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Donna. Disobbediente. Cattiva. Egoista

Non scegli la famiglia in cui nascere. Ti capita. Ecco tutto. A me è capitata una famiglia con un padre furioso e una madre al suo servizio, martire e sacrificata “per il bene dei figli”. Quando sono rimasta incinta non c’era niente che mi facilitasse l’idea di abortire e così ho partorito, attorniata da gente che mangiava confetti e confezionava copertine del colore adatto al sesso biologico della prole. Un parto doloroso e poi la sorpresa: non somigliavo affatto a mia madre. Non mi piaceva il martirio, il sacrificio, perciò ero egoista. Molto egoista. Talmente egoista da scegliere di ribellarmi all’altro padre padrone che entrò nella mia vita grazie ad uno spermatozoo e all’esaltazione del modello femminile sponsorizzato ovunque.

Non mi sentii coinvolta e cercavo di dirlo, a modo mio, grazie all’abilità che avevo fin da piccola nello scrivere. Ma maternità e scrittura non vanno d’accordo. Difficile partorire pensieri quando l’unica cosa che puoi fare è provvedere alle conseguenze di altre nascite. Fuggire da un padre violento e una madre vittima per rifugiarsi in un rapporto con un altro uomo violento che mi negava la possibilità di raccontarmi in altri modi. Durante un litigio strappò e bruciò tutto quello che avevo scritto fino a quel momento. Fece un bel rogo strappando pagine di libri e racconti e quando più tardi sembrò più comprensivo mi permise di scrivere durante la notte, dopo aver fatto tutto quello che una brava madre di famiglia deve fare in casa e con i figli.

Il silenzio e il buio mi erano amici e così scrissi pagine di rivolta interiore che solo io avrei letto, perché era impossibile condividere quella scrittura con altri. Non c’era internet e non c’erano i blog, i social network, non c’era altro che un balcone che dava su una strada piena di madri competenti e sacrificabili. Al balcone vicino al mio si affacciava una donna appena sposata, felicemente incinta e che parlava solo il dialetto. Ebbi paura di dimenticare l’italiano. La notte ripassavo parole sul dizionario e le ripetevo due o tre volte per non dimenticarle, anche se non le avrei usate per comunicare con nessuno a parte me stessa.

Per scrivere ci vuole silenzio e concentrazione e Virginia Woolf, donna senza figli, chiarì perfettamente quel che significava avere una “stanza tutta per sé”, sebbene lei fosse una donna che aveva ricevuto un’eredità e poteva permettersi il lusso di non dipendere economicamente da nessuno. A me era capitata una famiglia media, di persone medie e incoerenti, tante belle parole e nei fatti nessun cambiamento, solo atti di condanna nei miei confronti. Meritati, secondo loro.

A contare i miei errori direi che fui vigliacca, in un certo senso, perché non riuscii a resistere fino al momento in cui sarei potuta fuggire lontano solo grazie alle mie sole forze. Ma come fare? Dove andare? Come convincere chi mi stava vicino che avevo il bisogno di scrivere come altri di respirare? Fu tutto un disastro e per poter separarmi e lavorare dovetti “abbandonare” il frutto del mio grembo a mia madre. Incoerente anch’io, dopotutto. Ma se l’avesse fatto un uomo nessuno avrebbe pensato a strategie colpevolizzanti, ad azioni a risarcimento della propria frustrazione e insoddisfazione, a lamentele che suonavano come imposizioni su quel che io avrei dovuto essere.

Trovare un marito, farmi mantenere, crescere figli. Il mio destino infame, fin dal momento in cui mi spiegarono che la collezione di biancheria nuova sarebbe servita come corredo per il mio futuro matrimonio. Fin dal momento in cui dissero che le mie azioni di donna si sarebbero dimostrate utili aiutando mia madre e mostrando un po’ di intelligenza sottomessa al volere di mio padre. Quale scuola scegliere, che futuro sognare, che dimensioni future immaginare. Un destino infame, per l’appunto. Alla ricerca perenne del modo di gettare via i sensi di colpa perché io non c’ero, non ero, non sarei mai stata lì, dove loro mi avrebbero voluta.

Cattiva donna, cattiva madre, cattiva figlia. Irascibile e aggressiva, non riuscivo a mettere sotto chiave i pensieri. Perché i pensieri pensano anche se vorresti fermarli. E devi adeguare la velocità di scrittura per inseguirli e fissarli sulla carta. Mio padre disse che la mia calligrafia era bella, dopotutto, e parve esserne soddisfatto e tanto mi bastò per pensare che almeno lui sarebbe stato dalla mia parte. Lo era, ogni tanto, quando non mi dava della “troia” o non chiamava “troie” le mie amiche. Uno strano connubio resisteva nella cultura tramandata. Donna che scrive bene inequivocabilmente troia. Comunque non puoi vivere di scrittura, mi dissero. Sono fantasie. Devi prima fare le cose che fa una donna. Devi sacrificare le tue aspirazioni e smettere di cercare di imparare per essere qualcosa di diverso.

