Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

Dobbiamo parlare di cosa sta succedendo con i Die Antwoord, ora.

Articolo scritto da Burning Memories

In lingua originale QUI. Traduzione di Laura del Gruppo Abbatto i Muri.

I Die Antwoord hanno milioni di fan da oltre un decennio ma sono anche molto discussi all’interno di #YourFaveIsProblematic [1], blog Tumblr che ha lo scopo di diffondere l’analisi di questioni di genere, LGBTQI+, razzismo e altri temi sociali, a proposito di prodotti audiovisivi e commerciali, e di parlare di alcuni comportamenti negativi messi in atto dalle più ammirate star internazionali. Anche io, e senza rimorso, mi riconosco fra i milioni di fan dei due artisti, ma chiarisco anche che Die Antwoord (e precedenti progetti correlati) sono uno dei gruppi musicali più socialmente, politicamente, e culturalmente problematici del 21 ° secolo.

I due, identificati come ambasciatori Sud Africani in occidente, sono stati più volte accusati di appropriazione culturale per aver ricreato, in molti loro video, la pelle nera (uno su tutti “I Fink You Freeky); e per aver utilizzato, sempre nelle loro scenografie, oggetti tipicamente legati alla cultura di alcuni gruppi etnici sudafricani allo scopo di intrattenere ma, soprattutto, di vendere. Alcuni cittadini sudafricani hanno pubblicamente espresso il loro sostegno al gruppo e ai suoi membri principali: Watkin Tudor “Ninja” Jones e  Anri “Yolandi Visser” du Toit. Ma c’è qualcosa che disturba e inquieta se i due sono sudafricani bianchi, educati in scuole private, e che mercificano la cultura post-Apartheid Xhosa e la cultura africana con lo scopo di commercializzarla in altre nazioni. Si, Yolandi stessa è afrikaner. Ma è anche vero che è in un gruppo con un uomo che non condivide tale eredità e ha affermato che il razzismo in Sud Africa è “una cosa del passato”.

La figlia di Ninja e Yolandi, Sixteen, con la faccia dipinta di nero nel video musicale “I Fink You Freeky”

 

Al di là di un’apparente mancanza di conoscenza e razionalizzazione di quanto queste dichiarazioni contribuiscano al moderno razzismo sudafricano (o finanche al fatto di credere alla sua esistenza), altri sono stati i comportamenti discutibili emersi per tutto il decennio in cui Ninja e Yolandi hanno collaborato. La coppia è stata accusata di aver adescato minori con lo scopo di fargli rubare oggetti d’arte che venivano poi utilizzati per creare l’estetica all’interno dei video. Inoltre, a persuaderli nel firmare contratti per cui “bastava” fornirgli alcool e marijuana. Anche se nessuna di queste pratiche si collega direttamente ad accuse di violenza sessuale, possiamo comunque ritenerle esempi importanti della mancanza di responsabilità sociale con la quale i Die Antwoord hanno usato la loro celebrità e i privilegi derivanti da essa.

L’atteggiamento di Ninja nei confronti delle donne e della sessualità, negli anni, è mutato dal bizzarro alla pura misoginia. I suoi pensieri non convenzionali in merito al “trattenimento dello sperma”, e l’energia maschile che può essere prodotta dal trattenere l’eiaculazione, sono state ben documentati da quando The Ziggurat dei The Contructus Corporation è stato rilasciato [2]. Inoltre, i seguaci del gruppo hanno notato la tendenza di Ninja a interrompere Yolandi durante le interviste, e il fatto che le interviste nelle quali si ritrae Yolandi ricever uguale tempo o attenzione sono veramente poche.

Una citazione di un giornalista musicale di Eswatini, che ha vissuto in Sud Africa per diversi anni, sul comportamento predatorio di Ninja:

Watkin Tudor Jones non è solo un vero coglione, ma anche un predatore sessuale ostile che pensa di poter farla franca perché è “famoso” e “ha carattere”.

