Antisessismo, Attivismo, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Compagni. Antisessisti. Talvolta un po’ machisti

Lui scrive:

Ciao. Volevo condividere con voi questa riflessione, pregandovi di restare anonimo. Un po’ perché non voglio catalizzare l’attenzione su di me, non voglio essere riconosciuto da chi mi conosce e spero che non accada in caso di pubblicazione, perché non lo reputo importante e perché mi vergogno parecchio, un po’ perché vorrei sapere se altri compagni si sono mai trovati in situazioni simili, e cosa ne pensano. Vorrei che un fatto personale venisse collettivizzato.

Cerco di farla breve, perché il contorno, lo scenario, non è così importante. Soprattutto, non è così extra ordinario. Basti sapere a chi legge che nella mia città da diverso tempo un gruppetto di resident* ha preso di mira diverse famiglie rom che avevano parcheggiato i loro camper in un parco pubblico. Nei mesi passati le azioni contro le famiglie rom hanno assunto tratti al limite del terrorismo politico, nel senso letterale della parola: blocchi stradali conditi da insulti e minacce, intimidazioni, aggressioni verbali e fisiche. La destra più becera ha cavalcato, e continua a cavalcare più o meno nell’ombra, questa situazione. Tra solidal* si è deciso di indire un presidio a sostegno di queste famiglie. Tutto bene fino a qui: il classico “presidio antifa”. Noi da una parte, loro dall’altra, le guardie in mezzo. Una situazione, questa sì, ordinaria: qualche intervento al microfono, un po’ di musica, sberleffi da una parte e dall’altra. In generale, un presidio che mi lascia con l’amaro in bocca, con un prurito di sconfitta, una sensazione di non aver saputo ribaltare i rapporti di forza, fatto indispensabile a impedire nuove iniziative razziste.

Finito il presidio io e la mia compagna inforchiamo le bici e facciamo per andar via. Passiamo di fianco alle panchine dove questo gruppetto razzista siede fino a tarda sera. Cominciano a urlare. Per istinto, non lo so, mi fermo.

Mi chiedono se abito lì in zona. Una domanda che mi manda in bestia: come se venendo io da un altro quartiere non avessi alcun diritto di esprimermi su mesi e mesi di vessazioni, abusi e odio razziale. Chiedo a loro cosa importi da dove vengo, sono preoccupato per quel che succede lì, schifato da loro. Rispondono che non c’entro niente, che dovrei andarmene a casa. La mia compagna mi suggerisce di lasciar perdere.

Ma io no, ho deciso di non lasciar perdere. Non questa volta.

Alzano la voce, sempre di più, uno di loro si scolla dalla panchina e decide di farsi avanti. Lo fa con passo deciso, minaccioso: è quel che vuole, lo cerca da tutta la sera. La legittimazione della sua autorità tramite la forza, l’immagine di compattezza che deriverebbe da uno scontro fisico sostenuto da* suoi vicin* di casa. La facilità con la quale queste persone sono pronte all’azione, all’esercitare ancora una volta violenza, me le fa odiare di più. Non provo alcuna compassione per chi con tanta facilità riesce a passare dalle chiacchiere tra amic* allo scontro: sono persone perdute ai miei occhi. Meritano solo disprezzo. Per quello che hanno fatto patire alle loro vittime designate.

Dico che non me ne andrò, che rimarrò lì, solo per far loro un dispetto. “Il parco non è vostro, è di tutti”. È un continuo “Te ne devi andare coglione”, “Vattene a casa tua”, “Portateli a casa tua” di sottofondo, mentre quello che si è alzato, un tatuato testa rasata e barba lunga, fa per avvicinarsi a me. All’ultimo secondo decide di puntare la mia compagna, che gli ha dato dello stronzo. Nel frattempo gli sbirri si avvicinano. Due celerini cominciano a spingermi sulla bici, me ne devo andare dicono, sto provocando. Io rispondo che sono complici, che non sono in grado di gestire le persone davvero violente, che non gli interessa farlo.

