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In “God of War“ le mamme vengono per ultime

Articolo in lingua originale QUI. Traduzione di Cecilia del gruppo di lavoro Abbatto i Muri.

In un gioco incentrato prevalentemente su padri e figli, il ruolo della madre è destinato ad essere invisibile o tossico.

Questo testo contiene spoilers di ‘God of War’, compresa la conclusione del gioco.

Il contenuto mette in guardia contro la transfobia e i comportamenti abusanti.

God of War comincia con l’impronta di una mano. Una testimonianza riguardo al luogo in cui una donna – una madre – si trovava un tempo, e riguardo a cosa pensava di suo figlio. È un segnale, veniamo a sapere, che dice “Ero qui per proteggerti“, e allo stesso tempo ha il significato nascosto di “Ero qui per limitarti“. È il nostro primo assaggio di come, in God of War, la madri siano figure sbiadite e sovrapponibili, che si presentano in due varianti: morte o vive. Una cosa però rimane costante – le madri custodiscono segreti.

A dir la verità, tutti in God of War nascondono una qualche sorta di segreto. La narrazione sottolinea con enfasi il segreto di Kratos, ma sono i segreti custoditi dalle madri a costituirne il nocciolo.

Faye è la moglie di Kratos e la madre di Atreus. Gigante sotto mentite spoglie ed ex guerriera, Faye ha dato a Kratos la sua leggendaria ascia e a suo figlio le scienze della caccia, dell’inseguimento e della linguistica comparata.

È anche molto morta.

Non la vediamo mai se non avvolta nel suo sudario di lino, ma conosciamo l’impronta della sua mano. L’albero che ha marcato è uno di quelli che ha chiesto a Kratos di usare per la sua pira. Perché lo abbia fatto… è un altro segreto.

L’impronta della mano di Faye ha creato una cintura di protezione intorno alla sua casa, nascondendo suo figlio dagli dèi Norse, vendicativi e xenofobi, che non prenderebbero bene il fatto che lui esista. Ma con la morte di Faye il lavoro di Faye è finito. Adesso Kratos deve accompagnare all’età adulta un figlio che conosce a mala pena. E, facendo a pezzi quegli alberi marchiati, Kratos spezza la barriera protettiva della maternità. La linea di alberi che lei ha marchiato è uno steccato, una gabbia, e un ombelico. In un certo senso, è questo il significato del fatto che Kratos tagli il cordone proprio con la scure che sua moglie gli ha regalato quando ha smesso di essere una guerriera per diventare moglie e madre.

Atreus, armato delle competenze che sua madre gli ha trasmesso, deve fronteggiare i pericoli del mondo. Ma perché questo sia possibile, il ruolo di lei sta nel morire. Nel mondo creato da God of War, per diventare uomini i figli devono essere separati dalle madri. Il contributo degli uomini è affrontare il test finale – l’inserimento di un figlio nel mondo. Il lavoro delle donne è educare e nutrire, ma anche lasciare andare. Se una madre riesce a svolgere il proprio ruolo e a staccarsi, è riuscita nel suo compito e con un pizzico di fortuna suo figlio passerà il test paterno e diventerà un uomo. Ma se, come nel caso di Freya, non è capace di rinunciare al controllo, di permettere a suo figlio di fare esperienza della vita senza una cintura di sicurezza, allora ha fallito, e con lei suo figlio. Risultato, Baldur non è lo splendido dio del mito, ma un personaggio sadico e crudele.

Faye è considerata una persona di successo, viene lodata e pianta lungo tutta la storia. Perfino Kratos, che ha già avuto una moglie morta in passato, permette a se stesso di piangerla. Egli la loda come guerriera vittoriosa e si serve delle capacità che essa ha trasmesso al figlio. Nella visione generale del gioco, Faye è una madre “buona“, una donna di successo, praticamente una santa.