La venticinquenne artista e musicista australiana Zheani Sparkes

 

Il 7 marzo 2019, la musicista australiana, modella e artista Zheani Sparkes, ha pubblicato il suo nuovo ep, The Line. Nella traccia finale, “The Question”, vi è un dissing molto forte nei confronti di Ninja. La musicista afferma che quest’ultimo ha espresso interesse per lei a causa della sua somiglianza con la figlia Sixteen, e che Yolandi era informata e complice dell’adescamento (e in quello di altri fan), che la costrinse a compiere riti sessuali da incubo, e che era una delle donne ritratte nelle foto esplicite che Ninja avrebbe mostrato sul set di Chappie [3].

Ninja, tra le altre cose, è stato accusato di “soliciting sex ” nei confronti di questa iovane donna perché somigliava a sua figlia.

 

In due post su Instagram intitolati “CLOUT CHASER” parti 1e 2, Yolandi ha risposto alle accuse. Accusa Zheani di “clout chasing”, ovvero di inventare una storia per cavalcare il nome dei Die Antwoord per promuovere il suo nuovo album.

 

La risposta dei social media post #MeToo è stata prevedibile. La polemica ha separato i fan del gruppo fra quelli che credono alla storia di Zheani e quelli che credono in Yolandi. E la domanda che si pongono questi ultimi è “se sono veramente cosi, allora perché Zheani ha aspettato sei anni prima di portare queste accuse alla luce?”. E poi, ci sono quelli che pensano al perché non abbia riferito tutto alla polizia, come se andare dalla polizia in un paese straniero per denunciare una celebrità internazionale fosse così semplice.

Dopo aver rilasciato “The Question”, Zheani ha ricevuto quella che nel diritto anglosassone è una lettera di cessazione e desistenza (cease and desist) ovvero un documento che notoriamente viene inviato ad un individuo affinchè cessi un’attività ritenuta illegale e non la riprenda successivamente (in italiano, diffida). È stata molestata inoltre da innumerevoli fan del gruppo, in parte perché alcuni non credono alle sue parole, in parte perché per altri sarebbe impossibile scoprire questo velo e dunque la verità sul loro gruppo preferito. Zheani ha ricevuto anche minacce di violenza. La community dietro i Die Antwoord e in generale i fan possono, devono, essere migliori di così. Puoi ascoltare e sostenere i tuoi artisti preferiti senza diventare parte di una fan base acritica, molestando qualcuno che non hai neppure mai incontrato.   

Coloro che credono in Zheani, tuttavia, e nella maggior parte dei casi, non hanno purtroppo contribuito in modo significativo alla discussione, riutilizzando le stesse frasi banali che di solito si usano, inutilmente, per sostenere vittime di abusi sessuali. Proprio quando a Zheani è stato chiesto il motivo per il quale non si fosse rivolta alle autorità, viceversa a Yolandi è stato domandato: se non siete davvero colpevoli, perché dovreste discuterne su Instagram invece di parlare con un avvocato (e denunciare) o semplicemente stare zitti? (Da allora il duo ha assunto un avvocato e – secondo l’autrice – questo è un modo di rifiutare di assumersi la colpa da parte loro).

Chi esce da una storia molto traumatica merita più degli hashtag per essere creduto. Merita qualcuno che sia disposto a provare a cambiare completamente il modo in cui la società identifica e gestisce i traumi sessuali. Reiterare la narrativa del “è successo o no?” spesso utilizzata nei casi di aggressione sessuale, non fa altro che perpetuare le pericolose dinamiche che circondano i casi di violenza e invalidare il trauma che ne consegue, di fatto non concependo che due persone possano vivere conseguenze psicologiche completamente diverse (dopo un abuso), e trascurando totalmente che lo stesso trauma può avere luogo in qualsiasi momento di una relazione.

Una domanda ancora più profonda: perché Yolandi non si precipita a sostenere un’altra donna?