La mia compagna si è spostata alle mie spalle, il tipo tatuato l’ha inseguita mentre cercava di tirarmi via. Lei mi chiama per nome, dice di lasciar stare. Lui le dice “Adesso vedi come te lo riduco!”. Nel frattempo i poliziotti alla mia destra sono aumentati, mi spingono perché mi allontani, il tatuato continua a muoversi alle mie spalle, insultando la mia compagna. Arrivano due uomini della digos, uno mi chiama per nome. “Te ne devi andare, vattene”, dice mettendo un braccio tra sé e il tatuato. Cerco di dire qualcosa al tatuato che è ancora lì a insultare la mia compagna, che tiene botta nonostante tutto. Continua a rispondergli. A questo punto cerco di stemperare la tensione consapevole di aver scatenato un possibile casino, gli do del lei, lui mi risponde “Io non ti do del lei, io ti spacco la faccia”. Io e la mia compagna riprendiamo a pedalare, con le urla di quelle persone nelle orecchie. Mi giro, e vedo che la mia compagna piange, pedala, pedala e piange. Ci fermiamo un attimo, uscit* dal campo visivo delle guardie e de* resident*. In lacrime mi dice che l’ho messa in pericolo, che mi sono messo in pericolo, che è stato un atto machista. Rimango interdetto sul momento, cerco di calmarla prima di riprendere a pedalare, mi scuso per averla esposta al rischio di uno sganassone da parte del pelato, o perché no, anche di due spintoni di troppo da parte delle guardie. Se fossimo finit* per terra con le bici, che cosa sarebbe successo?

Sono costernato. E più pedalo verso casa più mi chiudo, non parlo, guardo in basso, rischio di bruciare qualche rosso.

Cerco di analizzare la cosa, rivedo la scena, veramente breve, secondo per secondo. Mi sono fermato perché quelle persone mi stavano dicendo qualcosa per provocarmi. Ho deciso di impuntarmi, di provocarli a mia volta, ho esibito la solita faccia da schiaffi, ho mostrato strafottenza e ho incontrato, prevedibilmente, aggressività. Eppure, nel momento in cui il tatuato e gli sbirri si sono avvicinati, non ho ceduto. Ho cercato di mostrare calma e determinazione, anche se avevo, in verità, solo una gran voglia di regolare i conti. Mi sembrava la cosa giusta da fare. Ma la mia compagna l’ha definito un atto machista. Mi sento offeso da questa constatazione. Io non volevo cedere terreno a queste persone, volevo far capire loro che sarei potuto rimanere, alla faccia loro che dicono che il parco gli appartiene. Perché machista? Ci penso e ci ripenso.

Come si è comportata la mia compagna? Quando quelle persone ci hanno insultato, lei ha risposto continuando a pedalare. Ha fatto la stessa cosa che ho fatto io: non ha abbozzato, ha avuto la risposta pronta, e si è messa in mezzo quando mi sono trovato in una situazione di pericolo. È stata molto coraggiosa. Ma io sono andato oltre. Ho deciso di mettere, in prima battuta, scioccamente, in mezzo il mio corpo, con la sfrontatezza che solo l’adrenalina sa dare in certi casi. Ecco, l’adrenalina. Le mie gambe non tremavano mentre mi prendevo gli insulti. Non è una cosa da poco per me: nelle poche situazioni di conflitto nelle quali mi sono trovato ho imparato a fatica a non rispondere con voce tremante, a stare fermo, a mantenere le distanze senza indietreggiare. Ero fiero di poter stare lì, ben saldo, di poter guardare queste persone in faccia e dir loro che io non me ne sarei andato. Dove sta il machismo? Continuo a pensarci, e arrivo a concludere che quello che ho fatto, fisicamente, era inutile. Dal punto di vista della mia sicurezza, di quella della mia compagna, è stato addirittura dannoso. Per colpa mia abbiamo rischiato di essere aggredit*. Lei più di me, perché il tatuato ha puntato lei, non me. Perché nei suoi confronti ha agito una violenza psicologica imponente: l’ha minacciata di fare del male a me, l’ha colpita senza sfiorarla, facendola sentire incapace di reagire. Avrebbe potuto andare oltre, a quel punto. E io cos’ho fatto per lei? Ho scelto più o meno consapevolmente di stare a muso duro con due celerini che pretendevano che me ne andassi, sbandierando le mie rimostranze. “Non sapete gestire queste persone, non vi interessa farlo, siete complici”.

