Antisessismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Critica femminista, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Sport e Bi-Categorizzazione per sesso: test di femminilità e ambiguità all’interno del discorso medico

Dalla pagina 80/91 del libro Nouvelles Questions Féministes

Scritto in lingua originale QUI. Traduzione di Francesca del Gruppo di lavoro Abbatto i Muri.

SPORT E BI-CATEGORIZZAZIONE PER SESSO : TEST DI FEMMINILITÀ E AMBIGUITÀ ALL’INTERNO DEL DISCORSO MEDICO

di Anaïs Bohuon

Durante il XX secolo, le donne che accedevano a delle sfere considerate maschili (come, per esempio, la politica) o esercitavano delle attività fuori dalla sfera domestica sono state qualificate come virili, in opposizione alle figure idealizzate della femminilità: la madre e la sposa. Nella storia dello sport, le raccomandazioni e i divieti relativi all’attività fisica delle donne possono ugualmente essere interpretati a partire da queste figure idealizzate. Più precisamente, sembra che lo sport metta le donne in costante pericolo di mascolinizzazione:

Attiva, in movimento, dedita alla competizione, all’inizio del XX secolo […] la sportiva è sospettata di derogare ai suoi obblighi di femminilità, tanto più che ella porta dei pantaloni, denuda parte del suo corpo e si mostra durante lo sforzo, sudata…e a capo scoperto” (Louveau et Bohuon, 2005:1)

Negli anni 30, un certo numero di sportive che partecipano a delle competizioni di atletica sono oggetto di un vero e proprio processo per virilizzazione, a causa di una morfologia giudicata troppo maschile: le atlete hanno “troppi muscoli”, delle spalle “ben piantate” o “troppo squadrate”, “non hanno abbastanza seno”, hanno i “fianchi piallati”, o una peluria “abbondante in quantità anormale” (Louveau et Bohuon, 2005) . Queste atlete sono simili agli atleti maschi non solo per il fisico, ma anche per le loro performances: i loro record straordinari riducono sempre di più la differenza tra i sessi. Invece che far vacillare la credenza che esistano per natura delle categorie di sesso, fondate su delle presunte differenze biologiche, sono stati sollevati dei dubbi riguardo al sesso di queste sportive. Durante gli anni 60, le delegazioni sportive francesi e tedesche accusarono certe campionesse internazionali di non essere delle vere donne (de Mondenard, 1991), cioè sospettarono che si trattasse di uomini in gara nelle categorie femminili. Con lo scopo dichiarato di impedire questo genere di frodi, il comitato della federazione internazionale di atletica (IAAF) decise di introdurre, nel 1966, un test di femminilità, per controllare il sesso delle concorrenti e assicurarsi di che queste non beneficino di vantaggi fisici (tipicamente: muscolari) che le donne in teoria non possiederebbero, a meno che non risulti che esse sono degli uomini.

In cosa consistono questo test di femminilità e le differenti forme che ha assunto? Quali questioni solleva questo test sulla categorizzazione binaria per sesso e sulla naturalizzazione delle categorie sessuate? Ma soprattutto, dal momento che questo test è un esame medico, cosa dicono i medici sulla sua utilizzazione in seno alle competizioni sportive, e più in generale per quanto riguarda le persone intersessuali?

Il nostro articolo cerca di mostrare le ambiguità del discorso medico di fronte alle controversie sollevate dal test di femminilità che, dal momento che rivela il livello pluridimensionale dell’identità sessuale, obbliga l’ambiente medico a interrogarsi sulla definizione di “vera donna”. La nostra analisi si basa su di un corpus di approfondite interviste “semi orientate”, fatte a nove medici sportivi. Tra di loro, otto esercitano (o hanno esercitato) in seno a diverse federazioni di diversi sport, a livello nazionale, e si sono confrontati, in maniera più o meno diretta, con l’applicazione del test di femminilità. Dal momento che la maggior parte dei medici all’interno delle commissioni mediche e delle federazioni sportive francesi sono degli uomini, soltanto due donne sono state intervistate. La maggior parte dei medici intervistati lavorano con la federazione francese di atletica, disciplina che è all’origine della pratica del test di femminilità.

