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La diffusione dell’abito da ancella come icona visiva

Donne vestite con i costumi de Il racconto dell’ancella mettono in scena una protesta contro il Presidente Donald Trump e il vice presidente Mike Pence all’esterno dell’Alexander Hamilton Customs House, New York, 2018. Foto di Atilgan Ozdil/Anadolu.

 

Articolo scritto da Alina Cohen*

In lingua originale QUI. Traduzione di Antida del gruppo di lavoro Abbatto i Muri.

Le dimostrazioni politiche sono teatrali. La loro messa in scena richiede spesso coreografie complicate e una determinata gestione dello spazio, e ciò che si svolge è immortalato dai fotografi presenti sulla scena. La durata della potenza della dimostrazione dipende da tali documentazioni visive; non c’è da stupirsi, dunque, che segnali e costumi ben congegnati si facciano notare, riassumendo in una singola icona questioni politiche complesse.

L’abito da ancella è uno degli elementi più recenti del lessico visivo di dissenso. A partire dall’adattamento televisivo del 2017 del romanzo distopico di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella (1985), l’abito scarlatto e la cuffietta bianca sono stati adottati dalle donne di tutto il mondo che protestano contro il divieto all’aborto. Questo travestimento ha attirato l’attenzione dei media, dal New York Times e Wired al Saturday Night Live. Eppure, c’è un problema di fondo legato a tale simbolo – questo rappresenta infatti donne sulla difensiva, che lottano per assicurarsi ciò che hanno già (anche se, ammettiamolo, senza troppe sicurezze) invece di chiedere di più. Mette le donne nella posizione di chi ha soltanto qualcosa da perdere, senza immaginare quello che invece potremmo ottenere.

La serie televisiva Il racconto dell’ancella è girata nel parco nazionale National Mall a Washington, D.C. il 15 febbraio 2019. Foto di Calla Kessler per The Washington Post.

 

Non che i costumi siano inefficaci. (In effetti, questi rappresentano un progresso significativo rispetto all’ultimo fashion trend femminista – il pussy hat). Sono austeri e snervanti, danno quasi l’idea di campo di prigionia, collegano efficacemente una fantasia distopica all’attuale clima politico. Per chiunque si sia perso gli ultimi aggiornamenti, otto tra gli Stati Uniti d’America, compresi l’Alabama, la Georgia e l’Ohio, quest’anno hanno ratificato una legge per limitare significativamente la possibilità di accesso all’aborto per le donne. Oggi il governatore del Missouri ha ratificato una legge che proibisce l’aborto dopo 8 settimane. In Alabama sono i più severi: la procedura è stata quasi del tutto vietata, con l’eccezione delle donne la cui gravidanza rappresenti un pericolo di vita. Donne al di fuori degli Stati Uniti, dall’Argentina al Regno Unito, hanno indossato lo stesso costume in segno di protesta contro le restrizioni sull’aborto nei vari paesi. Per la militante Sarahbeth Caplin, del nord del Colorado, il significato di questo costume va ben oltre la protesta a favore del diritto all’aborto. “I vestiti da ancella rappresentano qualunque tipo di oppressione femminile” dichiara.

All’inizio, il costume faceva solamente parte dell’opera di fantasia della Atwood. La stilista Ane Crabtree ha trasformato in realtà la visione dell’autrice quando è stata assunta per creare i costumi per la serie TV tratta dal romanzo, che farà ritorno il 5 giugno per la terza stagione. Secondo quanto la Crabtree ha dichiarato a British Vogue, le sue fonti di ispirazione hanno spaziato da un prete che la stilista ha visto a Milano al modo di vestire degli Amish. “In fin dei conti”, ha detto, “la fluidità poetica dei vestiti sta ad indicare che le ancelle sembravano un flusso di sangue che si muoveva attraverso un mondo distopico grigio, fatto di cemento.”

I costumi della Crabtree sono diventati un’icona culturale, al punto che lo Smithsonian Institution (Museo Nazionale di Storia Americana) ha acquistato il vestito indossato dalla protagonista, Elisabeth Moss, per inserirlo nella propria collezione. “La serie con i suoi temi, il design e le performance, ha attirato talmente l’attenzione da avere un impatto esterno,” afferma Ryan Lintelman, curatore dell’area culturale del museo. “Il fatto che il costume sia stato replicato nelle proteste è estremamente importante anche per noi.”