Quando i partner di persone che commettono abusi sono implicati in tale abuso, dobbiamo chiederci se essi stessi siano stati abusati o meno.

Mi sono chiesta segretamente – e per un certo lasso di tempo – quando finalmente Ninja parlerà degli abusi, e non su richiesta di un fan o di un collega musicista, ma della stessa Yolandi. Credo sia improbabile e che non succederà. Yolandi, nonostante abbia contribuito molto al processo creativo di tutti i progetti ai quali ha collaborato con Ninja, è stata spesso relegata a sostenere ruoli di caratterista (decorativi) [4]. Questo aspetto si è visto chiaramente durante la loro presenza nei MaxNormal.TV, nei quali Yolandi – prima di assumere questo pseudonimo – era impegnata come assistente. MaxNormalTV è stato anche il progetto in cui il duo ha lavorato poco dopo la nascita della loro figlia, Sixteen: un momento in cui Yolandi si è autoproclamata “molto isolata”.

Dobbiamo considerare in prospettiva la posizione di Yolandi. Sì, è la compagna musicale di Ninja, la madre di Sixteen e una stretta confidente e amica. Ma è anche una persona che dipende da lui finanziariamente in quanto suo compagno di lavoro, che ha costruito una vita con lui (e dal quale non è facile slegarsi), il quale ha la possibilità di vendicarsi su di lei in molti modi (fisico, finanziario, emotivo, familiare) nel caso in cui dovesse scegliere di smettere di supportarlo. Questa situazione è comune a molte persone in relazioni disfunzionali, offre poche risposte sul ruolo di Yolandi come “attivatore” di Ninja ma dice di più in merito al suo coinvolgimento con lui. Siamo stati già testimoni di queste situazioni tra compagni di band, partner e familiari di persone violente. A volte anche le persone che ci sono più vicine hanno paura di noi, così come vedono il meglio in noi: standoci vicini hanno modo di vedere l’intero spettro di ciò di cui siamo capaci, sia nel bene che nel male.

Parte del recupero dagli abusi ricevuti sta nel disimparare i comportamenti abusivi che abbiamo adottato per sopravvivere, assumendoci anche la responsabilità di non perpetuare gli stessi abusi cui siamo stati sottoposti. La natura ciclica dell’abuso implica che, in un contesto di giustizia riparativa ideale, molte persone che si trovano a dover affrontare il comportamento abusante che utilizzano potrebbero avere l’opportunità di lavorare sul proprio trauma personale, quello che ha originato tutto. Immagino, senza ombra di dubbio, che ciò si applicherebbe anche al caso di Yolandi. Come Zheani stessa canta in “The Question”, anche Yolandi attraverso il lavaggio del cervello può essere stata sottoposta nuovamente al proprio trauma.

I don’t give a fuck you spent a decade with the man
Getting brainwashed by this man
You’re still playing out his plan
And grooming up his fucking fans
 — “The Question”, Zheani

Non me ne frega un cazzo se hai passato un decennio con quest’uomo
Facendoti fare il lavaggio del cervello da quest’uomo
Stai ancora facendo il suo gioco
E adescando i suoi fottuti fan – “The Question”, Zheani

Yolandi, rispondendo alle accuse di Zheani, ha avvertito le donne di rendersi conto di quale potere hanno in situazioni come queste, ma è difficile trovare qualcosa di sensato o logico in merito a questa affermazione. In alcuni momenti l’abuso potrebbe non sembrare nemmeno un abuso, e invece (la persona abusata finisce per ) interpretare il ruolo del buon partner, fedele, o infatuato. Può assomigliare ad una espressione di lealtà verso un’ideologia, una religione, una divinità. Sembra a volte (tale atteggiamento) possa portare a perpetrare lo stesso comportamento di violenza da chi lo ha ricevuto, da chi vi è stato sottoposto.