In un primo momento, analizzeremo le problematiche sollevate dalla categorizzazione per sesso in seno al mondo sportivo, e le difficoltà incontrate dalle istanze sportive, dal momento che non esisteuna definizione univoca di sesso biologico. Questo ci porterà, in un secondo momento, a mettere in evidenza le difficoltà che i medici sportivi hanno a definire in cosa consista una “vera donna”: in ultima istanza, essi arrivano a designare in maniera normativa la femminilità – o non-femminilità – delle sportive.

Posta in gioco della categorizzazione binaria per sesso nell’ambiente sportivo.

Naturalizzazione e trattamento asimmetrico delle categorie sessuali.

La decisione di controllare il sesso delle sportive con un test di “femminilità” è rivelatrice di un trattamento asimmetrico dei sessi nel sistema del genere: dal momento che nessun uomo è mai stato sospettato di essere una donna, non si è mai pensato di applicare un test di mascolinità. Ciò sembra confermare l’idea che lo sport sia un vero e proprio “feudo della virilità”(Elias e Duning, 1994): le istanze sportive si pongono delle domande sull’identità sessuale della donna sportiva, mentre al contrario sembra che la pratica sportiva confermi l’identità sessuale dell’uomo sportivo. Avendo attaccato questi bastioni della mascolinità, le sportive hanno suscitato, e continuano a suscitare, degli interrogativi che sembrano tutti trarre origine dalla loro morfologia, considerata troppo mascolina. Nonostante siano giudicate per le loro performances sportive, sembra impossibile, per le donne (e possibile per gli uomini), “sfuggire all’apprezzamento estetico” (Louveau, 2000:25). Le sportive devono essere snelle, longilinee, graziose durante lo sforzo. I loro risultati sono spesso relegati in secondo piano, rispetto al giudizio estetico, per esempio nei commenti sportivi. Tra l’altro, mentre i sospetti sollevati riguardo alle sportive si fondano su criteri che rimandano ad un giudizio sociale (morfologia, estetica, femminilità), il test, in realtà, controlla il cosiddetto sesso biologico (organi, gonadi, cromosomi), come vedremo. Questo test rivela anche l’idea soggiacente, secondo cui le identità e i ruoli sessuali sono fondati in natura; questa idea viene denunciata dalle ricercatrici femministe:

Il sesso è tradizionalmente considerato come un dato biologico che separa il genere umano in due categorie ben distinte, i cui attributi psicologici e sociali derivano naturalmente dalla differenza biologica. Questi attributi sono essi stessi separati in due categorie, in modo da delimitare le sfere del maschile e del femminile” (Hurtig, Kail e Rouch 1991 : 11-12)

La nozione femminista di genere permette di decostruire queste premesse d’impronta naturalista : grazie ad essa, diventa possibile “liberarsi di un pensiero di chiara impronta naturalista che pretende che le identità, i ruoli e gli attributi simbolici non siano altro che l’effetto dell’espressione sociale di una divisione sessuata dell’umanità, fondata in natura” (Dorli, 2005: 118).

L’idea che le categorie di sesso siano fondate in natura non è, naturalmente, propria solo al mondo dello sport, ma forse in questo ambito è particolarmente evidente a causa della storia e della cultura ivi presenti, in quanto “la fisicità è onnipresente e la performance fisica è lodata” (Laberge, 2004: 9). Per quanto riguarda le attività fisiche e sportive, le categorizzazioni e i giudizi si fondano sulla “materialità” del corpo (1) e degli attributi sociali: per esempio, il fatto di essere un “garcon manqué” (letteralmente, “ragazzo mancato”, detto di donne dall’aspetto e l’atteggiamento mascolino o poco civettuolo) o di essere considerata troppo mascolina ha contribuito all’esclusione ufficiale e ancora attuale di alcune donne dalle competizioni sportive. Tra l’altro, le disuguaglianze presenti nella società sono molto visibili nell’ambito dello sport: per esempio, attualmente le donne non possono praticare il decatlon, e hanno potuto gareggiare nel salto in alto solo a partire dai giochi olimpici di Sydney nel 2000.

