Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Personale/Politico, R-Esistenze

Il mio corpo è sacro: toccami

di Ethan Bonali (da GayPost.it)

Alla mia compagna, una futura psicologa ed una alleata, capace di affrontare la mia rabbia e farmi riflettere.

L’entomologo seziona l’oggetto dei propri studi senza partecipazione emotiva.
Per quanto sia apprezzato dalla propria comunità scientifica, egli non avrà mai la visione della bellezza del minuscolo e delle sfumature. Tratterà, sebbene con parole auliche, di involucri.
Questa è la sensazione che ho avuto leggendo l’articolo del 13 luglio di Sarantis Thanopulos, psicoanalista, sul Manifesto.
Penserò, e soprattutto sentirò, che il rapporto psicoanalitico, è un rapporto di amore.
Non vi è nessun raporto d’amore con chi non conosce e non immagina.
Non vi è nessun rapporto d’amore con chi non rinuncia al potere.

Cosa dice la comunità scientifica

Seppure ancora con le limitazioni dovute a radici di patologizzazione, alla fatica nel mettere in discussione una costruzione binaria del genere umano e dal trascurare prospettive non occidentali e non cartesiane come base delle proprie teorie, la comunità scientifica è arrivata ad una posizione molto chiara rispetto all’identità delle persone transgender.
Le posizioni scientifiche non servono a validare le persone transgender, non binary e non conforming (che l’autore dell’articolo ignora), ma a fare luce dove c’è ignoranza.

L’American Academy of Pediatrics (AAP) ha pubblicato, meno di un anno fa, le linee guida per il supporto e la cura dei bambini e degli adolescenti transgender e gender-diverse.

Lasciando alle persone che leggono la lettura più accurata del documento, riporto solo alcuni punti fondamentali:

  • Le identità transgender e le diverse espressioni di genere non costituiscono un disturbo mentale;
  • Le variazioni nell’identità e nell’espressione di genere sono normali aspetti della diversità umana e le definizioni binarie di genere non riflettono sempre le identità emergenti di genere;
  • L’identità di genere si evolve come interazione di biologia, sviluppo, socializzazione e cultura;
  • Se esiste un problema di salute mentale, il più delle volte deriva dallo stigma e da esperienze negative piuttosto che essere intrinseco al bambino;

Raccomandazioni:

 

  • Fornire ai giovani l’accesso a un’assistenza sanitaria adatta allo sviluppo e con un approccio gender- affermative;
  • In un modello di assistenza gender-affermative (GACM), i pediatri e i professionisti coinvolti offrono un’assistenza adeguata allo sviluppo orientata alla comprensione e all’apprezzamento dell’esperienza di genere dei giovani. Questo lascia libertà alla persona minore di sperimentare se stessa.
  • L’approccio diviene quello del benessere della persona e non di correzione di una situazione di presunta anormalità;
  • Fornire una terapia e un sostegno basati sulla famiglia per soddisfare i bisogni di genitori, caregivers e fratelli di giovani che si identificano come transgender.
    Questo non significa non arginare e non affrontare le ansie di genitori e famiglia. E non significa cedere all’ansia di vedere al più presto il proprio figlio re-incasellato in un qualunque stereotipo e/o costruzione sociale;
  • Difesa da parte dei pediatri all’interno delle loro comunità di politiche e leggi che promuovano l’accettazione di tutti i bambini senza timore di molestie, esclusione o bullismo a causa dell’espressione di genere;
  • L’AAP raccomanda di adottare un approccio gender-affirming, non giudicante, che aiuti i bambini a sentirsi al sicuro in una società che troppo spesso emargina o stigmatizza quelli visti come diversi.

 

Il “corpo sbagliato”

E qui debbo entrare nel merito del linguaggio scorretto e a tratti violento utilizzato dallo psicanalista nell’articolo pubblicato sul Manifesto.

L’uso dell’amatissima espressione “imprigionati/intrappolati nel corpo sbagliato” è obsoleta e scorretta. So perfettamente che è utilizzata da moltissime persone transgender, ma non mi sfugge neppure il fatto che sia un’espressione indotta dal sistema medico che ci ha definiti malat*.
“Se ti battezzano disforica è chiaro che disforica ti costruisci” come spiega l’attivista trans* Porpora Marcasciano.
La definizione di disforia presuppone che sia la mia visione di persona transgender ad essere aberrata ed a crearmi un disagio.
Le linee guida affermano che le variazioni delle identità di genere sono nella natura umana, ma non mettono in discussione la percezione della società, bensì quella della persona che subisce tale percezione e una assegnazione sociale e culturale in base all’anatomia.
Io non ho nessuna incongruenza tra la percezione di me e il mio corpo. Sto passando dall’avere un involucro ad avere un corpo. E se fosse quella della società la percezione aberrata che non vede le sfumature di genere?
E se il dovere di un professionista fosse quello di guarire la società e non chi si discosta da una costruzione e da una percezione così limitata?
Se il dovere del professionista fosse quello di allontanare lo stigma della patologizzazione dalle persone transgender o, più semplicemente, di fornire alla persona gli strumenti per non subire quella percezione a scapito di sé stessa?