Concessione del Museo Nazionale di Storia Americana Smithsonian.

 

L’abito da ancella rappresenta un gruppo di attiviste femministe che cercano di spronare la comunità in cui vivono a migliorare. Jennifer Botari, che ha riunito i membri di un gruppo di ancelle a Ontario, ha spiegato: “costringere una donna ad avere figli significa toglierle la possibilità di partecipazione sociale, di educazione, di un lavoro migliore, non le garantisce alcuna opportunità di mobilità sociale né di avere il potere e il privilegio di far sentire la propria voce.” Danielle Ananea, che ha protestato in Colorado con il Indivisible Front Range Resistance (IFRR), ritiene che il fatto di indossare il costume da ancella sia un piccolo passo per dare maggior potere alle donne che sentono di “non avere voce.” Jocelyn Foye, co-direttrice del Progetto genderfluid-inclusivo Womxn, che ha protestato fuori dal Rhode Island State House, si dichiara d’accordo. “Questi costumi danno la possibilità di parlare a chi è timido, ma vuole partecipare” ha detto.” “nascondono loro il viso. Danno loro l’opportunità di essere presenti. E la presenza spaventa.”

Per buona parte dei partecipanti, la forza del costume sta nel desiderio di suscitare timore. Tori Neal, che di recente si è travestita da ancella in occasione di una protesta ad Huntsville, in Alabama, ha scritto in un’e-mail che il vestito rosso è un “avvertimento riguardo al futuro.” Per Lexie Baker da Denver, in Colorado, il costume sta anche ad indicare quanto la società americana sia regredita. “Lo scopo del costume è quello di ricordare a chi ci guarda che i diritti delle donne stanno vacillando di nuovo, e, se non vuoi che torniamo ad una società di stampo totalitario, faresti meglio ad approfittare del tuo diritto di VOTO,” scrive.

Le molteplici ragioni per vestirsi da ancella vanno dalla solidarietà ad un senso di legittimazione personale, passando per l’incitamento a votare e per l’espansione intersezionale del movimento femminista – tutti motivi validi, importanti. Quello che questi costumi non fanno, tuttavia, è immaginare un futuro le cui circostanze siano effettivamente più favorevoli per le donne; si prospetta solo una deriva apocalittica. La logica dietro questo nuovo tipo di protesta rischia di prendere una brutta china: l’ipotesi che gli Stati Uniti possano effettivamente finire come la società fittizia creata dalla Atwood è terrificante, certo, ma improbabile.

La serie televisiva Il racconto dell’ancella è girata nel parco nazionale National Mall a Washington, D.C. il 15 febbraio 2019. Foto di Calla Kessler per The Washington Post.

 

Le donne sono talmente scioccate da quest’implacabile ondata di legislazioni antiabortiste che è difficile vedere al di là delle proteste; le leggi ci mettono sulla difensiva, ci costringono a lottare continuamente contro la perdita. Ma noi non meritiamo soltanto i diritti riproduttivi validi fino all’anno scorso – meritiamo anche più ospedali; maggiori fondi statali da devolvere ai servizi per l’infanzia e all’assistenza sanitaria femminile; maggiore supporto per le nuove tipologie di famiglie… l’elenco va avanti.

Gli attivisti radicali degli anni Sessanta non protestavano soltanto per la guerra in Vietnam; i loro vestiti e l’iconografia erano un’espressione della pace e dell’amore che desideravano. L’arcobaleno simbolo del movimento LGBTQ+ indica una società ideale che sia colorata, inclusiva ed equa. Le magliette del Black Lives Matter chiedono un’America che valorizzi la vita delle persone di colore come non ha mai fatto prima. L’attuale sfida del movimento femminista è il trovare una simbologia ugualmente concisa, convincente dal punto di vista visivo, della società che vogliamo. Che gli stilisti si facciano avanti.

*Alina Cohen è Staff Writer di Artsy.

 

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