Sui terreni sportivi, l’uguaglianza potrebbe veramente essere impossibile. Non tanto a causa del ritardo con cui le donne si sono appropriate di alcune discipline, rispetto a quando se ne sono appropriati gli uomini, ma per il fatto che nello sport non entrano in campo solo l’apprendimento di alcune tecniche e modi di fare, ma, soprattutto, delle identità: di uomo e di donna” (Davisse e Louveau, 1998: 130)

In conclusione, a parte qualche eccezione, lo sport rimane un ambito non misto, un simbolo della separazione dei due sessi. È per questo che la messa in atto di un test di femminilità, che non ha equivalenti in altri campi, rende lo sport un caso paradigmatico per mettere in questione la bi- categorizzazione dei sessi.

Test di femminilità e multidimensionalità dell’identità sessuale.

In cosa consiste il test di femminilità, o, piuttosto, in cosa consistono le differenti forme che ha assunto? Il primo test di femminilità consisteva in una visita ginecologica, nella quale solo il sesso apparente (anatomico, visibile) veniva preso in conto. Giudicato troppo umiliante da parte delle sportive, a partire dal 1968 questo test è stato sostituito dal test del corpo di Barr (2), un test che permette di rivelare la presenza di un secondo cromosoma X. Dal momento che l’affidabilità di questo test è stata messa in discussione da alcuni medici che esercitano in seno a delle federazioni sportive (3), nel 1992 l’IAAF ha introdotto il test PCR/SRY, che invece cerca di stabilire la presenza o l’assenza del cromosoma Y. I vari cambiamenti dei criteri del test di femminilità (organi genitali, presenza di un secondo cromosoma X, presenza del cromosoma Y) mostrano la multidimensionalità del sesso biologico, e la difficoltà a localizzare il “vero” sesso di una persona. Questa difficoltà diventa impossibilità quando le persone sono intersessuali (4), pertanto inclassificabili come maschi o femmine (5). Ne sono testimonianza il grande numero di eccezioni che rimettono in causa l’affermazione di una categorizzazione sessuale binaria, sia essa a livello dell’apparato genitale, cioè dell’anatomia, delle gonadi (testicoli, ovaio) o dei cromosomi (XX o XY).

Numerose ricercatrici femministe, biologhe, sociologhe e storiche della scienza, hanno sottolineato l’impossibilità di determinare in maniera univoca il sesso biologico di tutti gli individui, intersex e non intersex (Peyre, Wiels e Fonton, 1991; Kraus, 2000; Fausto-Sterline, 2000; Löwy, 2003; Dorlin, 2005). Se la società non considera, culturalmente e istituzionalmente, che due sessi, essi non sono determinati dalla biologia. Per citare Ilana Löwy

Se il sesso sociale è costruito in modo binario, il sesso biologico si presenta come un continuo, con ai due estremi i “sessi biologici” chiaramente definiti e, in mezzo, una larga gamma di situazioni intermedie – degli individui “intersex”” (Löwy, 2003:81)

Come dice Joëlle Wiels (2006), i casi di sesso genetico in contrasto con l’apparenza fisica non sono rari. Il test di femminilità ha mostrato, per esempio, che alcune atlete potevano avere un sesso anatomico apparente femminile (clitoride) e un sesso cromosomico che non è XX, ma XXY. Altre atlete potevano avere dei testicoli infra-addominali (sesso gonadico), di solito rivelatore di uno pseudo-ermafroditismo. Pertanto, [le categorie di] sesso genetico (XX o XY), sesso gonadico e sesso apparente devono essere precisati, o addirittura dissociati, visto che uno solo di essi non è sufficiente per definire la categoria sessuale d’appartenenza. Uno dei medici intervistati si chiede, a questo proposito:

Al momento, non abbiamo che due possibilità: lei è una donna o un uomo, ma gli XXY cosa sono? Non ho una risposta” (Dr G.)