D’altra parte Freya (l’unico altro personaggio femminile chiave del gioco) è, sorprendentemente, creata per fallire. Inizialmente essa si presenta come la Strega del Bosco: una donna gentile (a parte irritarsi perché Kratos e Atreus, per fare pratica, danno la caccia ai suoi amici animali), dalle evidenti capacità magiche. Freya è presentata come un archetipo di femminilità che sussiste al di fuori del territorio maschile – la classica strega isolata. Ma in realtà essa è una dea, e i suoi segreti non finiscono qui. È anche la madre di Baldur – il violento, invulnerabile, tatuato berserker [guerriero norvegese] che aggredisce Kratos all’inizio del gioco.

Come residuo delle idee arretrate che permeano i primi giochi di God of War – idee che la versione proposta adesso dichiara di aver superato – permane un modello dualistico di maternità, presentato attraverso lenti misogine: la nutrice benevola, che sa come e quando passare allo svezzamento (e scomparire completamente dalla vita del figlio), e il mostro possessivo che non è capace di lasciar andare.

Freya non solo è viva, ma è l’incarnazione della maternità iperprotettiva: quella disperata, manipolativa, debole, e custode di segreti. Sfuggita a un matrimonio abusante, ha lasciato andare tutto tranne suo figlio, sua unica ragione di vita, e usa la sua magia per renderlo immune da qualsiasi aggressione. Ma in questo modo lo rende insensibile al piacere di vivere.

Nell’Edda in prosa, Baldur – uno degli dèi più amati, figlio di Odino – è tormentato da un sogno che riguarda la sua morte. Egli porta il suo sogno agli Asi [gli dèi nordici], che decidono che dovrebbero “chiedere per Baldur l’immunità da ogni tipo di male“. Allora Frigg (madre di Buldur, che per God of War si è trasformata in un’altra dea nordica, Freya) si organizza per raccogliere promesse in questo senso da parte di ogni genere di esseri, con l’eccezione del vischio, che essa ritiene troppo giovane per essere considerato pericoloso. Gli dèi festeggiano allora la nuova invulnerabilità di Baldur, esercitando sul suo corpo ogni genere di violenza, che Baldur si scrolla allegramente di dosso. Finché Loki non scopre che Frigg ha trascurato di chiedere protezione al vischio e induce con l’inganno il dio Hodur, che è cieco, a scagliare contro Baldur una mortale freccia di vischio. Nel suo dolore, Frigg offre tutto il suo amore e il suo favore a qualunque dio voglia sfidare Hel e riportare Baldur alla vita. Un accordo per permettere a Baldur e a sua moglie (che è morta piangendo la morte del marito) di tornare in vita fallisce a causa di una presunta intromissione di Loki.

Come dice Cameron Kunzelman, c’è una certa aria di commedia e di speranza nel futuro nella storia di Buldur, col suo ritorno e la nascita di un nuovo mondo dopo Ragnarök. Ed è anche la storia di una madre che cerca di rendere il mondo sicuro per suo figlio – e di quanto ciò sia tragicamente impossibile.

In God of War nessuno vuole che Baldur ritorni. Qualsiasi mondo nuovo fosse iniziato da lui sarebbe un incubo. I doni che egli ha ricevuto sono malati. Fin dall’introduzione ci viene mostrato quanto egli sia un uomo spezzato, e naturalmente è sua madre che l’ha spezzato. Freya esercita la sua magia direttamente sul corpo di Baldur e a quanto pare lo fa senza il suo consenso, per il proprio interesse personale – cosa che ammette apertamente con Kratos.

Verso la fine del gioco, una scena in Helheim [l’Inferno] ci fa gettare una rapida occhiata su un antico confronto fra Freya e Baldur. Lui la prega di annullare il suo incantesimo. Lei, pronta a sopportare tutta la sua ira, lo supplica di capire che deve continuare a tenerlo al sicuro.

Per tre giorni, nel 1999, mia madre ed io non ci siamo parlati. Lei si era lamentata di me col mio tutor di scuola, che mi prese da parte, mi fece lavare la faccia e pettinare i capelli, e disse “tua madre non vuole che ti comporti più così. Non vuoi essere un buon figlio?“. Naturalmente in macchina, mentre tornavamo a casa, io scatenai tutto il casino che solo una petulante teenager può scatenare. Entrai in camera mia dalla porta laterale, e la chiusi a chiave. Poi, dopo aver sbattuto la porta che comunicava con la casa, chiusi a chiave anche quella.

