Autodeterminazione, La posta di Eretica, MalaRazza, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

MalaRazza e l’aborto precario

Avevo detto che vi avrei raccontato del mio aborto. Io e il mio compagno convivevamo da due anni e nonostante le precauzioni, all’improvviso, sbam! Io ero tentata ma avevamo deciso insieme che la nostra situazione era davvero impossibile. Non potevamo permetterci un figlio. Io troppo precaria e lui troppo impegnato nel lavoro per poter darmi una mano. Mi ha detto: se non sono in grado di pensare a noi due come vuoi che pensi anche ad un figlio? Certo, mi piacerebbe, ma tu sai come siamo messi. Non possiamo. E io sapevo che aveva ragione. Ha sempre avuto ragione. Conosceva i miei limiti e gli avevo detto che non avrei cresciuto un figlio da sola e che ancora ero troppo precaria, non potevamo contare su nessuno, non ce l’avremmo fatta.

Ma non è stato solo per questo. Io e lui abbiamo messo al primo posto i nostri progetti irrealizzati e la nostra voglia di crescere ancora. Quando ho capito di essere incinta e gliel’ho detto era così spaventato. Stava per avere un attacco di panico. E soprattutto si sentiva in colpa. Non ho fatto niente di sbagliato, puntualizzava, siamo stati attenti. Com’è potuto succedere? E poi mi abbracciava, continuamente, e diceva che se avesse potuto avrebbe lui affrontato tutto quanto ma non poteva. Nel frattempo io scacciavo dalla mia testa gli stereotipi frutto di un lento e incessante lavaggio del cervello. Per ricordarmi di non chiedergli “ma allora non vuoi un figlio da me?”. Per ricordare che il mio ruolo non era mai stato quello di dare un figlio all’uomo e che non avrei dovuto pensare perciò di essere stata rifiutata, perché non era quello il punto e lo sapevo più che bene.

Siamo andati al consultorio insieme, sereni, dopo aver trascorso la notte a stringerci forte. Siamo arrivati e abbiamo spiegato. Già quella parte è parsa un po’ una tortura. Ma avevamo le idee chiare. Non era possibile. Non potevamo andare avanti. Io non volevo. Per me, per noi.

Fissata la data abbiamo aspettato. Mi chiedeva delle mie sensazioni, quel lento ondeggiare che sentivo ogni volta che mi fermavo, per poi andare a vomitare. La responsabilità di dire di no, gliela leggevo in volto. Ma proprio perché stava succedendo a me io ero assai più serena. Non era il momento. Non lo sarebbe mai stato. Per un attimo mi sono persa e mi deve essere permesso dirlo senza che arrivino corvi antiabortisti a mettere il dito nella piaga per sfruttare i miei sentimenti. Se non avessi potuto parlarne con lui credo che non saremmo rimasti insieme. E’ difficile superare un momento così. Tenere a bada gli ormoni e armarti di consapevolezza. Immaginare il futuro per quel che avrebbe potuto essere o non essere mai.

In quel periodo non abbiamo visto coppie con figli, non che i bambini mi facessero impazzire. A lui piacciono molto. Ci va naturalmente d’accordo. Ed è lui che credo abbia sofferto di più. La faccia contrita, triste, come di chi sapeva di rinunciare ad un desiderio perché senza alternative. Siamo andati in ospedale, il giorno dell’intervento. Lui ha sbagliato una curva. Ma non hai visto che la strada è a due corsie? Eravamo nervosi. L’ho immaginato ad attendere, arrabbiato, sentendosi fuori posto, in una situazione che lo vedeva solo come spettatore. Ha lasciato la mia mano che aveva tenuto stretta fino all’ultimo. Per me l’anestesia fu un dono. Poi era tutto finito, o quasi. Abbiamo vissuto per altri sei mesi come fino al termine della gravidanza. Infine abbiamo partorito noi stessi, il nostro bisogno di stringerci ancora e di sentirci vicini nella precarietà.

Oggi ne parliamo sapendo di aver fatto la cosa giusta. Non potevamo, non possiamo. Non vogliamo. Lui che fa conti su conti e a quel tempo bestemmiava perché sapeva che pur con milioni di straordinari non ce l’avrebbe fatta. Io che non mi sono mai sentita detentrice di un ruolo materno sapevo che aveva ragione. Lui che alla fine ha superato la paura di fare sesso con me, temendo che sarebbe potuto capitare di nuovo, senza preavviso. Perciò la nostra vita è piena, non manca niente, non manca nessuno. Non ci siamo sentiti mancanti di qualcosa. Questo è un bene, credo. Restano i ricordi di un forte dolore all’utero mentre lui accarezzava la mia pancia. Perché sapevamo che di lì a poco avrei partorito, sì. Ho partorito un po’ di serenità.

MalaRazza

—>>>Questo è il racconto a puntate di Malarazza. Potete seguire le puntate precedenti e quelle successive a partire da QUI.

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