Certe atlete possono, tra l’altro, avere un sesso cromosomico, gonadico e apparente differenti dal loro sesso psicologico e sociale, come nel caso de* transessual* prima di un eventuale cambio di sesso biologico. Possiamo immaginare che il disagio del mondo medico sportivo riguardo alla determinazione del sesso non è diminuito quando è stato necessario stabilire il “sesso di competizione” de* transessual*. Di fatto, si è dovuto attendere il 2006 perché venissero applicate le raccomandazioni, espresse nel 2003 da un gruppo di esperti convocati dalla commissione medica dei CIO, a proposito della partecipazione di atleti (uomini o donne) che hanno effettuato un cambiamento di sesso. Queste raccomandazioni si preoccupano essenzialmente di garantire che l* atlet* transessual* non beneficino di vantaggi fisici rispetto agli altri atleti. A questo proposito, gli esperti raccomandano che l* atlet* che hanno subito un cambio di sesso dopo la pubertà siano autorizzat* a partecipare alle competizioni, con la sola condizione che le trasformazioni anatomiche dovute alla chirurgia (una trasformazione degli organi genitali esterni e una gonadectomia) siano stati effettuati più di due anni prima della competizione alla quale ess* vogliono partecipare. Di più, [si richiede che] sia stato somministrato, per un periodo di tempo sufficientemente lungo, un trattamento ormonale appropriato al nuovo sesso, allo scopo di ridurre al minimo i vantaggi che sarebbero legati al testosterone. Alle dimensioni biologiche già sufficientemente ambigue, bisogna aggiungere anche quella del sesso psicologico (il fatto di percepirsi come un uomo o una donna) e quella del sesso sociale (il fatto che esistano degli attributi e dei ruoli sociali assegnati a ciascuno dei due sessi).

Perciò, durante tutto il periodo in cui il test di femminilità è stato attutato, si sono sollevate delle questioni di ordine etico e decisionale riguardo alla gestione delle differenziazioni in seno alle competizioni sportive.

L’intersessualità: una questione non risolta.

Il fatto che le persone intersex siano escluse dalle competizioni sportive in seguito ai risultati del test di femminilità (6) illustra le conseguenze della gestione delle identità sessuali in seno al mondo sportivo. I medici sembrano interessarsi poco alla questione dell’intersessualità, nonostante la ritengano un problema molto difficile da gestire:

Penso che non siamo…non siamo abbastanza informati? sulla globalità del problema […]. Tutto questo mostra chiaramente che non tutti sono perfettamente a loro agio con loro stessi, ma, per quanto riguarda me e, penso, anche la maggior parte dei medici delle squadre nazionali, non abbiamo ancora affrontato queste questioni così difficili e complicate da risolvere” (Dr. E)

Alla fine, sono la complessità del problema e un sentimento d’impotenza delle istanze sportive quelle che spingono i medici intervistati ad essere piuttosto evasivi.

In Francia, nel corso degli anni ‘90, il comitato etico nazionale, sostenuto dall’Ordine dei medici, ha proposto di abbandonare il test (7), sottolineando quando la ricerca in genetica sia un campo incerto, ma questa proposta non è stata accolta. Anche se secondo Digeon e Lacoste – i medici che hanno creato il test PCR/SRY – la “femminilità” resta “indefinibile, indefinita, multifattoriale…e quindi non alla portata di un test semplice, per quanto moderno e potente possa essere” (1997: 117), i fautori del test rispondono che questo prelievo genetico è necessario al mondo sportivo, visto che le gare esigono una classificazione in base al sesso. Per questo, nonostante tutti i genetisti ritengano che nessun test possa essere totalmente capace di definire il sesso di un individuo, la comunità medico-scientifica continua queste pratiche e continua ad escludere le persone intersessuali dalle competizioni, a causa del fatto che esse falliscono il test di femminilità; tutto questo fino al 2000: infatti, per in occasione dei giochi olimpici di Sydney (2000), il CIO ha eliminato il test di femminilità. Tuttavia, esso annuncia che questa decisione è provvisoria, e la presenta come un’esperienza eventualmente modificabile. Il CIO annuncia inoltre che il personale medico potrebbe essere autorizzato ad intervenire, qualora ci siano dubbi sull’identità sessuale di certi atleti (Louveau e Bohuon, 2005).