Dichiarare guerra fu il mio modo di tracciare i confini.

Non mi venne mai in mente che cosa lei stava passando. Era appena uscita da un secondo, brutale divorzio e aveva passato l’estate a smantellare due case, mentre cercava un nuovo lavoro e una nuova casa per noi. Mia madre doveva anche occuparsi della mia sorellina e di mia nonna, la cui salute stava rapidamente degenerando per un Alzheimer improvviso. Tutto questo mentre vedeva sua sorella morire lentamente di cancro. Dover gestire il mio ribelle e mentalmente malato culo di adolescente, che si serviva di una “fase goth“ come copertura perché era alle prese con problemi di genere e di identità sessuale, poteva essere un colpo mortale per il nostro rapporto.

Ma io le dissi di andare affanculo. Che uscisse dalla mia cazzo di vita, che io sapevo che cosa era meglio per me e che lei doveva lasciar perdere quel cazzo di programma (per la mia vita). Una volta sbattuta quella porta, fu tutto finito. E sebbene avessi inalberato la respingente e impenetrabile corazza di un ragazzino arrabbiato che si sparava in cuffia gli Skinny Puppy a mo’ di gigantesco vaffanculo, mi accorsi che non ero neanche un po’ invulnerabile come pensavo.

Il dubbio faceva capolino dalla finestra, il senso di colpa si infiltrava da sotto la porta. Passai i seguenti due giorni vomitando istericamente il niente che avevo nello stomaco. Ma non chiesi mai scusa. Non ritrattai mai niente, non feci mai ammenda. Tre giorni dopo aver tagliato quelli che pensavo fossero gli ultimi fili che mi tenevano legata a mia madre, lei mi chiese se volevo del Taco Bell [fast-food messicano].

E fu questo che facemmo. Non abbiamo mai parlato di quel giorno. Lei non ne aveva bisogno. Quello era solo un altro aspetto dell’essere madre. La mia rabbia era una tempesta che doveva fronteggiare. E nella sua vita era diventata molto brava a fronteggiare tempeste.

Rendendo Balder invulnerabile al mondo, Freya lo ha derubato non solo della morte, ma anche del brivido della lotta, del sesso, del piacere – tutte cose che secondo God of War costituiscono i tratti caratteristici della mascolinità. Tuttavia, egli è soggetto alla rabbia, al tradimento, alla vergogna. Rifiutandogli il permesso di diventare qualcosa di meglio dell’essere semplicemente suo figlio, sua madre lo ha reso impotente.

Freya conosce il modo di spezzare il suo incantesimo, e lo tiene nascosto. Ma invece di rappresentare questo fatto come un amore infelice nei confronti del brusco e arido Kratos, [il gioco] lo trasforma in un amore paranoico, esigente, autoreferenziale, asfissiante. Il senso di perdita è un’emozione potente e la paura della perdita può portarci ad azioni irrazionali e spesso dannose.

Dietro ogni segreto c’è la paura di perdere qualcosa.

Io ho nascosto per anni il mio essere trans, anche dopo che avevo imparato il linguaggio per parlarne. Certo, la cosa faceva capolino qua e là e io trovavo il modo di incanalare quella sensazione di disforia, quel sentirmi disallineato. Ma seppellii tutto dentro di me finché un giorno semplicemente non riuscii più a farlo, e tornai a rivolgermi a uno psicoterapeuta.

“Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere se lo dicessi a tutti?“ mi chiese.

Rimanemmo seduti in silenzio per un momento e, mentre le lacrime sgorgavano abbondanti dai miei occhi, dissi: “Smetterebbero di amarmi“.

Porgendomi una scatola di fazzoletti, lui mi sfidò a farlo comunque. E così, lo feci. Entrai come una furia nella macchina di mia madre e mentre mi riaccompagnava al mio appartamento le confessai il mio segreto: quella cosa che, ne ero sicura, mi avrebbe reso indegna di amore. Con la voce strozzata, lasciai straripare anni di vergogna. Per anni avevo pensato di essere io che tenevo nascosto qualcosa a mia madre. E invece venne fuori che era lei quella che aveva tenuto nascosto qualcosa a me.

