Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Storia di un corpo

La statua di questa donna dalle magnifiche proporzioni si trova nella casa museo di Salvador Dalì – foto mia.

 

Il corpo. Strappato, lacerato, smontato, spezzettato, misurato, pesato. Il corpo da vestire, spogliare, placare, stritolare in abiti scomodi e stretti, per apparire diversa, più magra, più bella. Il corpo con le sue proporzioni o sproporzioni da affettare, segare, perché “qualche anno fa eri così bella… magra”. Oggi ho smesso di pensare al corpo e ho cominciato a parlare con me, di me, di quello che mi passa per la testa, di quel che avrei voluto e vorrei. Non mi è venuta voglia di mangiare più del dovuto. Non mi serve anestetizzare il dolore se lo faccio venire fuori, tutto insieme, con la morsa che stringe e costringe prima che il corpo la mia anima.

Qual è la ragione? Quali sono gli impedimenti che non mi permettono di essere almeno un po’ felice? Perché non mi lascio abbracciare, toccare, accarezzare? Mi sono sentita sola molte volte ma non quanto si è sentita sola la mia pelle trascurata, quando perdi contatto e non ritieni di dover fare nulla per profumare di buono. Ed io, sconsiderata donna, tra un caffè ed una sigaretta, mi sono sentita sporca, ad un certo punto. Il prurito mi ha travolto, ed ecco l’acqua scorrermi addosso, strisciare in luoghi che avevo dimenticato, rinfrescare le scottature per essermi esposta al rogo molte volte.

Penso. A quindici anni vestivo come una di venti. A venti come una di trenta. A trenta come una di venti e ora vesto e basta, comodamente. Scarpe comode, abiti comodi. Il brutto è trovarne della mia misura. Da queste parti non c’è nulla oltre la 42. Perché mi sono fatta così tanto male? Perché mi sono odiata così tanto? Eppure la consapevolezza c’era e io pensavo di sapere. In realtà sapevo poco. Bastava dirselo con franchezza, senza aver bisogno di strisciare contro i muri, a testa bassa, per evitare di incontrare lo sguardo altrui durante una passeggiata. Nascondere l’insicurezza è l’arte più difficile di tutte.

Guarire. Forse potrei guarire con le parole. Le parole guariscono? Dipende. Io uso quelle che arrivano come un pugno. Lo faccio con gli altri, ancor di più con me stessa. La guarigione può attendere. Intanto ecco un ricordo. Rimasta incinta controvoglia mi sono detta che stavolta no, non ce l’avrei fatta. Sapevo di non voler essere madre. Era una di quelle cose che non sai di sapere ma alla fine lo sai eccome. Perché ti parla il corpo, si oppone un disagio, non è titubanza, direi terrore, panico che toglie il fiato. Ho detto no e dunque è stato no.

Ma il disagio che non guardi negli occhi diventa una bella scusa per cercare anestetici. Sono ingrassata in poche settimane quanto un’altra sarebbe ingrassata in tutti i nove mesi. Volevo cose salate, avevo continuamente nausea. Attorno a me era tutto uguale ma il mio olfatto lo percepiva in modo diverso. Una pedata e giù “perché puzzi e non ti sopporto”. Non sopportavo neppure me stessa. Non volevo dare ragione a quelli che campano sulla pelle delle donne che abortiscono male. Avevo fretta ma il tempo di attesa fu così lungo. Non riuscivo a fare nulla. Sdraiata no, troppa nausea. Seduta neanche, l’irritazione in salita perché alcune sedie sono proprio dure. Seduta sul letto. Così ho trascorso due mesi. Otto settimane. Lo riscrivo, perché sembra una bazzecola ma no: otto settimane della mia fottuta vita.

E’ andata come è andata ma poi mi sono sentita meglio, sollevata, mi sono poco a poco riappropriata del corpo, dei sapori e degli odori. “Torna a letto, ora profumi di buono”. E lui eseguiva, senza capire, perché un uomo, anche il più empatico tra tutti, non può proprio capire. Orribili quelli che invece fanno finta di sapere tutto. Orribili e basta. Così sono ingrassata di molti chili e non è stato facile conviverci. Il corpo cambiato, altre smagliature, altra cellulite. Il mondo va in pezzi e tu ti preoccupi della cellulite? Non io ma il mondo, è il mondo che pare non avere altre preoccupazioni. Gente che muore di fame, terre distrutte da sfruttatori di ambiente, il cielo che crolla e le stelle che sembrano non avere più respiro, di un giallino fisso, senza il luccichio che le rende belle, di tanto in tanto. Sembrano disegnate da un daltonico. Ora il colore pare addirittura verdognolo. Come il vomito che veniva fuori in quei mesi.

Dunque che vuoi? Io? Niente. Non ho colori per far brillare le stelle, non ho colori per rendere più bella la mia pelle. Tutto si spegne, poco a poco e io mi sento a volte spenta, salvo riaccendermi per pochi attimi, nostalgici, guardando lo specchio che mi sorride, una volta tanto. Ah no, aspetta. Non è lo specchio. Sono io a sorridere. Quello è solo il mio riflesso. E’ il modo in cui mi vedo. Bella, brutta, così così.

L’ecografia rivela che l’aborto mi ha lasciata intatta all’esterno, per così dire, ma dentro, quel che hanno fatto dentro. Cicatrici, calcificate. Macellai senza pazienza e senza amore. Perché l’utero si ricompone se partorisci. Pare lo faccia da solo. Ma se abortisci e se ti praticano un “raschiamento” non hanno di meglio da fare che lasciarti tracce. Ma no, te lo sei inventato, mi dice un’amica. A me è andato tutto bene. Ah bè, se a te è andato tutto bene allora devo proprio avere un utero di merda. Ma non me lo sono mica inventato. Un medico mi dice che è proprio così, secondo il suo libro di medicina di epoca vittoriana. Se tu avessi partorito invece che abortire. E allora becchiamoci anche questa. Tutta colpa mia.

Dopo un paio di anni mi accorgo di aver cominciato a contare “quanti anni avrebbe compiuto oggi?”. Due poi tre e quattro. Al cinque mi sono fermata. Non era nostalgia. Non era rimpianto. Era piuttosto un’altra scusa, di quelle comode che la cultura antiabortista ti offre per nasconderti dietro un alibi socialmente troppo consacrato per non sfruttarlo. Ad ogni mancanza, ad ogni fallimento, ecco tornare l’alibi. Devi soffrire, perché hai abortito. E’ più comodo. Se dici di soffrire, che so, perché sei ancora precaria a oltre quaranta anni ci sarà sempre qualcuna a dirti “guarda, io con due figli non ho tempo per queste stronzate”. Magari avessi avuto quei ruba-tempo per poter dire la stessa cosa. E’ una frase subdola che ristabilisce un ordine sociale. E poi mi dicono che avrei dovuto esser contenta. Decenni prima, di aborto sarei potuta morire, in mano agli stessi macellai ma da pagare privatamente e forse senza laurea. Non che in molti casi faccia differenza.

E torno al corpo, vilipeso, oltraggiato, bagnato da sputi di gente qualunque che giudica e così ruba la verità pezzo per pezzo affinché tutto somigli il più possibile alla versione sognata e interpretata sul loro palcoscenico. Perché è così difficile riuscire ad ascoltarsi per davvero? Più orecchie. La natura avrebbe dovuto affidarci più orecchie. Quattro o sei o anche in numero dispari. A me ne bastano due. Per ascoltare me stessa. A partire da adesso.

 

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