Quando il trauma accade a noi, potremmo non rendercene conto, perché chi ci circonda lo ha normalizzato. Potremmo non realizzarlo maiAmmettere a sè stessi che l’abuso ha avuto luogo è sia il primo passo verso il recupero dall’abuso sia, alcune volte, il passo più lungo e difficile da compiere. L’abuso non deve essere immediatamente compreso perché lo si ritenga tale. Sono stata invitata ad unirmi a un sex cult (possiamo definirlo in italiano menage) quando avevo 19 anni. Non saprei come altro definirlo senza categorizzare in modo negativo le donne che ancora sono all’interno di questo rapporto. Un uomo di circa quindici anni più grande di me ha iniziato una relazione con una mia amica e, contemporaneamente, viveva con altre tre donne come fossero sue mogli. Le chiamava “le ragazze”. Le quattro donne vivevano al secondo piano di una casa di tre piani, mentre l’uomo viveva all’ultimo, da solo.

Le cinque persone erano coinvolte in uno di quei “culti” che possono essere assimilati all’Adidam, di ispirazione indu e di cui i fondatori si sono appropriati culturalmente per dare vita ad un piccolo movimento religioso nel 1972, in California. È portato avanti da un uomo che, prima della sua morte, fu accusato di abuso fisico, psicologico e sessuale da parte dei suoi stessi seguaci. Durante la breve amicizia con quest’uomo, sono anche io stata abusata. Mi ha subito richiesto di essere chiamato “Da” e c’era un chiaro squilibrio di potere tra di noi. Nel tentativo di porre fine al rapporto, fui rimproverata, derisa e minacciata economicamente da molti membri.

Suona familiare? L’abuso si propaga come un virus, infettando chi vi è sottoposto e, spesso, viene poi diffuso dalle stesse vittime.

Quando l’animosità ha influenzato anche il rapporto con la mia migliore amica, una potenziale “moglie” di “Da”, ho deciso di tagliare definitivamente i contatti e, più tardi, ho lasciato il Paese. Circa un anno dopo, l’ex più recente di “Da” e mia migliore amica mi contatta scusandosi e spiegandomi che l’allontanamento era dovuto a “Da”, che le aveva proibito di contattarmi, di fatto dominandola. E che avevo ragione. Ma se c’erano davvero abusi, perché non ne aveva mai parlato prima? Forse perché viveva con lui, lo temeva e lo amava. Vedete quanto può suonare ridicolo ora? Al tempo, tre donne di 18 o 19 anni venivano manipolate e ferite in qualche modo da quest’uomo. Non saremmo probabilmente mai credute ora.

E perché qualcuno dovrebbe crederci? Erano lì? È innocente fino a prova contraria, no?

Purtroppo il trauma emotivo non può essere provato. E questo non dovrebbe essere l’elemento che ci fa identificare uno stupro. Si evince dal fatto che la vittima si allontana dal sesso o dall’amore se è stato traumatizzato: si sente ferito, confuso, costretto, si vergogna ed è sconvolto. Non si sentirà più emotivamente come prima.

La stragrande maggioranza degli abusi sessuali è perpetrata da coloro che ci sono vicini, conoscenti, e non possono essere dimostrati poiché ancora prevale la narrativa del “la sua parola [di lei] contro la sua [di lui]”. Quando si analizzano i casi di violenza sessuale lo si fa attraverso la lente della giustizia, piuttosto che psicologicamente o sociologicamente. Se non è manifesto (leggi: facilmente perseguibile in tribunale, con adeguate prove) non lo riconosciamo in quanto tale. Seguiamo il concetto dell’”innocente fino a prova contraria” per crimini la cui colpevolezza è impossibile da provare. Queste politiche trascurano completamente il fatto che lo stupro è un crimine nel quale il perpetratore può legittimamente credere di non aver fatto nulla di male, mentre la persona stuprata ne esce completamente traumatizzata.