“Quando eri piccolo andai da uno psichiatra. Mi disse che eri transgender e che i bambini come te arrivano tutti al suicidio se non vengono costretti ad adeguarsi al loro sesso biologico“.

Anche se la mia mamma mi stava rassicurando, io non potevo non sentirmi tradita. Ero in credito di un’infanzia da ragazzina. E gli interminabili giochi di squadra, i campi di atletica, la pressione perché coltivassi amicizie maschili, la rigida mascolinità imposta dalle scuole superiori? Lei aveva cercato di salvarmi la vita tenendomi al riparo dal mondo.

Ero furiosa, ma capivo le sue ragioni. Non sono sicura che riuscirò mai a liberarmi di questo. Non completamente. Ma è una decisione alla quale devo adeguarmi. Le madri prendono le decisioni, le madri conservano i segreti, non perché vogliono, ma perché devono farlo. Le madri nella vita reale devono essere imperfette. È l’unico modo che hanno per tenere al sicuro i loro figli. È questo il campo di azione che è loro permesso.

Mentre guardavo svilupparsi la trama del gioco, sapevo come andava a finire. Mi ricordavo il desiderio di mia madre di proteggere suo figlio, e quanto devastante era stato il suo effetto.

Nonostante l’incapacità di Baldur di offrire [al mondo] niente di più della sua rabbia, e sebbene Kratos e Atreus insistano perché muoia, Freya continua a cercare qualsiasi strada che possa tenere in vita suo figlio. Con tutto il dolore che lei ha causato, che bene può derivarne se Baldur muore? Fino all’ultimo momento, in cui Kratos spezza il collo di Baldur, Freya cerca la rinconciliazione con suo figlio. E con la morte di lui lei è derubata dello scopo della sua vita. Le rimane solo la rabbia che solo il lutto può suscitare. Mentre Atreus coglie questo momento per mettere in discussione l’ininterrotto parricidio sul quale prospera il pantheon di God of War, Kratos, l’eterno stoico, ammette il suo passato violento e promette “saremo più buoni“: naturalmente, sta parlando solo al figlio.

Atreus è un uomo, adesso. Avendo preso parte all’uccisione di Baldur, egli ha attraversato l’ultima soglia per entrare nell’età virile. Mentre le braccia di suo padre gli circondano le spalle, e sullo sfondo una madre culla il figlio morto, Atreus non è più capace di provare pena per Freya. Si domanda se Freya sia diventata cattiva. Non riesce a capire perché il lutto di Freya l’abbia ferita così profondamente. Mimir deve spiegargli: “Hai ucciso suo figlio“, ma lui propone di lasciarla andare e far sbollire la sua rabbia. Circondata da uomini, Freya è sola nel suo dolore. E mentre Kratos e Atreus continuano il loro percorso di ricerca, lei rimane completamente sola, salvo il corpo senza vita di suo figlio e la sua angoscia.

Le madri vanno bene quando sono esclusivamente al servizio dell’eroismo dei loro figli e dei loro mariti. I loro segreti saranno non solo perdonati, ma accolti con amore, solo se inducono all’avventura, alla creazione di uno spazio in cui gli uomini possano esercitare la violenza e la conquista. E in God of War le madri possono fare questo solo se sono morte. Sono figure troppo imponenti per esistere allo stesso tempo degli uomini. I loro segreti sono troppo potenti, troppo destabilizzanti, troppo esclusivi. In God of War gli uomini hanno bisogno delle donne per armarle prima e deprivarle poi, affinché i loro segreti vengano alla luce.

E, in un certo qual modo, a lei questo sta bene. Lei ucciderebbe Kratos e Atreus per salvare suo figlio, tradendo un’alleanza che si è creata in una fase precedente del gioco. Lei permetterebbe al suo stesso figlio di ucciderla se questo lo facesse sentire realizzato. Anche la possessiva e paranoide Freya arriva a capire la tesi di God of War: la madre di un figlio non può sopravvivere.

