. e le detrattrici accettano come normali professioni più umili (cameriera, maestra, infermiera sono i primi che mi vengono in mente -che comunque rimandano ad un ambito di servizio e di cura), ma quando si sale ai gradini più alti, allora ecco che si adducono scuse.

Spesso si sente parlare con orgoglio di quanto sia bella e musicale la nostra lingua, dunque perché non cercare di utilizzare le forme che essa ammette?

Se già nel 1987 si percepiva che i tempi stavano cambiando, e alcune personalità accademiche si sono impregnate in tal senso, allora come mai il problema si è percepito solo da pochissimi anni a questa parte?

Oltre all’importanza della stampa c’è quella della scuola, dipinta dai più come una seconda casa per i bambini e le bambine. Ma a scuola si continua ad usare il maschile e non sempre i libri di testo sono aggiornati in tal senso.

I/ le parlanti e gli ascoltatori/le ascoltatrici subiscono l’influenza della lingua e dei generi grammaticali utilizzati.

Robustelli parla di “incubatore linguistico” per quei nomi di professioni al maschile per indicare donne, nomi che vengono percepiti come corretti. Robustelli fa anche un’altra considerazione, ovvero che, anche in Italia viene introdotto il concetto di gender, che “chiedeva di riconoscere le differenze di genere e di impegnarsi per la costruzione dell’identità di genere” per cui il linguaggio aveva il compito di portare alla luce la presenza femminile, per cui espressioni e vocaboli presero l’ etichetta di “sessisti”.

Si potrebbe pensare che le persone più conservatrici o più incolte, siano maggiormente restie ad utilizzare nuove parole, come appunto i nomi di professioni declinati al femminile. Ma questo, però, sembra non valere per gli inglesismi, sempre più presenti nella nostra lingua.

Davanti a nuove possibilità di lingua ci si rifugia spesso all’interno dell’integrità linguistica, come a voler proteggere la purezza dell’italiano. Negli anni però ci sono state delle sostituzioni, per evitare discriminazioni classiste o razziste, come “spazzino” in favore di “netturbino”, oppure “nero” o “persona di colore” al posto di “negro”. In proposito Sabatini afferma che “molti di questi cambiamenti non si possono definire «spontanei», ma sono chiaramente frutto di una precisa azione socio-politica. Essi dimostrano l’importanza che la parola/segno ha rispetto alla realtà sociale ed il fatto che siano stati assimilati significa che il problema è veramente diventato «senso comune» o che, per lo meno, la gente ormai si vergogna al solo pensiero di poter essere tacciata di «classista» o «razzista». Quando ci si vergognerà altrettanto di esser considerati «sessisti» molti cambiamenti qui auspicati diverranno realtà «normale».”

 

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