Siamo dunque lontani dalla soluzione del problema sollevato dall’intersessualità nel mondo sportivo, e infatti la questione torna alla ribalta nel 2006, quando gli organizzatori dei giochi asiatici di Doha esprimono dei dubbi sull’identità sessuale dell’atleta indiana Santhi Soundarajan. Medaglia d’argento a questi giochi negli 800m, l’atleta si vede ritirare la medaglia in seguito al risultato negativo al test di femminilità, il 9 dicembre 2006 (8). Secondo i suoi famigliari, Santhi Soundarajan, designata femmina alla nascita, non si sarebbe mai sviluppata. Questi fatti mettono nuovamente in causa la categorizzazione binaria dei sessi, e mostrano i punti deboli del mondo sportivo per quanto concerne il trattamento degli atleti intersex.

L’interpretazione e la gestione dei risultati del test di femminilità mette in questione il ruolo del corpo medicale sportivo: se da una parte sono stati gli stessi medici i principali attori nell’attuazione di questo test, e le istanze sportive si sono basate sull’autorità e la legittimità scientifica del corpo medico, in realtà i medici da noi intervistati si dimostrano spaesati di fronte alle persone intersex. Quando abbiamo chiesto su quale base essi legittimassero l’esclusione delle persone che avevano fallito il test, nei loro discorsi ha fatto la sua comparsa la nozione di “vera donna”: solo le “vere donne” possono essere autorizzate a partecipare alle competizioni femminili.

La “vera donna”: una definizione impossibile.

Una pluralità di dimensioni.

Anche se i medici della federazione che abbiamo incontrato hanno dato delle risposte molto varie su cosa intendessero per “vera donna”, tutti erano d’accordo sul fatto che “una vera donna […] è qualcuno che ha tutte le capacità di dare alla luce un figlio”, qualunque fossero la loro specializzazione e il loro livello. È quindi la capacità di procreare ciò che sembra essere l’essenza della “vera donna”. La scrittrice filosofa Simone de Beauvoir (1949), o anche numerose storiche, come Yvonne Knibiehler (2000) o Françoise Thébaud (2001) hanno dimostrato che, a lungo, le donne sono state definite in quanto tali per la loro possibilità di gestazione.

Questa definizione evidenzia che i medici considerano che “il processo di sessualizzazione è polarizzato, nel senso che partecipa alla riproduzione sessuata, una funzione fisiologica che richiede degli organi genitali dotati di caratteristiche distinte” (Dorlin, 2005: 128). Tuttavia, come dice questa autrice, [la nozione di] “sesso biologico” non può essere ridotta alla riproduzione sessuata, esattamente come non ci si può accontentare di definite una donna in base alle sue capacità di riproduzione, dal momento che non tutte le donne desiderano procreare. Del resto, alcuni dei medici intervistati ne sembrano essere coscienti, anche se non hanno approfondito la questione “Questa definizione è forse un po’ riduttiva, dato che alcune donne non possono avere figli, ma è un’altra cosa”(Dr. I.)

Il test di femminilità, avendo rilevato un certo numero di sportive intersessuali che non possono avere figli, ha condotto i medici a non potersi limitare a questa definizione insufficiente. Un medico, a proposito di un’atleta intersessuale che ha fallito il test, dice: “c’è stato, nel 1991, un caso di qualcuno il cui test di femminilità risultava non conforme…Era per la pallavolo, si trattava di un’italiana che era stata sottoposta al test durante il campionato del mondo in Repubblica Ceca. Una dottoressa, delegata medica della competizione, si è presto trovata sopraffatta da questo caso […], e non sapeva che fare […]. Alla fine l’abbiamo considerata una vera donna, perché non traeva alcun vantaggio, sul piano muscolare, dall’essere XY”. (Dr G.).

Ora, i supposti vantaggi (9) delle atlete intersessuali derivano da una condizione di cui le persone non sono responsabili (per esempio, rispetto al doping, che è l’assunzione volontaria di prodotti illeciti che producono vantaggi fisici). È legittimo eliminare sistematicamente da tutte le competizioni sportive queste persone? Ciò significa che non possiamo considerarle delle “vere donne”?

