La posta di Eretica, Personale/Politico

E sì che avevo re-imparato ad abbracciarti

Lui scrive:

“Vorrei che il treno si fermasse lì, in mezzo alla campagna marchigiana. Che quella stazioncina non arrivasse mai. Nonostante sia il periodo dell’anno che preferisco questo per andare da mamma e papà. Con gli alberi in fiore, le fave e i carciofi da cogliere e il canto dell’usignolo la notte. Ma no, questa primavera vorrei essere altrove, In qualsiasi altrove. Non questa volta che ci sei anche tu, non questa te. Quella te che è di nuovo in crisi, quella te che ha perso di nuovo le misure del mondo, quella te che mi ha obbligato non più di una settimana fa ad andare a raccogliere i cocci che hai lasciato in un’altra città, a scusarmi, a vergognarmi.

Non voglio vederti. Non voglio vederti lì assieme a mamma che ormai è un aquilone da quanto è diventata leggera. Sei ingrassata tu invece, sei lo spirito di gravità. Quanti sono questa volta? 100? 120 chili? Ti fai del male e ci costringi a vederlo nel tuo corpo. Non hai mai tenuto degli amici, no? Siamo noi l’oggetto polemico del tuo disturbo, da sempre. Lo so che non lo fai apposta, lo so che la vita non è stata benevola con te. Con i tuoi problemi di salute, con il tuo piccolo ritardo, che oggi si chiama disturbo dell’apprendimento. Con i tuoi ormoni che non hanno mai funzionato. Ci sediamo a tavola. Di nuovo, l’eterno ritorno dell’identico. Tu che fai la brava bambina e dici che non mangi la pasta a cena e mamma ti cucina cose speciali e poi mangi di notte. Rubi di notte il cibo dalla dispensa dei tuoi, dei coinquilini quando ce li avevi, dei parenti, di tutti. Non sai fermarti.

Entriamo tutti nei nostri ruoli, quelli di tutta la vita. Papà che è sempre pronto ad incazzarsi ma ha imparato a trattenersi, mamma che vuole solo che finisca, io che guardo in basso o racconto cose leggere per far scivolare via il tempo. Leggerezza, fare finta di niente. Pasqua dura poco. E invece appena ci sediamo a tavola la prima cosa che faccio è guardarti. E tu te ne accorgi. Distolgo immediatamente lo sguardo ma è già successo. Sono un corpo sano e giovane che guarda un corpo sbagliato. Sono un manager di successo che guarda la tua testa sbagliata. Sono una persona ricca di amici che guarda la tua solitudine. Quell’occhiata per te è una pietra in faccia, anzi una lapidazione prolungata. Pietre sul tuo corpo.

Non c’è empatia, non c’è comprensione, amore nel mio sguardo. C’è solo la voglia di analizzarti, incasellarti. Soprattutto, separarti. Perché, diciamolo, se non ci fossi tu noi saremmo una famiglia felice.

E sì che avevo re-imparato ad abbracciarti. Mi ci erano voluti anni dopo le sofferenze adolescenziali. Anni in cui non ci eravamo mai toccati. Avevo reimparato ad abbracciarti e a guardarti e a sorridere con te. Grazie anche a tutte le storie di tutti voi qui su abbatto i muri, di quel libro di Goliarda Sapienza, della frequentazione delle amiche femministe della mia ex ragazza. E di un forte lavoro su di sé. Ma, mi dispiace, questa volta non ci riesco. Non dopo che ci hai fatto del male ancora un’altra volta, a tutti, in questo ultimo mese. Mi rimetto la mia antica veste di giudicante.

Io, un carnefice.”

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