Dal punto di vista politico qual è stato il risultato? Ho ottenuto di alzare il livello di tensione, senza poterlo volgere a mio favore, anzi rischiando di pagarne il prezzo, e di farlo pagare alla mia compagna, sia fisico che legale. Dopotutto nessun* in quella piazza avrebbe detto una parola a nostro favore, se i poliziotti avessero deciso di trattenerci con un pretesto. Militarmente, diciamo, è stato un atto affine ad un suicidio rituale: sconfitto, avrei potuto salvare chissà quale onore. E di nuovo, a che scopo? Il presidio era finito, gli altri compagni e le altre compagne si stavano allontanando, non avrebbero fatto in tempo a venire in nostro soccorso. E anche se fosse successo cosa avrei ottenuto? Di coinvolgere più persone in una rissa, in una carica della polizia?

Cerco di capire cosa mi abbia portato ad agire in quel modo. Loro erano più di noi; loro sentivano la vittoria in tasca; loro erano per la maggior parte abitanti del quartiere; loro erano a casa propria, protett*, coccolat* dalla polizia, soddisfatt*. Speravo di poter rivolgere contro di loro la stessa violenza che hanno agito per mesi contro persone che hanno subito semplicemente per non avere guai. Quella violenza gridava vendetta. Ma io ovviamente non sarei stato in grado di riequilibrare la bilancia della giustizia da solo. Il massimo che avrei ottenuto sarebbe stato, forse, uno schiaffone di troppo. La rabbia mi ha spinto ad assumere quell’atteggiamento. Non una riflessione sensata, a mente fredda, condivisa con altr* solidal*. È stato un atto solitario.

Parlandone poi con la mia compagna, arrivat* a casa, analizziamo nuovamente la situazione, anche dal suo punto di vista. Lei è stata capace di reagire meglio, una volta accusato il colpo. Cerca quasi subito di riderci sopra per sdrammatizzare, prova a non rabbuiarsi. Parliamo del nostro odio per quella gente ma anche del senso di impotenza che abbiamo provato, del desiderio di fargliela pagare. Perché non è possibile che l’abbiano vinta loro. Inizialmente resto in silenzio, ma lei mi incalza, vuole parlarne e dimostra una lucidità che io fatico comunque a recuperare. Mi fa notare cosa ho fatto, mi racconta come lei ha vissuto quei momenti, mi fa anche notare che io non le ho chiesto come stesse. Mi sento un mostro: lei ha subito una violenza peggiore della mia, e io penso soprattutto a me stesso. Mi fa l’elenco degli insulti che ha subito, delle volte che mi ha chiamato, e io non ricordo di aver sentito niente di tutto questo. Tutto ciò che sentivo era me stesso.

E per questo, quello che ho fatto è stato indubitabilmente un atto machista: ho rischiato di portare, senza alcun ragionamento, senza alcun motivo strategicamente valido, un confronto verbale sul piano fisico. Senza ottenere niente, se non una momentanea gratificazione e le lacrime della mia compagna. Pensavo che gli insulti o le botte facessero male. Ma non sono niente rispetto alle lacrime di una persona con la quale fai politica, attraversi questa vita, a cui vuoi bene: quelle fanno molto più male di una manganellata.

Nella nostra assemblea parliamo spesso e volentieri di dinamiche prevaricatrici, violente, maschiliste. Cerchiamo di ricordare sempre a noi stess* l’importanza dell’ascoltarsi, senza pregiudizi di sorta. Sono le discussioni che preferisco: perché farle all’interno di uno spazio politico non è cosa da poco. Mettersi collettivamente in discussione partendo dal proprio agire quotidiano non è da tutt*, e io sono fiero di far parte di questo percorso politico. Credo anche di saper fare autocritica, di riuscire ad individuare i condizionamenti della società patriarcale sul mio modo di essere. Nella calma di un’assemblea siamo buoni tutti, noi compagni. Ma nella tensione, nel pericolo, in piazza? Quanto siamo capaci di tenere sotto controllo il maschio alpha che è in noi? E quanto siamo invece in grado di mettere a rischio le persone delle quali abbiamo implicitamente giurato di prenderci cura, i nostri compagni e le nostre compagne? Questa è la cosa più importante dopotutto, no? Saper stare insieme secondo criteri di solidarietà.

 

 

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2 pensieri riguardo “Compagni. Antisessisti. Talvolta un po’ machisti”

  1. che articolo interessante, davvero.

    L’idealismo è egoismo?

