Antisessismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Critica femminista, R-Esistenze

Manifesto per l’autodifesa femminista

Le donne, come altri soggetti subalterni, passano la vita a difendersi mettendo il corpo in allerta costante. Istintivamente sappiamo reagire, ma siamo educate a incassare i colpi, a”murare”la nostra  rabbia. Sprechiamo la nostra forza a sopravvivere alla violenza banalizzata dalla società che non vede, più tosto che a ribellarci agli abusi subiti.

E se rompessimo questi rapporti di forza? se trasformassimo la nostra rabbia in lotta, se ci mettessimo tutt* a reagire contro la violenza subita al quotidiano?l’esperienza ce l’abbiamo, le conoscenze pure…basta mettersi all’azione!!!”Non liberateci, ce ne occupiamo!!”(« Ne nous libérez pas, on s’en charge »)

“Manifesto per l’autodifesa femminista” testo scritto da Elsa Dorlin, filosofa femminista intersezionale. L’argomento è più approfondito nel magnifico libro “Se défendre : une philosophie de la violence”(  La Découverte, 2017 ). 

L’articolo originale: QUI la versione originale in francese (file in Pdf). QUI la traduzione in spagnolo.

Traduzione in italiano fatta da Elisabetta e Benz del gruppo di lavoro Abbatto i Muri.

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Quante donne sono state seguite, insultate, molestate, aggredite, picchiate? É giunto il momento di invertire i rapporti di forza.

Di Elsa Dorlin

Oh come sei bella signorina, sei sposata? Sei single? Ammazza quanto sei bella, sei bona…..fai pompini? Che belle gambe, che bel vestito, che bel sorriso, che bel culo, ma che faccia da culo, cagna in calore, brutta lesbica, brutta puttana, vacca grassa, vecchiaccia…….. Tesoro, sai dove stanno i miei calzini? Sei come tua madre, sei noiosa, hai le mestruazioni, sei frigida, non ti curi, mi metti in imbarazzo, sei vecchia….. Ma porca puttana, prenditi cura dei bambini! Le donne africane non sanno pulire ma sanno accudire i bambini, le arabe sono più dure nell’educazione ma le Filippine, sono delle vere fate del focolare, e in più discrete, non lo fanno pesare….. Con chi eri? Vai a cambiarti, sembri una puttana, togli quel velo, sembri una terrorista, non vedi che stai facendo del male a tua madre? Ma togli sto coso di dosso a tuo figlio, il rosa non è da maschi… Vuoi che la gente ti prenda per una femmina? Ma sei stupida, incapace, ci sei o ci fai? Non si può essere così stupide… Ti hanno dato un altro incarico, ti hanno cambiato di ufficio.

Perché non beviamo qualcosa? Non sono più innamorato di mia moglie, con te è diverso. Oh, con te va tutto bene, possiamo ridere, invece quella, merda se è suscettibile! È tutto apposto, dai, rilassati…..

Lei è la segretaria? Questa è la mia nuova assistente, bona eh? Posso parlare con il capo? Non dimentichi il caffè e neanche le mie camicie….

Si svesta, si sdrai, spalanchi le gambe, prende la pillola? Fuma?

È ancora la stanza 4 che chiama di nuovo, non ne posso più di quella della stanza 4, non finisce mai di frignare…. Perché lei se lo merita!

Una crema antirughe che ferma il tempo (scientificamente provato). Anche tu puoi essere una vera principessa….. Un pupazzo con vere lacrime che dice mamma, il tuo karaoke per diventare la nuova star….. Chiama la linea erotica 3600 e parla con magrebine in calore, con cougar che lo prendono da tutte le parti.

Vuoi una caramella? Perché non mi aiuti a ritrovare il mio cane? Sai, potresti farmi un sacco di bene se solo volessi e io ti farò un bel regalo, ma non dirlo a tua madre, È un segreto tra noi… Non muoverti. Se urli ti ammazzo. Ti scopo, ti spacco la faccia contro un muro, ti ammazzo… Ti piace eh? Ne vuoi ancora? Ti farò urlare, vedrai… Cosa le ha fatto dopo? Che cosa indossava? Indossava un tanga? Ha mai fatto sesso con diversi ragazzi prima d’ora? Ha detto chiaramente di no, ha reagito, si è difesa? Siete vittime di violenza? Rompete il silenzio, parlate! Chiamate il 39 19 (il numero rosa) prima che sia troppo tardi.

