Antisessismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Personale/Politico, R-Esistenze

Agli uomini viene chiesto di essere “tipi forti e silenziosi” e questo li sta uccidendo, parola di Henry Rollins

Articolo in lingua originale QUI. Traduzione di Antida e Maddalena del Gruppo di lavoro Abbatto i Muri.

di Henry Rollins

In “The Man They Wanted Me To Be” – L’uomo che volevano che io fossi – Jared Yates Sexton esplora la cultura della mascolinità tossica in America.

Ad oggi, la mascolinità tossica dilaga negli uffici, sulle autostrade, nei bar, negli spogliatoi, e più o meno ovunque gli uomini americani abbiano deciso che la loro missione fosse essere forti e silenziosi ed apparentemente impermeabili alle brutalità quotidiane che loro stessi hanno inventato ed alle quali si sono assuefatti.

Il mito del presunto ed inalienabile diritto alla supremazia ed al controllo perpetrati dall’uomo, specialmente dall’uomo bianco, ha una miriade di effetti collaterali catastrofici.

GLI UOMINI BIANCHI AMERICANI – PER LO Più DI MEZZA ETA’ – RAPPRESENTANO IL 70% DEI SUICIDI NEL 2017.

— AMERICAN FOUNDATION FOR SUICIDE PREVENTION

Sexton trova le radici di tutto ciò nei padri. “Certo, le relazioni paterne conflittuali non sono nulla di nuovo” scrive, facendo notare come “nascano intorno all’idea di ciò che ci si aspetta da un uomo.”

Mio padre amava vantarsi di aver passato tutta la notte al lavoro in ufficio, tornando a casa in bus all’alba. Si sarebbe fatto una doccia, la barba, avrebbe indossato una camicia inamidata di fresco e sarebbe tornato immediatamente in ufficio. Pensava che le proteine fossero un ottimo modo per combattere il sonno. A 13 anni ero, e lo sono ancora, un maniaco del lavoro. Da allora ad oggi non è mai stato per fare i soldi o la sopravvivenza. Ha a che fare con quello che un “vero uomo” deve essere. Non sono in grado di togliermi quest’idea dalla testa, ma almeno, oggi, so chi ce l’ha messa.

Questi standard – e le posizioni in cui vedi contorcersi molti uomini americani – non sono certo privi di conseguenze. Oltre alla rabbia malriposta, ai sentimenti di inadeguatezza e disperazione, gli uomini che tengono le emozioni sotto controllo spesso crollano. Gli uomini bianchi americani – per lo più di mezza età – rappresentano il 70% dei suicidi nel 2017.

LA MASCOLINITA’ AMERICANA, O MEGLIO LA BUGIA DELLA MASCOLINITA’ AMERICANA, E’ DIVENTATA UN PRODOTTO AL PARI DELLA NUOVA CHEVROLET SCINTILLANTE NEL VIALETTO DI CASA.

Le origini della mascolinità tossica sono da rintracciarsi ancora più indietro secondo Sexton. E’ cominciato tutto con l’arrivo degli europei nel continente Nord Americano:

Jared Yates Sexton

“In effetti, gli uomini americani hanno goduto dei privilegi fin da prima che ci fosse l’America, “ scrive Sexton “e quei privilegi ebbero come risultato la cacciata dei Nativi Americani, la schiavitù degli Afro Americani, l’abuso delle minoranze, il controllo delle donne attraverso la sottomissione, e qualunque altro tipo di potere egemonico esistito fino al 21° secolo. E’ questa la definizione della sfida americana fin dal suo inizio.

Più avanti, attraverso i mass media e “l’ansia promossa dalla pubblicità” Sexton scrive “le insicurezze e le paure di fallimento maschili erano manipolate… La mascolinità americana, o meglio la bugia della mascolinità americana, è diventata un prodotto alla pari della nuova Chevrolet scintillante nel violetto di casa.”

Comprendere la bugia

Sexton non è un sociologo, non formalmente, almeno. E’ un autore e professore associato di scrittura creativa alla Georgia Southern University, e ha viaggiato il mondo come reporter seguendo la campagna elettorale del 2016. E’ anche un sopravvissuto alla mascolinità tossica.

Ma poteva non sopravvivere.