Tutto ciò è spesso amplificato dal fatto che il consenso non è chiaramente definito, non è “bianco o nero”. Nei casi in cui lo stupro è palese – ovvero viene utilizzata un’arma, viene usata la forza, la vittima era incosciente o minorenne, etc. – la questione è più chiara. La gente crede sempre meno che sia il vestito di una donna ad innescare una violenza sessuale, o che sia colpa della stessa se viene violentata mentre cammina, da sola, in un vicolo cieco; molte persone stanno iniziando a riconoscere che, sorprendentemente gli uomini sono anche in grado di non commettere una violenza sessuale. Le persone riconoscono, infatti, che questi ultimi possono essere vittime anch’essi di violenza. Tuttavia, nei casi di stupro “meno visibile”, dove l’abuso è quindi meno evidente, il senso di colpa e l’auto ammissione che pesa sulla vittima in seguito può lasciare, per anni, il dubbio che questo stupro sia effettivamente avvenuto.

La differenza fra uno stupro “meno visibile” e il contrario, è spesso definita dal fatto che la vittima si sia difesa o meno, che sia stata discriminata o ignorata. Ciò è quanto impedisce a così tante persone di dire “no”, di difendersi o di provare a farlo. C’è questa paura dominante: cosa succede se provo a fermarlo e non si ferma, e anzi diventa peggio? Così, molti stupri finiscono con una vittima traumatizzata e una persona soddisfatta di ciò che ha commesso e molto spesso inconscia della sua gravità.

Il consenso non è “bianco o nero”. La maggior parte di noi non sa il significato della parola consenso. Il consenso, apparentemente intenzionale, può essere dato sotto pressione, per paura, per costrizione, perché qualcuno è ricco, potente o famoso, o perché abbiamo paura di ferire un’altra persona (e di cosa potrà fare “in sua difesa”), o semplicemente perché non sappiamo come dire “no” anche se è quello che realmente vogliamo. E, si, qualcuno può farti del male e non capire che ti sta facendo del male. La cosa più importante è aiutare le vittime a riprendersi dal trauma che hanno vissuto e impedire alle stesse di abusare di altre persone in futuro.

È un’esperienza universale delle donne il fatto di essere terrorizzate quando qualcosa di questo tipo succede, e di mentire a noi stesse e agli altri del trauma che stiamo affrontando, con lo scopo di proteggerci sia da quest’ultimo che da potenziali ingerenze da parte di altre persone. Questo è il motivo per cui fingiamo orgasmi, andiamo con uomini nei confronti dei quali non siamo interessate, e ne rifiutiamo altri con attenzione. La maggior parte delle donne ha il terrore di rifiutare gli uomini, e gli uomini forniscono molte ottime ragioni per rendere le donne terrorizzate.

La prima volta che sono stata stuprata avevo sedici anni. Ricordo di averlo sentito ripetere “voglio solo farti venire” molte volte, mentre mi inventavo qualsiasi bugia plausibile per non farglielo fare (incluso “non mi vuoi, ho l’herpes”). Mi ricordo solo che si è infilato il preservativo e ha iniziato a farlo lo stesso, così alla fine ho letteralmente detto “fanculo, perché no?” ad alta voce. E come Barbara Driver ha consigliato, ho cercato di rilassarmi e godermi il momento.

Yolandi a Ninja durante il loro parodistico MaxNormal.TV per la giornata del “corporate hip hop”. 

 

Per anni, a volte, il sesso è finito in crisi di pianto o in completa dissociazione. La parte più traumatica è stata quella in cui, come descritto nel 1994 da Mary Gaitskill in una situazione simile, ho avuto la sensazione di essermi stuprata poiché non avevo reagito abbastanza. Non ho bisogno di qualcuno che dica “Ti credo”, né sono turbata da coloro che potrebbero pensare io stia mentendo. So che fa male, e non mi importa se mi credi o no. Voglio fare solo una cosa: voglio trovare l’uomo che mi ha fatto questo, e spiegargli il dolore che mi ha causato, e come è successo.