DOMINAZIONE SOCIALE

Siete scioccat*? Mentre leggerete quest’articolo, una donna verrà stuprata – proprio qui, in Francia. Quante donne verranno seguite, molestate verbalmente, insultate, abusate, toccate in modo intrusivo, aggredite, picchiate….. Quante intorno a voi, nella vostra famiglia, tra le vostre amiche e conoscenti? Se nessuno di questi discorsi vi suona familiare, allora ignorate cosa significhi essere donna.

Non si tratta di essenza, di natura o di identità – non c’entra niente la biologia, c’entra la modalità con cui si viene interpellate socialmente, in una molteplicità di tipologie, ripetute all’infinito e ogni volta affilate come lame che trasformano degli individui in soggetti violentabili. L’esperienza di questa violenza, larvata o crassa, è raddoppiata da un’altra violenza, quella che viene esercitata con tutta la sua forza tramite la derealizzazione sistematica di questo vissuto sociale – la violenza nascosta in quelle parole che mettono in dubbio, minimizzano, negano o che semplicemente colpevolizzano – ma insomma avresti dovuto rifilargli uno schiaffo al tuo padrone quando ti ha incastrata in ascensore!

E se a dirlo sono donne mediatizzate, che fanno le ventriloqui, è ancora più efficace: quale modo migliore per derealizzare il sessismo in quanto relazione di potere, che far dire da una donna a un’altra donna: “Smettila di fare la vittima piagnucolosa”?

E allora perché di caffè bollenti buttati in faccia, di schiaffi restituiti, di tavoli capovolti, di dita schiacciate, di ombrellate nelle parti intime, di ginocchia rotte, di insulti, di sputi, di denunce pubbliche, di grida, di lamentele, di appelli alla solidarietà, di rivolte, di scioperi puri e semplici, di occupazioni, di degradazioni di locali, di case con scritto “Qui abita un gran porco” non ce ne sono di più?

Tutto ciò è violento? Certo, è violento, ma, come dire? Non sono tanto la paura e la vergogna a tormentarci nel profondo, quanto una rabbia murata, come dimostrano tutte le fantasie a cui ci lasciamo andare, quando dopo l’accaduto immaginiamo tutto quello che avremmo potuto o dovuto fare e che non abbiamo fatto. La frustrazione di non averlo fatto può essere alleviata solo se siamo ben consapevoli che questa esperienza del sessismo, quest’idra dalle mille teste, è solo l’altra faccia di una società attraversata da disuguaglianze sociali che precarizzano la nostra resistenza, la nostra potenza d’azione, la nostra solidarietà. Difendersi ha un costo – spesso perdiamo il lavoro, perdiamo soldi, a volte perdiamo la casa, i figli, perdiamo sempre de* amic*, dell’amore e delle promesse di felicità.

ALLERTA PERMANENTE

Così per la maggior parte del tempo stiamo sul “chi vive”, siamo in allerta, stiamo attente a come ci vestiamo, a come parliamo, a come rispondiamo, a come sorridiamo, a come camminiamo, a qual è la strada più sicura da prendere, a che atteggiamento avere, a che tono, a che gesto, a che messaggio trasmettere. Accelerare il passo, non guardare negli occhi, fingere di parlare al telefono, non restare da sole, chiudersi in casa, chiudersi in bagno, chiedere aiuto, non fare rumore per non svegliare i bambini, urlare, non urlare… Chi, ragionevolmente, potrebbe mai vivere una vita che rischia a ogni momento di precipitare e trasformarsi in un incubo alla svolta di una strada, della linea della metro, di una riunione di lavoro, di una gara, di una visita medica, di un concerto, di una cena, di una domenica in famiglia o di una serata romantica? Chi? Chi?

A ben vedere, nessuno. Eppure è la sorte comune di molte donne, e, più in generale, è la sorte di tutte le “vite inferiorizzate” quella di sfinirsi in questa forma di autodifesa, nella quale si deve assumere su di sé il peso di un indefinito dispendio di energie, di una paziente resistenza, di una forza impercettibile distillata di continuo al prezzo di dimenticare di sé stess*.

