Autodeterminazione, La posta di Eretica, R-Esistenze

Quando a stuprarti è tuo marito

Mi sono svegliata con l’idea che tutto quanto fosse a posto. Non era così. Quando mi hai aggredita, messa a pancia sotto e ferita con il tuo pene non sapevo più chi eri. Non ricordavo di averti conosciuto né di averti permesso di fare quel che stavi facendo. Quello che so è che mi hai fatta sentire sola. Eppure non lo ero, perché a poca distanza da me c’era la culla di un bambino che avevamo fatto insieme. Non ho urlato, per non spaventarlo, mentre tu, incurante del suo sguardo, mi hai detto che lo stavi facendo perché sapevi che non mi piaceva.

E’ stato uno strano modo di chiedere di empatizzare con i tuoi disastri e disagi. Una cosa che a me non sarebbe mai venuta in mente. Stuprarti per farti sentire che ero ferita. Mi avevi osservato, il giorno prima, quando ti dicevo che non volevo più stare con te. Ne avevo abbastanza della tua violenza. Così hai voluto marcare il territorio stabilendo che il mio corpo non era mio. Non è mai stato mio. Era lì per te, per saziarti mentre mi sbranavi. Avevo un ano consolatore e non lo sapevo. Magari avessi scoperto prima di questa proprietà terapeutica del mio ano. Lo avrei messo a disposizione, avrei accettato di prendermi cura solo delle persone che mi sarebbe piaciuto avere addosso, attaccate alla mia pelle.

Invece c’eri tu e non sapevo chi fossi. Non potevo vedere il tuo colore, non potevo neppure annusare il tuo odore, perché sapevi di qualcosa di antico e putrido. Come carne in decomposizione di un cadavere che sferra gli ultimi colpi per affermare se stesso. Non sapevo se pregavi. Avrei voluto chiedertelo: ma tu, preghi? La tua famiglia, così devota, di persone ligie al dovere, pronte a negare la tua violenza e a guardarmi fare scandalo mentre diffondevo la notizia sul fatto che ti avrei lasciato.

No, sapevo che non rivolgevi preghiere, a meno di non considerare quelle recitate dal tuo cazzo, quando era pronto e chiedevi una consegna di doverosa azione per farti “terminare”. Usare il cazzo per farmi godere e poi per punirmi. Quindi conoscevi la differenza. Come potevo giustificarti? Quando hai finito mi sono mossa lentamente, scivolando dal letto come una bambola sgonfia. Ho toccato il pavimento con le ginocchia e ho recuperato le mutande. Sono andata in bagno a lavarmi, prima di indossarle. Tu te ne sei rimasto disteso sul letto mentre facevi versi idioti a tuo figlio. Tuo, già. Io, il corpo, l’ano, anche quel figlio alla fine era tuo.

Tutti pensano che a violarti debba essere sempre un estraneo. Tu non lo eri. Eri uno che colonizzava il mio mio culo, con violenza, ma ti eri presentato come persona amica, un amante, un padre, un marito. Comunque uno straniero. Perché chiunque voglia mettere radici sul mio culo sottraendomelo per farne quel che vuole è una persona che non posso dire di conoscere. Gli stranieri non sono quelli che arrivano scampando alla morte in mare. Gli stranieri sono quelli che parlano la tua lingua e si piantano sulla tua schiena per sottometterla.

Mi sono svegliata pensando che tutto fosse a posto. Il mio ano era ancora lì. Non è questo che si crede in fondo? Cosa vuoi che ti tolga chi ti stupra? Niente. Tutto resta lì, come sempre. Avanti un altro. C’è posto per qualunque stupratore. Lui se n’era andato. Aveva consegnato il suo possesso e poi se n’era andato. Solo così può finire una storia con certi uomini. Devono sapere di averti dato una congrua liquidazione. Poi vanno via soddisfatti.

 

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