In casa di mia madre c’è una larga scatola, e in essa una fotografia 3’’ x 5’’ sepolta in mezzo a un’infinità di altre simili.

Mia madre mi abbraccia in modo che la mia testa poggi sulla sua spalla. Accanto a noi ci sono mia zia e mio zio, e i loro corpi ci avvolgono protettivamente. Tutti stretti contro il freddo. Io conosco a memoria la maggior parte delle foto di mia madre, con tutte le loro storie. Ma su questa c’era il buio.

“Era il giorno che siamo scappati via da tuo padre“, mi dice lei, come se stesse leggendo il cartellino di un museo. Come se fosse una cosa ovvia, o una piccolezza che avevo scordato, tipo dove sono le chiavi.

E sebbene avessi un’intima familiarità con gli abusi di mio padre, in tre decenni io non avevo mai sentito questa storia. Neanche una volta. Da nessuno. Mia madre sapeva chi era veramente mio padre. Sperava che l’avessi dimenticato e che conservare quel segreto mi avrebbe tenuto al sicuro.

E per quanto sconvolta fossi da queste rivelazioni, nonostante il dolore che avevo dovuto sopportare a causa dei suoi segreti e delle sue decisioni, arrivammo a capirci l’una con l’altra. Lei accettò che la vita potesse ferirmi, e io accettai di poterla compatire. Facemmo spazio l’una per l’altra per permetterci di esistere nello stesso tempo.

Nella vita reale ai figli e alle madri è permesso riconciliarsi. Le madri possono essere imperfette. Possono esistere fuori dall’alternativa santa/mostro. Possono essere presenti nelle vite dei loro figli adulti.

Ma questa non è una soluzione che il mondo di God of War può neanche lontanamente prendere in considerazione per la mostruosa Freya o per la santa Faye.

La rivelazione finale di Faye è un graffito su un muro in quello che adesso è solo poco più del cavernoso vestibolo per il cimitero che Jötunheim è diventato. Esso racconta la storia di Atreus e di come il suo nome fra i giganti sia Loki. Kratos sottolinea che era il nome che Faye voleva per lui. Il graffito descrive anche tutte le principali tappe del viaggio che essi avevano intrapreso, fino alla morte di Baldur. Molto prima di morire, Faye sapeva che tutto questo sarebbe accaduto: un segreto che ella rivela assai dopo la sua morte. Quanto a tutti i tormenti che i segreti hanno causato, essi suscitano in Kratos, o in Atreus, solo un leggero disorientamento. E considerato ciò che la morte di Baldur e l’inizio del Fimbulwinter [il Grande Inverno della mitologia nordica] presagiscono – questo è un segreto che contiene traumi non ancora sperimentati. Ma né Kratos né Atreus si interrogano su questo. È tempo di lasciare Faye per sempre.

Sulla macchia d’alberi che domina tutto Jötuheim i due uomini spargono le ceneri di Faye. Eseguendo questa ultima disposizione di Faye, padre e figlio si riuniscono e riconciliano. Si dicono addio e si abbracciano. Kratos racconta la storia di come Loki si chiamasse Atreus. Questo è quanto di più simile alla vulnerabilità egli concede a se stesso: raccontare la vita e la morte di un valoroso guerriero a suo figlio, che oggi è a sua volta un uomo e un guerriero nel pieno dei suoi diritti. Atreus osserva a questo punto che la loro ricerca è finita, che possono tornare a casa, o proseguire per nuove avventure – che è quello che sua madre avrebbe voluto per loro.

Nessuna consapevolezza della catastrofe che le loro azioni hanno accelerato. Ma non importa: gli uomini adesso hanno un campo d’azione sconfinato, libero da ogni possesso. God of War comincia all’insegna dell’impronta di una mano, di un messaggio che dice “Ero qui per proteggerti. E spero che i miei segreti non ti abbiano ferito“. E finisce con un pugno di ceneri scintillanti gettate al vento.

E così, che siano buone o cattive, le madri devono scomparire.

Solo i padri possono rimanere.

 

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