La posta di Eretica, MalaRazza, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

MalaRazza e la fila all’ufficio postale

Oggi il caffè sa di merda. Non so perché. A volte l’acqua ha un cattivo sapore e noi beviamo acqua che viene fuori dal rubinetto. Fresca e piena di cloro. Una delizia. Non possiamo fare altrimenti. Devo andare a pagare una bolletta, quella del telefono. La cifra standard che paghi solo per avere il telefono in casa e l’abbonamento con la connessione. Se doveste chiedermi dove si trova l’apparecchio direi che non lo so. Non telefoniamo mai e riceviamo poche chiamate, più spesso da parte di persone che ci offrono delle cose che non vogliamo. Con gentilezza, a volte con esasperazione, mettiamo giù. Una volta alzavi il telefono ed eri certa di sentire una voce amica. Parlavi del più e del meno. Ora possono essere solo due categorie di persone. Venditori o creditori.

Alla posta c’è la solita fila di gente che deve pagare o inviare qualcosa. Molte persone in piedi, poggiate alle pareti di un ufficio rifatto. Tutto sembra perfetto, le numerazioni scorrono sullo schermo, io tengo stretto il mio bigliettino e aspetto. Le persone più giovani sono tutte, o quasi, concentrate a leggere, giocare, commentare sui telefonini. Io non posso pagare la connessione fuori casa. Non mi interessa e il telefono lo tengo per ricevere telefonate. Non mi chiami mai, dice ogni tanto il mio compagno. Ma tu ti agganci alla connessione al lavoro e chiami con whatsapp, io, se sono fuori, non posso farlo. Figuriamoci se la gelateria offre il wifi gratis. Stiamo lì a risparmiare sull’impasto e quando arrivano le confezioni maxi di gelato prefabbricato devo prima assaggiarlo per capire se il colore corrisponde al sapore.

C’è una signora che deve mandare dei soldi all’estero, alla figlia. Dice che è urgente perché si è fatta male e lì nessuno le offre servizi sanitari gratis. Ma lavora, sa, solo che non guadagna abbastanza. Però è meglio che stia lì. Almeno se la passa meglio. Parla di qualità della vita ma poi scorgo la nostalgia nel suo sguardo. Chissà da quanto tempo è fuori. Quanti soldi le invia per farla stare meglio e quante speranze aveva riposto in quel viaggio. E’ meglio che non sia qui, non in questo periodo storico, mi dico. Non c’è niente per tante generazioni, compresa la mia. Se però io fossi all’estero e mi succedesse qualcosa nessuno potrebbe mandarmi soldi. E poi c’è lui, non posso lasciarlo. E lui non può lasciare l’unico lavoro sicuro che ci tiene in piedi.

L’impiegata allo sportello ha i capelli tinti da poco. E’ la cosa che noto sempre. Queste impiegate con i capelli a posto. Possono almeno permettersi il parrucchiere ogni tanto. La sala d’attesa invece è piena di persone con la ricrescita. Io ho mollato, dopo aver provato con i colori fai da te ho deciso che mi tengo il mio colore, con qualche capello bianco. Spuntano in fretta, eppure non ho ancora compiuto 40 anni. Molte donne della mia età, in altre epoche, sarebbero state considerate già vecchie, avrebbero partorito 5 figli e starebbero per fare testamento, credo. Io non ho un lavoro stabile, non ho figli, sono precaria e penso che la mia crescita interiore sia completamente ferma ad una sorta di età adolescenziale che la società vuole farci coltivare. Più ti senti adolescente e meno pretendi. Più ti senti adulta e più diritti rivendichi.

Per i politici la mia generazione è composta solo da gente che non ce l’ha fatta. Come se loro avessero un curriculum degno di nota. Ministri e politici che non hanno mai fatto un lavoro nella società “normale”. Accanto a me c’è un tale che si è fatto un selfie e ride. Chissà a chi starà inviando quell’immagine o quale intelligentissimo commento avrà pubblicato sul suo profilo facebook. Qualcosa sulla lentezza dei servizi postali o sulla gente che attende assieme a lui. Forse parla anche di me. Ma no, sono paranoica. Però secondo i gradi dell’odio online il tizio ne avrebbe da dire. Sono uscita con un vestito non stirato, leggero e lungo. Fa da contorno al mio culo grosso. Ai piedi ho le infradito. Niente smalto alle unghie. Non ho depilato le sopracciglia, non ho trucco, i capelli stanno dove vogliono e non ho un telefono in mano. Anche se avessi connessione non vedo quale tipo di commento potrei vomitare sul web. Come ho già detto in altre occasioni: l’unica cosa che mi fa davvero incazzare è la grammatica italiana, quella sconosciuta.

Tanta gente scrive “prima gli italiani” ma insegnando italiano a quel manipolo di stranieri che viene all’associazione di volontariato so bene che sono i miei alunni a conoscere l’italiano meglio che certi commentatori razzisti. Forse sta arrivando il mio turno. L’ufficio postale si svuota. Non devo dimenticare di accertarmi che il timbro del pagamento coincida con la giornata di oggi. Non possiamo permetterci di pagare più di quello che paghiamo. Perciò siamo puntualissimi. La signora che ha tenuto impegnata a lungo l’impiegata per l’invio delle risorse alla figlia è andata via. Tutti tiriamo un sospiro di sollievo. Io prendo i soldi, quei pochi soldi messi da parte apposta per pagare le bollette. Eccoli, tassa pagata. Nel mio portamonete c’era quella piccola somma in pezzi di carta arrotolati. Ora resta qualche monetina. 72 centesimi. E’ tutto quello che mi resta. Fino ai prossimi 20 euro dopo un giorno in gelateria.

MalaRazza

—>>>Questo è il racconto a puntate di Malarazza. Potete seguire le puntate precedenti e quelle successive a partire da QUI.

 

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