D’altro canto, alcuni medici intervistati hanno accennato al fatto che alcune atlete che non presentano differenze cromosomiche possono comunque beneficiare di vantaggi ormonali (10), che non impediscono di partecipare alle competizioni femminili, visto che non vengono rilevati dal test di femminilità. La definizione [di “vera donna”] sportiva, cioè, la categorizzazione muscolare, non è quindi sufficiente a stabilire la linea di separazione tra le “vere donne”, autorizzate a partecipare alle competizioni sportive, e le altre.

Un po’ in imbarazzo, i medici continuano la loro riflessione: “Una vera donna – certo, mettendo da parte il fisico – sono le qualità di resistenza – parlo delle sportive – di pugnacità, di volontà, di serietà innanzitutto” (Dr. C.) Alla prima impressione, questo medico sembra citare delle caratteristiche piuttosto neutre (dal punto di vista del genere), per cercare di definire una “vera donna”; in realtà, questa definizione è ben ancorata ad una categorizzazione sessuale propria dell’ambito sportivo: in effetti, le categorie “miste” non sono ammesse che nelle discipline che non necessitano particolari qualità di forza, come il tiro, la vela e l’equitazione. Questi sport individuali sono di solo definiti come delle attività che fanno appello a delle qualità psicologiche, come la pugnacità o la resistenza, e anche alcune capacità di mira, agilità o strategia. Pertanto, anche questa definizione si basa si una bipolarizzazione tradizionale dei sessi: la resistenza (femminile) contro la forza (maschile). Alcuni medici vanno anche più in là in questa bipolarizzazione: essere donna “significa essere più aperta al mondo che ci circonda, essere capace di coglierlo nel suo insieme e avere le qualità femminili della dolcezza, della comprensione, che anche gli uomini certo hanno, ma che cercano spesso di nascondere…”(Dr. D.) Queste affermazioni mostrano a che punto il discorso medico, lungi dall’essere oggettivo e razionale, è impregnato delle rappresentazioni sociali dominanti.

Di fronte alla pluralità di dimensioni dell’identità sessuale, i medici non possono fare riferimento ad un dualismo determinato, e le definizioni proposte troppo spesso si riducono agli attributi normativi della femminilità e della mascolinità, quindi sono insufficienti per assegnare un sesso ben definito ad ogni individuo. Il discorso dei medici si può quindi inscrivere in quello che Dorlin definisce come “l’idea naturalista che presuppone che una cosa come il sesso, o la differenza sessuale, esiste in sé, che si tratta di una categoria naturale e astorica” (2005 :118).

La maggior parte dei medici, coscienti che le loro definizioni non sono soddisfacenti, si rifugiano dietro la varietà delle accezioni possibili di “vera donna” : “dipende dalla definizione che intendiamo, ci sono definizioni filosofiche, psicologiche, o dipende da problemi scientifici” (Dr. E.). Queste esitazioni traducono la loro impotenza di fronte alla necessità, su richiesta del mondo sportivo, di distinguere in due categorie di sesso. Alla fine, un’intervistata fa riferimento alla cosiddetta definizione “sportiva”: “Ciò che dovrebbe interessarci, nel mondo dello sport, è una definizione slegata alla possibilità di generare, ma piuttosto legata alle caratteristiche muscolari”. (Dr. G.). Tuttavia, come hanno mostrato Davisse e Louveau (1998), la questione della caratterizzazione muscolare nel mondo sportivo è complicata, perché la pratica sportiva introduce la questione della somiglianza, cioè della confusione tra uomini e donne. Infatti, la morfologia delle sportive, ma anche le loro tecniche, si sono progressivamente avvicinate a quelle degli sportivi.

Un criterio imprescindibile: la femminilità.