In “disagio dei valori” lo stesso Thanopulos scrive:
“Il desiderio è tanto più sentito e la sua soddisfazione tanto più compiuta e intensa quanto più specifico è il suo oggetto. Realizza il piacere sotto forma di persistenza della tensione, attraverso modificazioni del suo andamento (in cui il ritmo ha una funzione importante) che le conferiscono una gradevolezza complessa e profondamente coinvolgente. Nasce da una trasformazione della struttura psicocorporea e la promuove verso un suo compimento: l’elaborazione è necessaria sia nella “costruzione” del suo oggetto sia nel suo godimento.

Il corpo non binario

Riprendo le stesse parole dell’autore per sottolineare quello che non riesce a vedere nelle persone transgender, accecato dalla sua visione inconsciamente transfobica.
Transfobico è tutto ciò che nega l’esistenza di un corpo diverso da quello binario, che attribuisce valore maggiore ad un corpo cisgender e cerca di preservarne l’intoccabilità perché ritiene, segretamente e inconfessabilmente, il corpo trans una mutilazione.
Transfobico è l’involucro e non il corpo. E Thanopulos vede nei nostri corpi solo involucri.

“Tuttavia molte condizioni esistenziali sono oggi dettate dalla negazione del lutto e il corpo contraffatto si sta equiparando al corpo vero. Interferire con lo sviluppo psicocorporeo nell’infanzia, bloccandolo o modificandolo medicalmente, sulla base di convinzioni o comportamenti ancora da evolvere, che così si rendono definitivi, è un abuso. […] “Bompiani ha colto il punto: la manipolazione dell’immaginario conduce alla manipolazione del corpo. Sostenere che l’anatomia non debba essere un destino, per poi compiacere la costruzione di un’anatomia fittizia (la peggiore delle normalizzazioni e il più irremovibile dei destini), è una forte incoerenza che lascia spazio all’onnipotenza: la creazione artificiale di stereotipie identitarie.”

A scapito di una minoranza

Così scrive sul Manifesto Thanopulos, che, a quanto pare, nulla sa di realtà transgender e che non riesce a vedere nella ricerca del corpo transgender l’incontro tra psiche, corpo e cultura.
La sua posizione nasce dalla convinzione che sia meno doloroso accettare il proprio corpo, piuttosto che vivere come persona transgender.
Transfobico ancora una volta. Meglio preservare la visione oppressiva della società a discapito di una minoranza. E Thanopulos non è esatto quando afferma che i bloccanti sono irreversibili.
E’ il difensore del potere medico, che non riconosce il desiderio infantile e la sua consapevolezza.
Siamo di fronte a tutela o a controllo?

L’uso del termine “anatomia fittizia”, poi, sottolinea molto bene, ed intensamente, la convinzione dello psicanalista, che le persone transgender vivano alienate dal proprio corpo-prodotto.
L’uso del termine svilisce ed oggettifica. Siamo di fronte ad una narrazione tossica e sovradeterminante. Insomma, la “natura” ti dà un corpo e tu lo devi accettare anche con dolore. E’ lo stesso professionista a ridurci ad un involucro perchè non sa parlare di psiche.

L’identità incarnata

Thanopulos non sa dei miei anni di infanzia passati a riflettere sul mio corpo, sui miei desideri, sugli altri corpi, sul desiderio degli altri.
Thanopulos non ascolta e non vede.
La fine del distacco dal mio involucro e la presa in possesso del mio corpo è venuta proprio dalla presa in carico della mia felicità, dalla consapevolezza che non vi sono solo due tipi di corpi, dalla ricerca del mio desiderio e dalla liberazione dal bisogno.

Io sono una identità incarnata.

La negazione del mio corpo è passata per il non voler ferire la mia famiglia, per la convinzione di essere il solo così, per la cancellazione della moltitudine di possibilità dei corpi operata dalla scienza medica e dalla società.

Le battaglie delle persone transgender

E Thanopulos ignora la battaglia delle persone transgender contro una medicalizzazione che li voleva stereotipati.
Thanopulos ignora che uno dei requisiti per acceder alle prime terapie era quella di essere “materiale credibile”? Vuole rivoltarci contro i nostri desideri e la nostra consapevolezza per negare le responsabilità dei professionisti?