Dopo avere sfiorato il suicidio, Sexton ha fatto una scelta. “Dopo esserci andato così vicino, ho deciso di provare, con tutti i miei limiti umani, a comprendere questa bugia e le persone che ne sono vittime, per trovare un altro modo di vivere.”

Sexton, un ragazzino sensibile allevato da un padre assente ed una madre vittima di abusi, ha subito imparato che l’America apparteneva agli uomini e che sarebbe stato meglio per lui imparare a fingere e recitare bene il ruolo se voleva sopravvivere.

Il padre, egli stesso vittima di questa cultura tossica e dell’idea della carriera, si autocondannò ad una vita di negazione e bugie il giorno in cui lasciò la scuola per arruolarsi nei Marines durante la guerra in Vietnam. Lo fece non solo per assecondare le aspettative del padre veterano, ma, soprattutto, per diventare l’uomo che credeva di dover essere. Fece solo l’addestramento, e l’uniforme fu per lui poco più che un costume, visto che istruì la futura moglie a fare pressioni per il suo congedo anticipato. Lei acconsentì, e riuscì nell’intento. Il padre di Sexton non partì per la guerra in Vietnam, e per il resto della sua vita si sentì un codardo. Sfogò la frustrazione sulla sua famiglia.

E’ una storia che conosco fin troppo bene.

Io sono nato nel 1961. Le interazioni con mio padre si riducevano a qualche visita a casa sua nei weekend, almeno per tutti gli anni 70. Durante queste visite fatte di ore che sembravano giorni, io dovevo recitare il giuramento alla bandiera, imparare a fare a botte, comprendere i pericoli che i non bianchi, gli omosessuali, gli hippy, i comunisti e gli oppositori alla guerra in Vietnam, rappresentavano per l’America. Non credo di aver mai ripetuto ad alta voce quello che mi diceva mio padre e, ne sono certo, non le ripeterò mai.

Sexton è nato nell’81 e l’America in cui è cresciuto offriva ai maschi due possibilità. Potevi essere un “uomo”, il che richiedeva che tu fossi in un perpetuo stato di aggressività, con la voglia di fare a botte sempre, che vedessi le donne come oggetti che esistevano solamente per essere sottomesse ed esaudire i desideri del maschio forte che le manteneva, che sopportassi di morire di lavoro, ma più importante di tutto, che non mostrassi nessuna emozione al di fuori della rabbia.

Potevi anche essere sensibile e avere delle emozioni, ma questo ti avrebbe causato l’esclusione dal gruppo dei maschi che ti avrebbero chiamato “frocio” o, peggio ancora, “femminuccia”.

Se ricordo bene, la volta in cui mio padre si arrabbiò di più con me, fu quando piansi davanti a lui. Non lo avevo mai sfidato in questo modo. A 18 anni entrai nella forza lavoro col salario minimo.

Con dolorosa precisione, Sexton descrive come per anni si sia spacciato per quello che non era e come questo l’abbia portato a vivere nella menzogna. Beveva, litigava e seguiva le orme di milioni di americani bianchi prima di lui. Un’esperienza, risalente al suo periodo di frequenza dell’università, è stata in qualche modo istruttiva. Sexton venne fermato mentre era al volante ubriaco. Invece di somministrargli il test alcolico, il carabiniere lo fece sedere sul sedile del passeggero e gli chiese cosa stesse facendo della sua vita. Al termine di una breve conversazione, quest’ultimo gli chiese se fosse abbastanza sobrio da guidare fino a casa e, alla risposta affermativa di Sexton, lo lasciò andare.

« Ho realizzato quanto sia stato fortunato quella notte », scrive Sexton. “il carabiniere che mi aveva fermato si era impietosito e mi aveva dato una possibilità fondata sull’accondiscendenza e su un incredibile privilegio, privilegio che è stato a lungo una concessione dell’apparato legislativo all’uomo bianco”.

Sexton ricorda costantemente al lettore che lui non è guarito, non c’è alcuna cura per la mascolinità tossica, e che è costantemente al corrente e attento agli effetti disastrosi e duraturi di quest’ultima.

