La posta di Eretica, MalaRazza, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

MalaRazza e la capanna di cassette della frutta

Ogni volta che guardo le cassette della frutta vicino alla cucina o quelle che ho sistemato all’ingresso, per metterci le scarpe e poggiarvi sopra chiavi e posta e altre cianfrusaglie, mi rendo conto del fatto che ci vuole creatività nell’essere precari. Quelle cassette rappresentano il mondo così come lo viviamo. Adattandoci e occupando spazi limitati per restarvi dentro senza che appaiano come prigioni. Quelle cassette le ho prese al primo trasloco, per metterci dentro cose da trasportare, e alla fine le ho sempre portate con me. Il mio compagno vorrebbe gettarle via ma per me restano un simbolo irrinunciabile. Mi ricordano chi sono e cosa sto facendo.

Non vi ho ancora detto come faccio a guadagnare qualcosa per arrotondare il piccolo stipendio del mio compagno. Lavoro part time, tre giorni a settimana, in una gelateria. Faccio le pulizie, offro gelati alla gente e mi pagano 20 euro al giorno, fanno 60 a settimana e 240 euro al mese. Onesti, no? Ovviamente è lavoro nero. Sono troppo grande per l’apprendistato e non ho qualifiche per guadagnarmi la stella dorata della gelataia come si deve. Unite i miei 240 euro ai 1200 mensili del mio compagno, sottraete 470 per l’affitto e almeno cento euro al mese, quando non paghiamo il riscaldamento, di bollette. Per mangiare spendiamo non più 70 euro di spesa a settimana, per la maggior parte quei soldi coprono il prezzo di frutta e verdura che costano tanto. 1440 euro, meno 850 di spese ordinarie fanno 590. Giusto? Poi ci sono le spese condominiali, circa 45 euro al mese, per fortuna non è tanto. Siamo a 545 rimanenti. Vuoi mettere il bisogno di farmaci almeno una volta al mese? Giusto un po’ di paracetamolo, o un antidolorifico per le mie mestruazioni, la visita ginecologica quando serve, le visite di controllo per il mio compagno che soffre di un problema che si porta dietro dall’infanzia. C’è poi da considerare la spesa di trasporto. Io uso la bicicletta ma il mio compagno deve per forza usare l’auto, scassata, che richiede sempre assistenza, perché il posto di lavoro è lontano ed è un casino con i mezzi pubblici. Quindi metti la benzina, l’assicurazione e il bollo come spesa annuale e spese di manutenzione. Indovinate quanto resta? Zero. Se non siamo bravi andiamo anche sotto zero.

Per le statistiche economiche noi stiamo bene. Non meritiamo sussidi, contributi, sostegni di alcun tipo. Il mio compagno viene tartassato di lettere da parte di banche che gli offrono mutui “vantaggiosi” per la prima casa ma quando andiamo a vedere il vantaggio scopriamo che al massimo possono dargli 75 mila euro da pagare in un tot di anni e così invece che pagare 470 per l’affitto del nostro buco ci ritroveremmo a pagarne dagli 800 ai 900 mensili. Semplicemente non si può. Diventa una truffa e il mio compagno è allergico ai debiti. Si rende conto però del fatto che dato che non abbiamo genitori che ci sostengono in queste spese: alla fine di tutto, quando sarà vecchio e stanco, con il minimo della pensione che si ritroverà, tipo la metà di quanto guadagna ora, sempre che il governo non ci propini altri provvedimenti di merda, dovrà andare a stare assieme ad altre persone, un altro vecchio o un’altra coppia se io sarò ancora viva. A volte spero di no. Giusto per non vederlo soffrire.

Calcolate che una donna della mia età non è un investimento perché più andrà avanti e meno possibilità di lavoro avrò. Gli incentivi per assumere donne non servono a niente e in quanto alla prova di ristrutturazione dei centri per l’impiego direi che è un vero fallimento. Sono andata allo sportello dedicato alle donne, ai disabili, ai migranti e altri poveri disgraziati come noi e mi hanno proposto un corso di formazione per diventare un’imprenditrice. Ma con quali soldi posso diventarlo? Chi lo sa. Nel frattempo i formatori prendono lo stipendio con soldi che per lo più arrivano dall’Europa. Sapete quei progetti per gente discriminata tipo le donne, i disabili, i migranti? Ecco.