    Volere un mondo migliore, ovviamente migliore secondo la propria sensibilità, migliore per chi ami (propri* ragazz*) e per chi non fa parte di te (in questo caso, comunità rom) – è un atto egoista, perché non abbiamo chiesto a chi non fa parte di noi come la pensano (in questo caso, il presidio violento e carabinieri) ?
    Chi non è andato contro l’emergere del nazifascismo, per tutelare la propria moglie, i propri figli, è stato egoista nei confronti degli ebrei, degli omosessuali, degli zingari, dei dissidenti politici rastrellati ?
    Chi è andato contro l’emergere del nazifascismo, nel credo di una società comprensiva di ebrei, di omosessuali, di zingari, di dissidenti politici, era un machista che non ha chiesto alla propria compagna come si sentiva?
    Oppure.
    Chi è andata contro l’emergere del nazifascismo, era una machista che non ha chiesto al proprio compagno come si sentiva? Oppure era una eroina femminista ?

    Ripeto, questo articolo è molto interessante, e senza nessuna ironia davvero, perché mostra una profonda crisi e ridiscussione dei ruoli di genere in un tempo storico in cui c’è una profonda trasformazione dei valori etici in una società: cosa sia “bene” e cosa “non lo sia”, e quale sia il comportamento “bene” da tenere per dire che anche tu sei “bene”.

    Il mio punto di vista, è che in questa società moderna, al di sopra di tutto c’è l’importanza assoluta della propria identità. La propria identità è più importante degli altri, del resto. La propria incolumità, la propria autodeterminazione, il proprio potere di piacere al partner, alla propria comunità, agli altri attraverso i like che reinforzano il nostro modo di pensare, senza dovere necessariamente agire. E’ sufficiente la propria immagine, e l’idea di ciò che si è convinti di essere o in diritto di ricevere, ad argomentare il proprio diritto di giudicare come appaiono gli altri.

    Si può stare sul divano anziché scendere in piazza, e ottenere cmq il consenso di migliaia di fan se si rispecchia il canone estetico : essere carin*, usare le parole giuste al momento giusto (machista, femminista, patriarcato, antifa) – nota che l’estetica non è solo aspetto fisico, è comportamento. (chiedere consenso a propri* compagn* per validare la propria azione, mossa da una cosa che profondamente contrasta con ciò che si ritiene giusto VS non chiedere validazione, e agire contro una cosa che contrasta profondamente con ciò che si ritiene giusto –
    quando agire? subito? dopo essersi consultati? agire subito come i fascisti, che ti danno fastidio ? o aspettare, per non sentirsi fascista? se agisco subito sono fascista? se agisco dopo sono intellettuale ? cosa sono ? ).

    Quando la propria identità diventa di molto più importante di tutto il resto, si chiama personalità egotica.

    Ora, l’identità di genere è un’idea, e idealismo il sistema di credenze che dice se faccio cosi, è machismo, se così, è femmismo; se faccio così e chiedo consenso, è giusto e moderno, se non lo faccio, no, eccetera.

    L’identità di genere è una cosa che si ritiene giusta e non si vuole indietreggiare (almeno, io la penso la così, e voglio che il mio comportamento sia adeguato a ciò che penso sia giusto). Al pari dell’identità di “razza” (idem).

    Però nell’epoca moderna, che è egotica, il bisogno di affermare la propria identità ha un valore sopra tutto. Si vuole una società inclusiva indipendentemente dal genere, o voglio affermare me stess* perché *io sono* (donna, uomo, femminista, gender-bender etc.etc.etc. – Nota che spesso queste affermazioni sono associate a parole come “leader” e descrivono una sfera di potere personale, non una uguglianza di genere “astratta” perché per tutti).
    Il bisogno di affermare la propria identità sopra tutto il resto comporta un rischio molto grande: buttare nel cestino tutto ciò che è meno importante.

    I rom, gli ebrei, gli omosessuali, e perfino gli eterosessuali che possono avere un pensiero affine, un sistema di valori affine al nostro (esempio, uguaglianza di genere, antifascisti, uguaglianza sociale, etc.) possono passare a essere meno importanti perché usano un comportamento giudicato “sbagliato” (machista). Non è validato dal propri* compagn*.

    Che poi, perfino la validazione del proprio comportamento può essere giudicata machista, oppure codarda, oppure impulsiva, oppure altruistica – a seconda di ciò che dice il/la tu* compagn*.

    Questo da una parte comporta profonda profonda insicurezza – proprio perché le proprie azioni sono costantemente giudicate per essere validate, se “machiste” o no.

    Dall’altra, potrebbe giovare ad un rapporto di coppia per potere approfondire le proprie visioni e cosa si sente (mi hai esposto al pericolo, cosa hai sentito, come avresti reagito). Questo è un bene.

