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Contro i figli, Pamphlet di Lina Meruane

recensione di Virginia

Meruane descrive con tono brillante ma intessuto di partecipazione le violente pressioni cui ogni donna è sottoposta nel sistema patriarcale e capitalista occidentale per costringerla a procreare. Il pamphlet è punteggiato da preziosi rimandi e citazioni di scrittrici, soprattutto sudamericane (ma non solo). Ogni capitolo si muove attorno ad un tema ed ogni capitolo lascia qualche ricordo felice, perciò vorrei brevemente annotare quello che mi piace di più di ciascun capitolo.

Nel primo capitolo “La macchina sfornafigli”, da diverse angolazioni e con toni anche divertenti – i ragazzini del piano di sopra che ballano il tip tap – emerge la posizione indiscutibilmente “dovuta”, contro ogni logica razionale, che il Figlio ha assunto nell’immaginario collettivo odierno: “l’insistente ticchettio del dettame sociale: ormoni e sermoni sulla riproduzione si sommano, facendo sì che la maternità come obbligo diventi difficile da evitare”. E’ contro i Figli e non contro le bambine e bambini che disserta Meruane, non contro i tanti piccoli che arrivano dai luoghi più martoriati del pianeta, piccoli (o grandi) che potrebbero essere accolti in relazioni familiari: questa è un’altra storia e altri libri e il pamphlet si scaglia invece contro la figura del Figlio-Di-Sangue, contro il “destino materno normalizzato e naturalizzato”.

Il Figlio, piccolo tiranno domestico sempre più esigente, richiede la dedizione totale della madre e anche, quando c’è e collabora -cosa per niente scontata – del padre. La donna childfree è giudicata severamente da chicchessia – “la ruggente platea del patriarcato” onnipresente – ma anche tristemente da quelle madri che dentro loro stesse sono piene di dubbi e forse pentimenti sulla propria scelta di maternità. La figura del Figlio emerge da queste pagine in tutta la sua odiosa potenza pretestuosamente utilizzata per riportare le donne dentro casa.

Nel capitolo “Rivoluzioni decapitate” compaiono molte donne rivoluzionarie che sono servite durante le crisi e messe da parte – “al loro posto” – a rivoluzione vinta: dovevano tornare a fare figli per il bene comune. Sono Judith Sargent Murray, Sor Juana de la Cruz, Mary Wollstonecraft, Johanna d’Aelders, Etta Lubina, Olympia De Gouges e tante altre, verso cui sento una grande gratitudine.

Nel capitolo “Un ricorrente batter d’ali” entra in scena la macabra figura dell’angelo del focolare. La descrizione della lezione che tenne Virginia Woolf alle donne-professioniste è amorevole, divertente e competente. Virginia Woolf dovette combattere contro l’angelo del focolare scagliandogli “il calamaio contro” ogni volta che si presentava lo stereotipo femminile vittoriano; tristemente concluse che “è molto più difficile sconfiggere un fantasma”. Del resto anni dopo Betty Friedan lottava contro “la mistica della femminilità”, la borghese Nora di “Casa di bambola” di Ibsen usciva dalla porta (e dalla Famiglia) verso un futuro incerto, Elfriede Jelinek descriveva da un’angolazione marxista l’atroce sconfitta di Nora-non-più-bambola che torna dai Figli (ovviamente).Un crudele destina attende anche la donna proletaria di Patricia Galvao in “Parque industrial”, “la cagna che ha ucciso suo figlio”.Dopo la lettura di questo capitolo, per me la figura dell’angelo del focolare si sovrapporrà per sempre ai mostri dei film horror 🙂

Nel capitolo “Il canone in-fecondo” si analizza come la realizzazione personale sia ostacolata quando non annichilita dalla presenza dei figli: come la madre non lasci spazio per la persona donna, spesso per puro sfinimento fisico e mentale causato dalla cura dei figli. Molte intellettuali decisero di non avere figli per scampare alla loro condanna: Teresa d’Avila, Emily Bronte, Emily Dickinson, Marguerite Yourcenar, Gertrude Stein, Dorothy Parker, ovviamente Virginia Woolf e molte ancora. Altre abbandonarono i figli. Altre trovarono le soluzioni che potevano per liberarsi dal giogo filiale. Tutte “cattive”, “strane”, “puttane”, “egoiste”, “snaturate”, “depresse”, “incapaci”, “inadatte”, “incomplete”, “invidiose”, “matte”. Ci sono tante brevi ma significative piccole biografie nel capitolo.

Il capitolo “Tipi di madre” custodisce una raccolta diverse realizzazioni materne. Qui si staglia l’inquietante figura della madre-militante borghese, che rivendica le peggiori istanze reazionarie contro le donne come sui speciali diritti e doveri bellissimi di madre, dove donna = natura, “di apparenza libertaria ma di essenza reazionaria”, che condanna e accusa la madre-a-metà-che-lavora, chiaramente inadeguata. Qui c’è una preziosa citazione di Nona Fernandez (forse in Fuenzalida?). Divertente, se non fosse tragica anche la figura della super-madre-instancabile, che mi ricorda il bellissimo sketch di Angela Finocchiaro della “TV delle ragazze” dove la madre-di successo-macchina ce la fa perchè “sniffa”. Si auspica qui che la vecchia “donna sacrificata” ma in chiave moderna o l’angelo del focolare in salsa new-age scenda dalla sua “capsula blindata e osservi, al di là di se stessa, le condizioni del genere a cui appartiene nella società ingiusta in cui vive”.

Il capitolo “Mani invisibili” parla dell’accumulazione iniziale del capitale basato sullo sfruttamento delle donne e delle colonie e descrive lo stato come la guardia garante della conservazione del potere capitalista patriarcale: e qui il mio pensiero va a femministe come Maria Mies e Silvia Federici, che tra l’altro ha da poco riapprofondito il tema di “Calibano e la strega” in un nuovo libro. Con ricchezza di sfaccettature in questo capitolo svetta trionfante e spietato “l’angelo capitalista” (altro bel personaggio per un film horror).

Il capitolo conclusivo “L’impero dei figli” è popolato di donne vittime di figli sempre più dominanti; di donne sempre più sole anche se in coppia con “figli-iper-stimolati, iper-protetti, viziati e capricciosi”, aggressivi, irresponsabili e bizzosi, autoritari e violenti, soprattutto con le madri.

E tuttavia questi figli sono gli “esseri sacri dell’ordine sociale” la cui cura lo Stato scarica allegramente sulle famiglie, per altro, con sempre meno diritti e sempre più doveri. E sempre più infelici.

Per concludere, il tono tipico dell’invettiva (si tratta di un pamphlet) e volte può sembrare troppo perentorio, ma più una questione stilistica che contenutistica; piuttosto, una carenza del libro, almeno nella versione italiana, è la mancanza di una bibliografia, soprattutto in un testo così ricco di citazioni di scrittrici e scrittori del continente sudamericano.
Nel caso vi interessasse buona lettura!

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