“Si può rispettare, accogliere i transessuali, senza compatirli, né assecondare la loro visuale. Della loro condizione si può «prendere cura», se sono interessati, a partire dal reciproco lutto che è necessario fare. La dissociazione tra il dato corporeo e la rappresentazione psichica del proprio sesso interferisce con lo sviluppo del corpo erotico e limita seriamente la profondità del coinvolgimento e della soddisfazione sessuale” scrive.

La dissociazione indotta

Chi usa la parola “assecondare” e “compatire” non mi rispetta e non può essere il mio terapeuta.
La mia non è una “visuale”, ma una realtà incarnata, con un suo sviluppo non patologico, una sua sessualità, un suo desiderio e individuazione di amore. Le persone transgender non sono dissociate, semplicemente hanno un loro percorso. E’ costringerle in uno che non è il loro che le danneggia.
La dissociazione non è insita, ma indotta.
Non capirlo è un errore di percezione grave dato dalla cultura egemone dalla quale il terapeuta non si sa emancipare.
Le persone transgender hanno elaborato pratiche sessuali proprie, attraverso l’esperienza e il passaggio di saperi, attraverso il vuoto dell’assistenza medica e psicologica che non fornisce alcuna risposta, attraverso la pazienza, l’ascolto, il mettersi in discussione dei propr* compagn*, attraverso le esperienze occasionali.
Ignorare questo ha le basi nella cultura etetosessista, nella radicata convinzione che qualunque pratica sessuale sia mutuata “dall’atto completo”. E l’atto completo, come lo sviluppo sano, si ha solo attraverso il corpo cisgender.

Quello che non sai

Come non sapete nulla di noi!!!
E come non sai nulla del mio “metter i piedi per terra”, “restare deluso”, “imparare a perdere”.
Come non sai di quanto sia stato un sollievo ed una liberazione!
Come non sai che quello che tu chiami lutto, per me è stato nascita!
Non sono io il narcisista, l’alienato, colui che non si accontenta del proprio corpo.
Io sono colui che è sano perché vuole essere felice.
Che effetto fa sentire parlare una persona adulta, consapevole, che si sa difendere e che ricorda perfettamente com’era quando era bambino? Come sarebbe pubblicare questo su “il Manifesto”?

La responsabilità di chi pubblica

Questo articolo non è “solo” questione di narrazione tossica, che colpisce i più deboli e le loro famiglie, nascondendosi dietro un titolo accademico ma poca esperienza e nessun ascolto.
Questa è responsabilità del Manifesto, che dà voce a chi non è esperto, invece che a chi è coinvolto, per riempire le colonne estive del proprio giornale.
Compagn* car*, la vita degli altr* non è un pour parler.
Questo articolo non è “solo” un problema di deonotologia professionale per l’Ordine di medici e psicologi e per la responsabilità di argomentare con leggerezza e fallacia sulla pelle degli altri.
Questo articolo grida la necessità di prendere posizione e rifiutare protocolli offensivi ed oppressivi, di mandare all’aria basi che non reggono il confronto con la realtà.
Di rinunciare al potere per avere un rapporto d’amore.
E’ tempo per alcun* di parlare e per altr* di ascoltare.

Vite valide e sane

Non solo noi non siamo malati, ma noi siamo esistenze totalmente valide e sane.
E’ la società a non essere sana.
Non ho nessuna pretesa di “una connessione senza falle tra corpo e psiche”, non mi illudo che si possa ottenere dalla chirurgia e neppure l’ho mai desiderato. Anzi, mi offende moltissimo quando, con una punta di accondiscendenza, mi si dice che debbo aspettarmi ciò che è possibile.
Mi sono individuato, ho compiuto i miei processi di crescita e sono sempre stato transgender.
Non c’è stato nessun processo che abbia portato allo “sviluppo di una identità transgender” e la sofferenza non è un aspetto imprescindibile. Lo diventa quando c’è negazione ed oppressione.
Ho imparato a farmi toccare e accarezzare.
Car* lettor* e car* terapeut* e studios*, vi lascio con parole molto più efficaci di tante costruzioni teoriche:

“Toccarsi sembra un gesto semplice e invece è una grande avventura, significa varcare la frontiera del “Toccarsi
sembra un gesto semplice
e invece è una grande avventura,
significa varcare la frontiera
del visibile.
I corpi
sono sacri, sono arcaici.
Toccate e fatevi toccare,
togliete i confini, il filo spinato,
la fiamma dei vivi è la vicinanza.
I corpi sono sacri, sono arcaici.
Toccate e fatevi toccare, togliete i confini, il filo spinato, la fiamma dei vivi è la vicino.”

– Franco Arminio

Ho imparato a farmi toccare.
Da bambino non mi facevo toccare. Mi sentivo invaso.
Sono stato fortunato.
Me lo sono meritato.
Ce lo siamo meritat*.
Toccami, toccami, toccami… un gesto semplice e invece

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