La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Come per Noa anche la mia depressione deriva dallo stupro

Lei scrive:

Cara Eretica,

La storia di Noa Pithoven ha aperto una voraggine in me, proiettandomi indietro di 20 anni. Non ho mai parlato di questo episodio della mia vita con nessuno, nemmeno con un terapeuta. Probabilmente, non nominandolo credevo di rimuoverlo. Pochi minuti fa, stavo riposando sul letto quando all’improvviso molti ricordi del passato sono riemersi nella mia mente. In modo concitato, ho iniziato a rievocare i miei tredici anni, facendomi le stesse domande di sempre su certi eventi. Ma questa volta, le risposte che ho iniziato a darmi sono state diverse. Quando si rievoca un abuso, le dinamiche mentali possono essere molteplici, ma nel mio caso, sono sempre state quelle che dal denial si estendono al self-sabotaging.

Avevo tredici anni quando, per la prima volta, m’innamorai di un ragazzo di sedici, venendone ricambiata. La fase romantica finisce dopo un mese. A quanto pare i suoi amici “lo prendevano in giro perché io ero piccola”. Ovviamente mi spezzò il cuore. Io ne ero molto presa e ed ero disposta a continuare a vederlo nonostante non stessimo più insieme, insomma da “amica” (putroppo, la mia educazione all’affettività era avvenuta in Chiesa.

Quindi non era avvenuta. Ciò che sapevo è che se ami una persona fai di tutto per lei. Autosacrificio? Compiacimento del maschio?). A quel punto, però, le regole cambiano: per poter continuare ad avere un’intimità con lui, dovevo averla anche con i suoi amici, che dicevano di essere anche miei “amici”, per convenienza. Non me lo sono mai perdonata. Questa storia è andata avanti per mesi. Ero evidentemente molto vulnerabile, inesperta. Qualcuno direbbe “consenziente” (me lo dicevo anch’io per non accettare di aver subito un abuso così traumatico). Le violazioni avvengono ovunque. Una volta anche a casa mia. Tutti. Uno dietro l’altro. Poi, questa storia finisce per sempre. Dopo, ricordo di essere stata esclusa socialmente e di essermi ammalata per la prima volta di depressione. Era solo l’inizio.

Ovviamente, ne conseguì un self-hatred, il pensare che ormai non ero più come le altre mie coetanee, ma solo un’appestata, segnata a vita. Ero “una poco di buono”. Oppure un “libro aperto”, come uno di loro disse in una sera d’estate davanti a tutti. Quell’agghiacciante momento lo ricordo ancora come se avvenisse davanti a me ora.
Disperata chiedo a mia madre di trasfermi da mio padre, che vive in un’altra città. Dopo ventanni, riesco a dire a me stessa di essere stata stuprata, di aver subito slut-shaming, di aver introiettato così tanto odio verso me stessa da precludermi ogni possibilità di vivere una relazione sana per tutti gli anni a venire. Ormai, mi sentivo segnata. E poiché portavo uno stigma e tutto ciò era solo colpa mia, ho messo un sigillo di silenzio su quell’episodio fino ad oggi.

Poi, Noa. All’improvviso, appena abbasso la guarda, ecco di nuovo il ricordo di quel ciclo di abusi. Le parole di Noa erano troppo simili a quelle dei miei più intimi dialoghi interiori.
Con questa mail rompo questo ciclo di auto-mutilazione dell’anima. In questo momento, voglio dare un nome all’origine dei miei disturbi. Nominandolo, voglio sovrastarlo e superarlo. Io sono stata stuprata, violata e abusata da un “branco”. Ho subito slut-shaming, ho subito esclusione sociale per questo e combatto con depressione ed ideazioni suicide da vent’anni.

Il victim-blaming ha un costo psico-sociale enorme; lo stupro ha la serietà di un grave trauma fisico dall’esito riabilitativo incerto. La logica del branco, la mascolinità tossica, la cultura dello strupro non sono solo costrutti socio-culturali. Sono attentati alla vita delle persone. Non chiederò pene più forti, sterilizzazioni forzate (loro hanno già abbondamente procreato). Chiedo responsabilità etica e sociale nei confronti dei/delle rape-survivors. Chiedo che gli stupratori siano chiamati tali. Che lo slut-shaming venga contrastato senza se e senza ma, educativamente e socialmente. La cultura dello strupro ha un prezzo troppo alto. Non sono episodi, non sono errori, non è una cattiva coincidenza. Lo stupro è la deflagrazione del tuo sé, sottrazione violenta, rapina del tuo impulso vitale da chi è imbevuto dalla nascita di cultura patriarcale.

Grazie per questo spazio di comunicazione, per l’ascolto, l’empatia e la possibilità di potersi raccontare oltre i limiti dello stigma e della medicalizzazione.

Rossella

 

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