Di fronte dapprima all’impossibilità di dare una definizione univoca di sesso biologico, poi all’inadeguatezza delle loro definizioni di “vera donna”, i medici alla fine si trovano ad inserire nei loro discorsi la nozione di femminilità. Se la questione della morfologia delle sportive rimanda più che altro ad un apprezzamento estetico della femminilità, i medici, quando tentano di darne una definizione, si concentrano in primo luogo sui suoi aspetti psicologici. Tutto ciò mostra bene la confusione tra i termini “vera donna” e “femminilità” che alla fine sembrano essere considerati sinonimi, se guardiamo le definizioni fornite dagli intervistati. Questa confusione è presente anche nella varietà dei termini utilizzati per determinare il test: test di femminilità, femininity control, sex- testing, sex-determination, gender identification, gender testing, gender verification, gender control…Se questo test ha per principale obiettivo quello di cercare di determinare il sesso biologico delle atlete, i riferimenti alla femminilità o al genere – nei vari modi in cui questo viene chiamato – traducono esplicitamente la confusione, all’interno delle istanze sportive, tra sesso biologico e sesso sociale, ma soprattutto l’inutilità del tentativo di definire “vera donna”.

Analogamente, come quando bisognava definire il sesso femminile attraverso delle caratteristiche psicologiche, il discorso dei medici sulla femminilità delle sportive si rifà alle norme sociali dominanti: nuovamente, si parla di dolcezza, comprensione, pazienza. Stessa cosa dal punto di vista fisico: per parlare della donna sportiva, i medici ritornano più volte ai canoni tradizionali di femminilità.

D. “In quanto medico, cosa intende quando dice femminile, maschile?”

R. “Per praticare il getto del peso, sappiamo che bisogna essere alti 2 metri e pesare 120kg per lanciare abbastanza lontano.”

D. “E questo non è femminile?”

R. “Ok, sono forse un vecchio coglione, ma insomma…Già il getto del peso non è granché entusiasmante, se poi sono le donne a farlo…” (Dr. H.)

Anche se si difendono [dall’accusa di farlo], i medici non riescono ad evitare di riferirsi agli attributi femminili comunemente riconosciuti: “Ah, ma io non ho definito dei canoni parlando di femminilità. Io penso che una lanciatrice di martello può mantenere un aspetto femminile, ma è chiaro che se pesa 100kg e si mette dei jeans attillati..be’, insomma, può sorprendere. È il problema del sovrappeso: esso può essere camuffato, dagli uomini come dalle donne. Ci si può truccare come una donna, e continuare ad essere seduttiva, ma dal momento in cui la bilancia segna un certo peso…”. Questo medico ritiene che la femminilità di queste sportive è rimessa in causa dall’aumento di peso necessario – e causato – dalla pratica del lancio del martello. Confrontato alle proprie contraddizioni, il medico finisce per ammettere “Ok, forse è vero che parlo in funzione di alcuni canoni di femminilità” (Dr. F.)

Una dei medici intervistati (Dr. D.) ammette ugualmente di essere influenzata dai suoi canoni normativi e che, a volte, mette in dubbio la femminilità delle sportive praticanti sport di tradizione maschile. Ella si dichiara imbevuta dal discorso normativo sulla femminilità che circola in seno al mondo dello sport, e spiega in questo modo il suo mancato distacco da queste norme.

Di conseguenza, anche se talvolta i medici fanno riferimento a caratteristiche psicologiche per definire la femminilità delle sportive, spesso ritornano alle norme fisiche. Ciononostante, qualunque sia il punto di vista scelto, le definizioni scelte fanno riferimento sistematicamente alle rappresentazioni tradizionali della femminilità, e risultano insufficienti per rispondere alla definizione della categorizzazione sessuale e a quella degli atleti intersex.

Conclusioni.

Nella sua analisi dei trattamenti medici dell’intersessualità, Elsa Dorlin spiega che “il potere medico, storicamente, si è sempre adoperato per livellare le tensioni e le contraddizioni teoriche, per riassorbire i casi eccezionali, i casi limite, che possono intaccare le teorie che spiegano il binarismo sessuale. In questo senso, il problema dell’ermafroditismo e dei casi di ambiguità sessuale nei quali è difficile assegnare un sesso sono stati l’occasione di una lunga crisi nella storia del pensiero medico e delle teorie della differenza sessuale o della differenziazione sessuata” (2005: 123).