Un’arte marziale per la quale non ci sono né cinture, né medaglie, né trofei. Proprio questo fa sì che la vita vada avanti come se non fosse successo nulla, perché, in fondo, una situazione di dominazione si misura con il metro dell’ignoranza nella quale si compiacciono le vite di coloro che da quella forma di dominazione sono risparmiati.

Come se tutto questo fosse normale, non contasse, non significasse molto, non fosse grave… E d’altra parte non si parla forse di complimenti, di flirt, di seduzione, di don giovannismo, di battute ambigue, di crisi della mascolinità, di uomini disorientati, di lavoro eccessivo, di gestione del personale, di gestione aggressiva, di colpo di nervi, di litigi tra amanti, di drammi familiari, di crisi di follia? E non ci sentiamo dire forse che alla fine tutto questo è esagerato, è vittimismo, è il puritanesimo all’americana, sono bugie, è delazione, strumentalizzazione, sono forme di castrazione, di vendetta, di risentimento… in una parola: non esistono? O, almeno, non esiste come fenomeno che riguarda tutt*, ma riguarda solo la categoria “vittime di violenza” – una categoria che è vergognosa, detestabile, segna la persona con lo stigma della disistima di sé e dell’impotenza, ma allo stesso tempo è una cerchia molto chiusa; perché, per essere riconosciuta come “vittima”, bisogna passare attraverso una serie di prove, test, esami, giudizi che alla fine fanno delle vittime delle eroiche elette severamente selezionate.

RIFARE CORPO CON SÉ STESSE

Tra la rabbia, la resistenza paziente e la via crucis della giustizia, non c’è forse modo di aprirsi un’altra via che cambi di segno questa violenza, che trasformi la violenza che tutto ciò suscita in noi in una forma di cura di sé? Alcun* ritengono che sia necessario prendere lezioni di pugilato o di krav maga; ma la posta in gioco non è imparare tecniche di combattimento che, per quanto vengano ritenute efficaci, restano tecniche sportive, insegnate da espert*.

Il punto non è alimentare il vantaggioso mercato dell’autodifesa femminile: cosa c’è di più “reale” del vissuto quotidiano? Non siamo già esperte di violenza perché bene o male l’abbiamo vissuta in così tante situazioni? Le donne non devono imparare a combattere, ma disimparare a non combattere.

Ciò rimanda a un’etica dell’autodifesa, a un femminismo connesso al corpo – ai corpi che sanno perfettamente cosa significa essere picchiati.

Forse allora è tempo di abitare i propri muscoli altrimenti, di ricordarsi a sé stesse, di rifare corpo con sé stesse. Questa consapevolezza corporea alla quale è possibile lavorare nel quotidiano, aspettando il grande momento, è una forma di cura di sé, di etica femminista in cui la restaurata fiducia nel proprio sentire, nelle proprie emozioni, renderà possibile salvarsi, assieme alla consapevolezza che il colpo che mi permetterà di proteggermi non richiede più forza dell’energia spesa a sostenere la paura di darlo.

É una forma di esercizio corporeo di sé che può modulare la voce, cambiare l’intonazione di un “no”, modificare un’espressione facciale, cambiare uno sguardo, o anche consolidare una pratica…

Piuttosto che rinchiudersi in un’estenuante doppia coscienza: “Ho capito bene? Ho interpretato correttamente? Ho ragione? Ne ho il diritto? Sono capace di farlo? È possibile, permesso, legittimo?”

Rifare corpo con sé stesse è un femminismo di ogni giorno, attraverso il quale lavoro sulla mia pelle a questa rabbia che mi difende.

Restaurare la violenza del sessismo in tutta la sua crudezza è la condizione per trasformare la rabbia in politica, ma poiché il personale è politico, solo la rabbia che è diventata un’etica del sé, una coscienza muscolare, sarà in grado di liberarmi da una vita sulla difensiva.

 

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Abbatto I Muri vive di lavoro volontario e tutto quello che vedete qui è gratis. Aggiornare e gestire questo spazio è un lavoro che costa tempo e fatica. Se mai vi passasse per la mente di esprimere la vostra gratitudine basta un obolo per un caffè (alla nocciola). :*


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Un pensiero riguardo “Manifesto per l’autodifesa femminista”

  1. il sesso e la seduzione non sono violenza, un uomo che fa violenza a na dponna è uno che non rispetta la sua volontà ed è un uomo orrendo, una minoranza di uomini ma sempre troppi

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