«Esattamente come qualcuno che impara a tenere sotto controllo una dipendenza, » scrive Sexton, « io ho imparato a vedere la mascolinità tossica come un problema cronico da cui non avrei mai potuto guarire completamente. Ogni giorno rappresentava uno sforzo diverso, dal momento che non c’era nulla da conquistare. Sapevo, per esperienze pregresse, che la strada più semplice sarebbe stata quella di tornare a quei comportamenti distruttivi e pericolosi.”

Un riflesso di noi stessi

Sexton non è il primo a parlare dell’esistenza e delle conseguenze della mascolinità tossica. Il libro è pieno di riferimenti, ma l’umanità e il ritmo narrativo che traspaiono dalle pagine della sua opera non sono frutto dei dati e delle fonti utilizzati, quanto il confronto con le forze con le quali lui è cresciuto e le trappole in cui è volontariamente caduto.

Nel corso dell’analisi, accurata e priva di fronzoli, della propria storia, Sexton smonta pezzo per pezzo lo stile di vita americano e fornisce numerosi esempi di quanto sia pervasiva la mascolinità tossica nella nostra cultura, come uno spray le cui particelle sono talmente piccole da sfuggire all’attenzione e la cui menzione è facilmente ignorata in nome del « politicamente corretto » o di un’attitudine « soft ».

In quella che è, probabilmente, la parte più aspra, e quella da cui si ricavano più insegnamenti, Sexton riesce finalmente a creare un legame con il padre dopo anni di relazioni turbolente. Nell’ultimo periodo della sua vita, il padre di Sexton sembra essersi liberato di gran parte dei suoi pregiudizi, arrivando addirittura a dire al figlio di volergli bene. Del tempo trascorso al capezzale del padre, mentre la vita lo abbandonava poco a poco, Sexton descrive le infermiere: “Ovunque guardassi c’erano donne che svolgevano un lavoro pesante per uomini che avevano disperatamente e costantemente bisogno di loro.”

La mia vita è andata diversamente. Quando sento altri uomini parlare della vicinanza ai loro padri, come Sexton, da un lato non ho idea di cosa intendano, ma, dall’altra, mi rendo conto che mio padre mi ha mostrato ogni aspetto di sé. Mio padre voleva che fossi come lui, non concepiva nessun altro scenario. Probabilmente l’aspetto più difficile della relazione con mio padre, al di là della paura di scatenarne la rabbia, era la consapevolezza che quello che mi diceva fosse semplicemente sbagliato. Il dover fare i conti con un flusso continuo di tossicità emotiva ad un’età così giovane era stancante e demotivante: erano condizioni in cui non cresceva nulla, neanche il risentimento.

[la mascolinità tossica] come uno spray le cui particelle sono talmente piccole da sfuggire all’attenzione e la cui menzione è facilmente ignorata in nome del « politicamente corretto » o di un’attitudine « soft ».

Sarebbe stato troppo facile ritirarsi in una vita di bigottismo e codardia sotto la sua influenza. In quel caso avremmo legato. Capisco il fascino di tale ipotesi, ma ad essa mi oppongo costantemente. Non ho idea di quello che mio padre pensi di me, né se sia morto.

Ci ritroviamo in un ambiente che sta cambiando rapidamente e irreversibilmente. La furia dell’uomo bianco – in piena fase di realizzazione del fatto che ciò che è stato suo per diritto, per il semplice fatto di essere nato uomo, gli sta sfuggendo di mano – si manifesta sotto diversi aspetti, dalla debole popolarità del presidente degli Stati Uniti alle leggi estremamente restrittive che sono state approvate in differenti stati in materia di diritto all’aborto, ai numerosi ostacoli che impediscono una maggiore accettazione e inclusione della comunità LGBTQ.

Parlando della propria esperienza di vita, Sexton svolge un’indagine sulla mascolinità tossica, quasi esclusivamente nella variante del maschio bianco. “The Man They Wanted Me To Be” è, al tempo stesso, una storia e una constatazione. Non è un libro di testo e non dovrebbe essere criticato per le eventuali mancanze, ma apprezzato per la consapevolezza e l’empatia che ispira.

Nelle pagine del libro, alcuni lettori potrebbero ritrovare un’accurata descrizione dei loro padri, zii e di molti altri ma, cosa più importante, di loro stessi.

 

Leggi anche:

Cos’è la mascolinità tossica e come può essere affrontata

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