Le ricerche in merito agli abusi dimostrano come la mediazione fra vittima e carnefice possa aumentare l’empatia dello stupratore e ridurre i sintomi post traumatici (PTSD) nelle vittime. Essendo un difensore della giustizia riparativa, questa è la giustizia che vorrei. Non vorrei incarcerare la persona che mi ha fatto del male e perpetuare il sistema che mantiene gli uomini potenti come tali e quelli poveri in prigione. Dovrebbe invece essere tutto incentrato nell’impedire a questa persona di ferire nuovamente qualcun altro. Vorrebbe dire cambiare la narrazione sul tema del trauma sessuale.

Ma la persona che mi ha violentata era uno skateboarder disoccupato che viveva con i suoi genitori: non esattamente un uomo “potente”. Come impediamo alle persone che hanno potere di farci del male? Possiamo farlo? Sia io che Zheani abbiamo passato anni senza parlare pubblicamente del nostro trauma. La mia storia non è la sua ma immagino che probabilmente rimase anche lei in silenzio per tutte le ragioni che ho appena delineato, anche se una forse appare maggiore: i Die Antwoord sono una celebrità nazionale. 

Finchè esisteranno disparità e squilibri di potere, ci sarà sempre il rischio di subire un trauma. Sempre. La riduzione del danno deriva dalla capacità di ognuno di noi di comprendere il potere che abbiamo l’uno sull’altro e di fare tutto il possibile per usarlo nell’ottica di aiutare gli altri. Dovrebbero farlo soprattutto gli uomini. Le persone più grandi. E,  in modo particolare, i ricchi, i famosi, le celebrità.

Questo mi riporta a Ninja. I privilegi di Ninja sono molti e ovvi. È un uomo bianco nel Sud Africa post-apartheid e ben istruito. Ha un patrimonio netto di milioni di dollari. È internazionalmente riconosciuto e celebrato, e ha la possibilità di ingaggiare avvocati e PR di prim’ordine. Zheani è una musicista e artista essenzialmente nota online. Guardando al potere da tutte le prospettive – industria, istituzionale, economica, politica – Ninja ha chiaramente il sopravvento e una maggiore capacità di sfuggire alle responsabilità derivanti da (sue, possibili) azioni illecite.

Ovviamente: i potenti capiscono, chiaramente, che sono potenti – quindi usano quel potere per offuscare la responsabilità che dovrebbe derivare dai loro comportamenti illeciti. Noi glorifichiamo questo comportamento, nominiamo ed eleggiamo queste persone all’interno delle amministrazioni, e celebriamo le persone che sono arrivate al potere utilizzando quest’ultimo come vantaggio nel loro unico interesse. Perché lo facciamo? Dovremmo smetterla!

Ecco una possibile risposta: cosa succede se molti di noi sono completamente insoddisfatti della loro vita, perché sentiamo di avere poco margine di scelta in ciò che facciamo o di poter dire apertamente come la pensiamo? Ci accontentiamo di un lavoro, di un partner e di una casa, perché le nostre opzioni sono limitate a ciò. Appoggiamo un’elite di persone che ha maggiore scelta e meno responsabilità, perché un giorno o l’altro vorremmo poterne fare parte. Ignoriamo il fatto che l’esistenza stessa di questa elìte sia il motivo per cui abbiamo così poche scelte nella nostra vita. Il potere ferisce le persone. La maggior parte di noi non è sociopatico, eppure siamo tutti vulnerabili e possiamo ricadere nell’abusare del nostro potere nei confronti di altre persone per interesse personale, senza nessun riguardo per coloro che incontriamo sulla nostra strada. E le nostre società celebrano le persone quando abusano di quel potere.