Senza tenere conto del fatto che quando sto in fila per parlare con la tizia dello sportello ci sono persone che hanno molto più bisogno di me in attesa e lì è il solo posto in cui mi sento quasi una privilegiata. Dato che lo sono, rispetto a molte persone, per due pomeriggi a settimana, gratis ovviamente, faccio lezioni di italiano ai migranti con una associazione di volontariato in cui ad avere lo stipendio c’è a malapena quella che prepara i progetti e cura i bilanci. Insomma nulla di losco o fraudolento altrimenti non farei niente. Se sapessero al governo quante persone buone ci sono al mondo e quanto invece è brutto il fatto di istigare odio tra persone che potrebbero aiutarsi tra loro forse le cose potrebbero cambiare in meglio.

Durante quei corsi in cui insegno a dire “quanto costa” o a scrivere un corretto curriculum che servirà a ben poco mi pare di vivere in una dimensione parallela. Sento storie che mi fanno stare male e anche bene perché penso che per fortuna, e che fortuna, sono nata qui e non devo imparare un’altra lingua per tentare di restare in un posto in cui se salgo su un bus trovo lo scontroso razzista che mi insulta senza ragione. Lì trovo donne sfuggite a violenze, sopravvissute a torture o che stanno profondamente male perché emigrare è comunque un trauma ed è quello che mi ha detto una donna con un’allergia che le sfigura il volto, una specie di psoriasi da stress che lei deve cercare di nascondere perché altrimenti la signora che l’ha assunta per fare le pulizie potrebbe cacciarla pensando sia contagiosa.

Se c’è un buon modo per vivere decentemente la precarietà è quello di guardarla negli occhi e viverla intensamente. Sono cosciente di quello che sono e che vivo, non sto su un altro pianeta. Non sogno super eroi che indossano divise militari per un selfie e ora che siamo in estate so che non potrò fare una vacanza, andare in nessun posto ed è per questo che io e il mio compagno, senza dire niente, ogni tanto, mano nella mano, usciamo per fare una semplice passeggiata. Quello è il nostro svago, l’unico che possiamo permetterci, sempre che il caldo non ci stronchi prima ancora di mettere un piede fuori la porta.

Ora sono qui a raccontarvi, perché è bene che certe cose si sappiano, mentre il mio compagno è fuori a fare la spesa, quel prezioso uomo che mi telefona per dirmi che quella tal cosa oggi ha un prezzo diverso e dato che si sente inutile perché non riesce a darmi di più, cosa che io non gli faccio davvero mai pesare, anzi, sono io che mi sento un peso perché non posso fare molto, allora gli dico che prenda un’altra cosa di un’altra marca con lo sconto o che ci arrangiamo come meglio possiamo. Se ho una qualità che ci è utile è quella di cucinare un buon piatto con niente. Ci arrangeremo, gli dico, e lui sorride. E penso ai momenti di sconforto, quando si sveglia durante la notte e mi dice che ha bisogno di un abbraccio perché si sente responsabile di tutto e teme di non farcela. E se domani non potrò andare a lavorare? Dice lui che si sveglia presto e corre anche con la febbre a 40. E se domani non potrai lavorare vorrà dire che troveremo un posto ancora più piccolo in cui abitare o che forse potremo chiedere aiuto a qualcuno. Qualcuno? Chi? Tento di restituirgli fiducia nell’umanità anche se lui è fin troppo consapevole del fatto che nessuno ti regala niente. Vedi quello che abbiamo qui? Mi dice. Vedi la mia vita? Continua. Tutto frutto del nostro sudore. E se mi ammalo? E se un giorno al lavoro mi succedesse qualcosa, tu come faresti? Già. Io come farei? Noi come faremmo?

E torno a guardare le cassette della frutta e penso ad una piccola capanna fatta di sole cassette. Potremmo realizzarla, volendo. Finché non piove. Finché uno della polizia municipale non verrà a multarci per questioni di decoro. Perché nelle nostre città ormai funziona così. Se sei povero devi fare in modo che nessuno se ne accorga. Giammai puoi far fare cattiva figura a chi ti governa. Male.

MalaRazza

—>>>Questo è il racconto a puntate di Malarazza. Potete seguire le puntate precedenti e quelle successive a partire da QUI.

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