Antisessismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Il suffragio femminile in Italia

di Samantha Musolino

Il dibattito sul suffragio femminile in Italia fu lento e burrascoso, così come lenta fu la “concessione” del diritto di voto alle italiane. Il movimento delle donne in Italia prese piede principalmente dall’iniziativa di coloro che furono attive durante il Risorgimento, ma che non videro riconosciuto in loro impegno a favore dell’unificazione. Alcune giovani (pochissime) ottennero il voto per meriti patriottici, come Marianna de Crescenzo, la quale accolse Garibaldi al suo arrivo a Napoli, e la poetessa Maria Alinda Bonacci, che compose carmi ed epigrafi per il re.

Molti Paesi europei riconobbero questo fondamentale diritto alle proprie cittadine principalmente dopo la Prima Guerra Mondiale, con l’eccezione di paesi virtuosi come Finlandia (1906), Norvegia (1913) e Danimarca (1915). In Italia, una delle personalità più attive in tal senso fu Anna Maria Mozzoni, la quale presentò due petizioni nel 1877 e nel 1883, che ebbero scarso seguito. In parte si rifece a Mozzoni il repubblicano Mirabelli, con un disegno di legge del 1904 che prevedeva l’accesso delle donne al voto amministrativo. La proposta naufragò, ma è proprio da questo episodio che una parte delle emancipazioniste italiane si iscrisse nelle liste elettorali del Paese, approfittando di cavilli nel codice che non ammettevano il voto alle donne ma nemmeno lo negavano.

Radicali e repubblicani appoggiarono le iniziative pro-suffragio delle emancipazioniste, ma l’iniziativa parlamentare fu di area socialista: infatti fu proprio l’area che ruotava anche attorno ad Anna Kuliscioff, che nel 1912 presentò l’emendamento Turati-Treves, rifiutato dal parlamento. Lo spettro della Grande Guerra allontanò l’obiettivo del suffragio.
L’impegno massiccio delle donne nel conflitto fu premiato con l’agognato diritto di voto, anche se spesso con alcune limitazioni (per esempio, in Gran Bretagna, con la legge del 1918, le donne possono votare solo dai trent’anni, mentre gli uomini da ventuno: qui le donne cominceranno a votare alla maggiore età con la legge del 1928); ma ciò non accadde in Italia.
Il 1919 vide l’approvazione della legge Sacchi, che cancellò l’autorizzazione maritale, uno dei principali scogli contro cui si scontravano i tentativi di allargare il suffragio alle donne. Poche settimane più tardi, la legge Martini-Gasparotto ammise le donne sia al voto amministrativo sia a quello politico, ma la legge fu bloccata a causa della chiusura anticipata della legislatura.

Arrivò il Fascismo e la sua dimensione tipicamente tradizionale delle donne, anche se Mussolini in un primo momento affermò di voler concedere loro il voto; infatti nel 1923 partecipò, a Roma, all’International Women Alliance for Suffrage and Equal Citizenship, ma più tardi il Fascismo si rivelò per quello che era: un partito antifemminista, oltre che razzista e con connotati militaristi. Quindi le proposte per il suffragio vennero accantonate per tutto il Ventennio e negli anni della guerra.
Con il secondo conflitto mondiale le donne furono di nuovo combattive, pronte a mobilitarsi nello sforzo bellico e nella Resistenza. Nel periodo post-bellico le organizzazioni femministe rivendicarono il voler esprimere ai seggi le proprie preferenze politiche.

Nell’autunno del ’44 l’UDI (Unione Donne Italiane) creò un comitato pro-voto insieme ai movimenti femminili dei partiti del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), all’Alleanza pro-Suffragio e alla Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori. Organizzarono iniziative, opuscoli, inviarono un promemoria al CLN perché fosse riconosciuto il suffragio femminile, e progettarono una grande settimana di mobilitazione nazionale.

Il decreto luogotenenziale n° 23 del 1° febbraio del 1945 sancì il voto attivo alle italiane; il decreto luogotenenziale del 10 marzo del 1946 ammise il voto passivo, quindi la possibilità di candidarsi ed essere elette. Ma il decreto del ’45 fu emanato tenendo all’oscuro il comitato pro-voto; non fu accompagnato da un grande dibattito pubblico, e tale novità venne “pubblicizzata” come normale evento figlio dei tempi che stavano cambiando e non come riconoscimento dell’impegno delle donne durante la guerra e, soprattutto, nella Resistenza.

Le prime elezioni del secondo dopoguerra furono amministrative e divise in due: una prima parte nella primavera del ’46, la seconda in novembre. Le donne candidate furono poche, anche perché gran parte delle liste vennero presentate prima che il suffragio fosse allargato in termini di voto passivo. Tuttavia furono elette ben 2000 consigliere comunali, ma anche diverse vicesindache e 10 sindache.

Il 1946 vide anche il Referendum Costituzionale. Si temeva, dato il presunto disinteresse delle donne verso la politica, un’alta percentuale di astensionismo, ma si presentarono alle urne l’89% delle aventi diritto.

Si parla sempre di padri costituenti, mai di madri costituenti: furono 21, di cui 13 ebbero un ruolo attivo nella Resistenza. Le madri costituenti, tra cui Angelina Merlin, si batterono per una Costituzione moderna, “senza distinzioni di sesso”, e per articoli che esplicitassero la condizione di parità tra uomini e donne, ad esempio l’articolo 29 (“la parità dei coniugi nel matrimonio”), o il 37 (“la donna lavoratrice ha gli stessi diritti del lavoratore e, a parità di lavoro, la stessa retribuzione”).

 

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