Ora, con l’applicazione del test di femminilità, il mondo medico sportivo si è trovato di fronte alla volontà di cercare una distinzione naturale delle identità sessuali, fondamentalmente impossibile da definire, dato che i criteri (organi genitali, gonadi, ormoni, cromosomi), sono uno più fallibile dell’altro (Dorlin, 2005). L’ambiente medico tenta, nonostante ciò, di mantenere la categorizzazione binaria e, di conseguenza, la differenza dei sessi, basandosi sulla nozione di femminilità, definita attraverso gli attributi simbolici del femminile.

In questo modo, come spiegano Ilana Löwy ed Hélène Rouch, per quanto riguarda la distinzione tra sesso e genere “il sapere degli esperti ha riflettuto le idee diffuse nella società e, nello stesso tempo, ha plasmato il modo di pensare le differenze di sesso” (2003: 9).

Legando a doppio filo le caratteristiche (vere o presunte) della donna con la “natura femminile”, i medici rinforzano i costrutti sociali e danno legittimità ad una norma, alla quale il mondo sportivo poi fa riferimento. In questo modo, l’attuazione del test di femminilità dimostra come la scienza e la società concepiscono la natura sessuata, in particolare nella sfera delle attività fisiche e sportive, dominio del corpo e, spesso, della dominazione maschile per eccellenza.

Note

1 Il “supporto corpo”, culturalmente e socialmente costruito, occupa un posto fondamentale nello sport. Il confronto, nello sport ad alto livello, dei risultati sportivi di differenti categorie sessuali non ha mai permesso di mettere in dubbio l’ipotesi di una disuguaglianza fisica tra uomini e donne.

2 Scientificamente definito “test della cromatina sessuale”, il test “consiste a prelevare, mediante un semplice tampone, le cellule della regione posteriore della bocca. Queste cellule, quando provengono da un organismo geneticamente femminile (XX), contengono normalmente dei corpuscoli detti corpi di Barr. […] Il cromosoma Y è messo in evidenza da un test di fluorescenza” (De Montenard, 1991:210).

3 Il medico finlandese A. de la Chapelle (1986), autorità nel mondo medico sportivo, critica l’affidabilità del test di Barr. Secondo lui, questo metodo risulta poco adatto, in quanto esclude certe atlete intersex che non possiedono alcun vantaggio fisico e muscolare.

4 Secondo alcuni medici specialisti (Simpson, Ljungqvist, de la Chapelle et al., 1993), la maggior paerte delle atlete che sollevano dubbi sulla loro appartenenza sessuale presentano, in realtà, della varianti rispetto allo sviluppo cosiddetto “normale” negli organi genitali, per esempio per quanto riguarda il loro sesso apparente e quello delle gonadi (testicoli e ovaie).

5 Si veda in particolare l’articolo di Vincent Guillot “Intersex: ne pas avoir le droit de dire que l’on ne nous a pas dit que nous étions”, in questo numero [NdR].

6 Su 6561 donne sottoposte al test, 13 sono state escluse dalle competizioni dal 1972 al 1990, cioè una donna su 505 partecipanti (Ljungqvist e Simpson, 1992).

7 In effetti, alcuni si interrogano sulla legittimità dell’esclusione delle persone intersessuali che falliscono il test.

8 Le Monde, 22 dicembre 2006.

9 Certe atlete possono presentare dei casi di attività surrenale congenita (CAH), caratterizzara da una sovvraproduzione di ormoni androgeni da parte delle ghiandole surrenali. Questo può produrre degli organi genitali ambigui, crescita della massa muscolare e una costituzione morfologica mascolina. Queste donne sono sospettare dai medici di beneficiare di eventuali vantaggi nello sport, sul piano della forza, anche se riescono nel test di Barr, dato che hanno un corredo cromosomico XX.

10 I medici incontrati hanno spiegato che, per esempio, alcune donne possono avere un tasso di testosterone più alto della media, cosa che è percepita come un vantaggio, in alcuni sport.

Riferimenti bibliografici

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