Antisessismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

#BodyLiberationFront: la pratica femminista mi ha cambiato la vita

Il contributo di X per la campagna #BodyLiberationFront
 
lei scrive:
 
La storia del mio corpo è anche la storia di come la pratica femminista mi ha cambiato la vita.
 
Sono cresciuta con un corpo magro e secco che raggiunse la pubertà più tardi degli altri. La minuscola taglia del mio seno iniziò a tormentarmi quando tutte attorno a me mi apparivano donne formate e formose, e io mi guardavo allo specchio e vedevo un corpo da bimba e niente di più. Le compagne delle medie mi dicevano che sembravo un palloncino; un corpo esile con una grande testa. Le compagne delle superiori, più tardi, mi dicevano che ero una tavola da surf; che il mio seno era ridicolo; che a salvarmi, dato il mio viso “non bello, forse interessante” erano le gambe esili. Io mi rifugiavo nei libri e nello studio e pensavo che non sarei mai stata bella, e che tanto valeva pensare solo a coltivare mondi e nozioni nella mia testa e nei libri: il corpo non è importante, pensavo. Non capivo, allora, che sono anche il mio corpo, che non c’è antitesi tra l’essere bella ed essere intelligente. Mi rifugiavo in una cosa perché non potevo, pensavo, essere l’altra.

 
Il corpo mi esplose in faccia quando, all’università, passai un anno all’estero. Il cambiamento di dieta e di aria mi fece prendere diversi chili, e al ritorno iniziai a non riconoscere più il mio corpo. 8 kg non sono tanti, ma ai miei occhi diventarono presto il segno del fallimento. Avevo solo quello, mi dicevo, che deponeva a mio favore: essere magra, l’unica cosa che mi avrebbe mai reso attraente. Come potevo esistere, con il mio testone pieno di informazioni, senza quella magrezza?
 
Iniziai a lasciarmi ossessionare da due puntini di cellulite, a correre non per piacere ma per perdere peso. Il mio ragazzo non si accorgeva di niente. Lui mi diceva che i miei capelli erano troppo lunghi, che dovevo depilarmi perché le mie gambe con i peli facevano impressione. Che i miei vestiti erano sbagliati e che i miei amici erano sbagliati, che la mia scelta di intraprendere un dottorato era ridicola. Io leggevo Abbatto i Muri, mi aprivo ad un femminismo più ampio di quello che conoscevo, e iniziavo a rivalutare tutti i comportamenti che, ora lo so, erano di slut shaming, fat shaming e molto altro. Quando mi confrontavo con il mio ragazzo, lui mi diceva che ero diventata fastidiosamente “liberale” nei confronti degli altri. “Sc*pare con il primo che capita è immorale”; “Non tutti i corpi sono belli, è inutile raccontarsi favole”. Io mi arrabbiavo, e mi chiedevo cosa potessi fare per mostrare alla persona che consideravo la più importante al mondo che stavo riscoprendo un mondo, che stavo comprendendo nuove cose, e che lui sembrava perdersi qualcosa.
 
Nel frattempo, ogni tanto, immaginavo di non avere un corpo. Pensavo a quanto sarebbe stato bello essere solo testa, intangibile, non avere più niente di fisico e ingombrante e problematico da portarmi in giro.
 
Appena mi trasferii all’estero di nuovo, lo stress e i conflitti con il mio ragazzo mi fecero perdere peso. È un miracolo, finalmente, pensavo. Dimagrita involontariamente per lo stress, pensavo “Posso tenermi così. Devo solo stare attenta”. Iniziai a non mangiare quasi più niente. Facevo gare con me stessa a saltare i pasti; il mio stomaco si restringeva e io bevevo alcool per non sentire i miei pensieri disperati. I colleghi al lavoro mi dicevano che ero “metà persona” perché ero troppo magra. I miei attacchi di panico aumentavano a dismisura, in lunghezza e frequenza, e il mio corpo iniziava ad essere debole. In qualche modo, questa debolezza non mi disturbava; pensavo fosse appropriata. Mi sentivo fragile e volevo un corpo fragile, che scomparisse.
 
Ad un certo punto, mi accorsi che peggioravo troppo rapidamente. Una mia carissima amica combatteva con la bulimia e io mi sentivo stupida per essere così vicina ad annullarmi. Cercai aiuto e iniziai ad andare in terapia: nel frattempo il mio ragazzo iniziò a dirmi che andare in terapia era stupido e infantile e che dovevo semplicemente mangiare.
 
La terapia iniziò a diradare la nebbia che mi sentivo in testa. Non voglio sparire, mi dissi. Devo fare qualcosa che non sia bere. Intanto continuavo con le mie letture femministe, ascoltando storie di persone e accorgendomi che tra il sostegno, teorico, che cercavo di dare loro e la mia vita, pratica e reale, c’era un abisso. Leggevo di persone che volevano riprendersi il loro corpo, che vivevano la loro corporeità senza farsi condizionare, che si ribellavano ai dettami del grasso, dei peli. Pensavo che tutte queste persone fossero coraggiose ed eroiche; ma tra loro e me vedevo un abisso di differenza.
 
In una serie di prese di posizione che mi appaiono ora sfocate, lasciai il mio ragazzo. La ricerca della mia libertà iniziò con piccole cose: comprare i vestiti che mi piacevano e non preoccuparmi più del fatto che il mio ex pensava che vestirsi solo di nero fosse stupido. Ascoltare le amiche che mi dicevano che ero sempre stata bella, in viso e non. Andare a letto con una persona che conoscevo poco. Uscire con i miei amici e non sentirmi giudicata. E mentre mi liberavo, mi accorgevo che il mio femminismo, che avevo sempre applicato agli altri, riprendeva corpo nell’aiutarmi a distaccarmi da quella normatività che non mi apparteneva. Iniziai a pensare di poter essere forte e felice. il mio corpo ero io, il mio corpo sono io. Non volevo più sparire, volevo diventare forte. Iniziai a correre di nuovo, questa volta perché mi faceva sentire bene. Le mie gambe diventarono forti e io tornai ad amarle; non perché piccole, ma perché mi portavano lontano. Mi accorsi che l’ossessione per la magrezza mi portava ad annullarmi: non solo come corpo, anche come persona, come donna. Non volevo più scomparire; volevo diventare forte e riprendermi lo spazio che mi veniva negato.
 
Non possiedo uno specchio a figura intera, e ho comprato una bilancia solo perché me l’ha detto il mio psicologo. Ogni tanto mi impanico guardando le mie cosce, e non ho del tutto fatto pace con il mio seno piccolino. Ma adesso lo so, che la mia libertà passa da testa e corpo, assieme. Piano piano mi libero. E ieri il mio corpo l’ho portato in spiaggia, con il mio seno minuscolo e con la mia nuova lettura femminista. Perché non voglio scomparire, né fisicamente né mentalmente. Voglio lottare, e per la lotta userò la mia testa femminista e ill mio corpo femminista, finché non sono libera, tutta.
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