    Etichettare e giudicare come errato il comportamento del proprio partner, nonostante abbia agito sulla base di un sistema di valori in comune, lo vedo però come abuso, come estensione del sé sull’altro. Io sono stat* mal* per colpa tua. Per colpa tua, non per colpa del tizio tatuato che mi ha insultata. No, per colpa tua. Passive/Aggressive. Ho pianto, per colpa tua. A te, strazia vedere il tuo amore che soffre per un tuo comportamento. And that’s fine. Ma è davvero colpa tua? Cosa è nel tuo potere cambiare le cose, in un modo che credi migliore, e cosa non lo è?

    Immagina una coppia nera, in cui uno dei due si siede nell’autobus di bianchi.
    L’altro dice, vieni via o succedono casini.
    Ma chi si siede, resta.
    L’altro che voleva andare via, chiama chi resta “sei un machista”. Non mi hai chiesto come sto. Mi insultano. Sono in pericolo.

    Bene, chi si è seduto sono state due donne.

    Chi se ne frega, vorrei dire, l’importante è che due persone si siano sedute.

    Invece no, sento spesso si vuole fare il punto se avessero o no la vagina, anziché dire che anche loro sono due Persone che si sono opposte al razzismo. (Associare la propria identità funziona meglio sia per creare empatia che marketing – io sono come te, non parliamo di concetti astratti di “uguaglianza di genere”, certo che siamo Persone e blablabla, ma io sono uomo/donna come te, capisci? )

    Tra l’altro, di una se ne ha memoria storica, dell’altra no.
    Il motivo non è il machismo che ha annichilito la memoria di una delle due, ma perché quell’azione è stata preparata: c’era un’intera rete pronta per supportare quel gesto, andando dritto lungo tutta la trafila: tribunali.

    non era stata un’azione impulsiva.

    Impulsiva.

    La tua azione è stata impulsiva, non machista, né eroica.

    E se fosse stata fatta dalla tua compagna, sarebbe stata impulsiva, non femminista, né isterica, e forse nemmeno qualunque altro aggettivo usato per affermare la propria identità giudicando il/la partner in base alle proprie convinzioni “di genere”.

    Molte azioni impulsive sono pure importanti a costruire la propria identità.
    Fondamentali.

    Importante è che ne trai il senso corretto, per costruire la storia e attraverso la tua Storia.

    Potresti volere rivalutare la tua azione in una prospettiva più costruttiva nei confronti di te stess*, ed affermare con le tue azioni future un mondo migliore.
    Per me, migliore, significa meno egotico.
    Perché meno egotico significa valorizzare chi è diverso, anziché giudicare chi “è sbagliato”;
    significa volere tutelare l’ambiente in cui si vive, per potersi esprimere – sia se stessi e chi ne fa parte, sia chi non ne fa parte, per la necessità che il mondo è un sistema chiuso e anche se è grande, è limitato.

  2. L’articolo è molto interessante e ben raccontato. Un ottimo spunto di riflessione e di confronto.
    Secondo il mio parere cadiamo nel solito tranello patriarcale delle definizioni dei generi dove il maschio è guerra e scontro mentre la donna è protettiva e da proteggere.
    Mi spiego meglio: la reazione dell’essere umano al pericolo, all’attacco è quello che è avvenuto. Avviene una selezione degli stimoli esterni concentrandosi sulla fonte del problema, si teme per la propria vita, si contrattacca per sopravvivere e a un certo punto si sceglie se aggredire o abbandonare il campo. E questo non è molto diverso da quello che è successo, senza tirare in ballo il machismo. Anche la donna reagendo alle aggressioni verbali ha reagito d’istinto con insulti facendo salire la tensione, ma non per questo è stata machista. Sono stati semplicemente umani, pronti a combattere per un loro diritto. Lo dico senza però sminuire che la situazione è stata traumatica, e che lei magari si è sentita abbandonata quando ha dovuto tenere testa a un *tizio* che cercava lo scontro e che l’ha aggredita apposta perché l’ha definita come *debole del gruppo *, per vincere. Ecco quello sì è un comportamento machista, fare il bullo e attaccare chi non ritieni al tuo livello. Io mi sarei sentito ferito a essere stato lasciato solo durante un’aggressione che è stata vista nascere da entrambi. Ma machista perché si è reagito, non si è indietreggiato… ovvero se si è tenuto un comportamento di forza che, per propaganda patriarcale è associata all’uomo, allora no.

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