Sei nata qui e non in una famiglia aristocratica che ti avrebbe permesso di andare altrove, a misurare il mondo, senza spendere fatica e con soldi garantiti fin dalla nascita. Il massimo che puoi fare è andare poco più in là della direzione intrapresa dai tuoi genitori. Mio padre guardava il mondo da lontano e quando planava sulla terra sembrava tutto esistesse per fargli dispetto. Mia madre reggeva il destino della truppa e imponeva la sua infelicità e insoddisfazione su di noi. Doveva fare quello che doveva fare, così anch’io, figlia femmina che voleva volare senza avere le ali.

Mi sarei bruciata perché questo è il destino di chi tenta di avvicinarsi troppo al sole. Più tardi mi ritrovai già adulta a combattere contro i miei sensi di colpa. Non ero donna, non ero madre, non ero moglie, non ero niente e nessuno. Ma di Ulisse ce n’è solo uno ed è un maschio. Le donne casomai attendono mentre tessono tele per non affrontare peggiori destini.

Non ho mai saputo tessere una tela e tantomeno attendere un Ulisse qualunque. Volevo essere io a partire, vedere il mondo, avventurarmi alla ricerca di altre possibilità. Ma avevo partorito. Grave errore e lo era anche quello di sentirlo come un limite. Non è così che fa una buona madre. La brava madre non ruba tempo per sé, non si masturba, non scopa, non ama particolarmente se stessa né chi la spinge a sellare un cavallo per poter andare oltre l’orizzonte. Mi veniva in mente Leopardi e la sua frenesia di cercare di oltrepassare la sua Recanati. Lui, però, era un uomo. Poteva almeno permettersi il lusso di sognare. A me quel lusso era negato.

Quei sensi di colpa mi portarono da un terapista che consigliava di approfondire i miei sentimenti di madre. Perché non senti la sua mancanza? Perché non ti senti vuota e perduta? Perché non sei una donna/madre ma vuoi solo essere donna e basta? Pensava fosse quello il mio problema, mentre io combattevo per non veder sottratto altro destino, un pizzico di presente, una manciata di futuro, almeno un po’.

Se nasci donna devi fare cose da donna e io non mi sentivo quella donna ma non volevo essere un uomo. Non sapevo niente. Ancora una volta non ero nessuno. Ulisse tornò a casa, io me ne allontanai il più possibile. Perché la sua Penelope tesseva tele per resistere attendendo il suo ritorno. Io sapevo che avrei trovato invece solo ragnatele, quelle che ti incastrano e ti fanno sentire ancora in conflitto con te stessa, pensando a quel che avrei voluto essere e che non sarei comunque stata mai.

Poveri figli quelli che nascono da madri snaturate come me. Povere famiglie ad avere una figlia che fugge lontano e che non segue il destino della cura. Povera me, brutta persona che non ha voluto seguire la strada segnata, quella rassicurante che mi avrebbe permesso di non andare avanti inciampando, cadendo, rialzandomi sempre con la pelle lacerata e il sangue a scorrermi in volto.

Cattiva donna, cattiva madre. Io. Cattiva. Contro altre persone che non avevano colpa per quel che pensavano e dicevano. Quel destino era toccato anche a loro e non l’avevano scelto. Ma cosa ho scelto io? L’amore, forse. Per chi? Per cosa? E resto a udire le voci di altre madri che mi ricordano la solitudine delle mie azioni, la belligeranza nelle mie intenzioni e la cattiveria della mia ambizione a creare altro che non sia un figlio.

Cattiva e senza alcun merito. Ho abbandonato la famiglia bisognosa di aiuto. Ho abbandonato il sangue del mio sangue. Dovrei stare male, dovrei temere ritorsioni e delazioni. Dovrei temere che il mondo mi crolli addosso. Allora perché mi sento ancora curiosa di scoprire il mondo? Perché mi sento in conflitto, malamente posta nei confronti del mio corpo malridotto, arrabbiata ed egoista. Perché mi sembra, quasi, di tanto in tanto, di poter respirare e di stare addirittura bene?

 

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Un pensiero riguardo “Donna. Disobbediente. Cattiva. Egoista”

  1. Pentirsi di essere madri. Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù.
    Orna Donath

    “Se poteste tornare indietro nel tempo, decidereste ancora di diventare madri?”. Questa domanda, posta dalla giovane sociologa israeliana Orna Donath a un certo numero di donne ebree israeliane, ha ricevuto in ventitré casi come risposta un “no” deciso. E si è rotto un tabù, quello della donna “naturalmente” protesa ad essere madre. Con gli strumenti della sociologia, Donath ha allora intervistato in profondità queste donne (e molte altre in seguito) e ha riportato le loro risposte, analizzandole in dettaglio e mettendole in contesto, in questo libro.

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