Considerate l’auto. Le auto uccidono le persone. Lo fanno costantemente! Comunque riconosciamo e apprezziamo la loro utilità nella nostra società, quanto sia efficiente fare alcune cose con la macchina, e quanto alcune volte possa essere piacevole usarla. Quindi, le rendiamo più sicure. Abbiamo creato cinture di sicurezza e airbag. Abbiamo inventato gli etilometri per sorprendere coloro che guidano dopo aver bevuto e punirli. Imponiamo il corso e la patente per i potenziali guidatori, e sanzioni da applicare quando le persone utilizzano la macchina pericolosamente. Facciamo tutto il possibile per garantire che chi guidi, lo faccia in modo sicuro.

Veniamo a patti con il fatto che, alla guida delle nostre auto, possiamo ferire gravemente le persone senza volerlo – e così ci viene chiesto di fermarci quando accadono gli incidenti stradali e di assicurarci che tutte le persone e le cose coinvolte stiano bene e non siano danneggiate. Tuttavia, quando siamo feriti psicologicamente da persone che occupano posizioni di potere, queste pensano prima a proteggere quel potere più di ogni altra cosa. La loro reputazione diventa più preziosa della vita di altri esseri umani.

Il potere ferisce le persone. I privilegi feriscono le persone. Perché non ci veniamo a patti? Cosa succederebbe se, dopo gli incidenti automobilistici, ci venisse insegnato semplicemente di continuare a guidare non badando ai danni che abbiamo commesso? E se celebrassimo l’incidente esattamente nello stesso modo in cui celebriamo gli uomini potenti che abusano e fottono la nostra società? (basta guardare NASCAR [5]).

Perché, invece, non creiamo una struttura sociale che riduca la possibilità che le persone al potere e i loro privilegi ci feriscano?

Quando non siamo tutti uguali all’interno della società, c’è già qualcosa di sbagliato. Abbiamo bisogno di istituzionalizzare misure di protezione per garantire che questo non finisca in trauma, come già avviene per molti.

Questo percorso deve cominciare nell’infanzia e nell’adolescenza, con una completa educazione sessuale. Dobbiamo spiegare ai giovani – uomini in particolare – che le persone possono sentirsi spinte ad andare a letto con qualcuno perché hanno uno status sociale più alto del loro, per a renderli felici, o perché sono spaventati di poter essere feriti, e ciò porta a significativi traumi psicologici. Dobbiamo ricordare più e più volte che c’è una sola ragione per andare a letto con qualcuno: perché si vuole attivamente, genuinamente e appassionatamente.

Nei casi in cui qualcuno abusi del proprio potere per soddisfare una serie personale di fantasie sessuali, non dobbiamo glorificare questo comportamento, supporre che le vittime mentano o liquidarle semplicemente come viene spesso fatto quando una giovane donna incontra una celebrità. Ciò che Zheani ha descritto non è solo qualcosa che accade alle donne che incontrano celebrità, ma accade nei campus universitari con gli atleti, con mogli o mariti finanziariamente dipendenti da familiari, nelle famiglie fra parenti, e apparentemente a tutti quelli che hanno incontrato molti Presidenti degli Stati Uniti. Presto ci sarà uno stigma ancora più grande nei confronti delle persone che usano il loro potere istituzionale per un interesse sessuale personale, rispetto a quello già esistente contro i potenti deresponsabilizzati quando colti a trattare inadeguatamente altre persone. A partire da ora dobbiamo essere pronti a cambiare ciò che significa avere potere.

Zheani Sparkes è un’artista, musicista e attivista, che ha passato otto giorni della sua vita in Sud Africa con uno dei gruppi rave più famosi della storia musicale internazionale, e poi non ne ha parlato per anni. Dobbiamo sostenerla in questo momento in cui difende non solo sè stessa, ma anche altre vittime e altre persone che potrebbero essere vittimizzate in futuro. Il modo migliore per farlo è aprire una discussione sulla prevenzione degli abusi e lo squilibrio dei rapporti di potere.

Questa opportunità, se data, può essere, per ogni vittima, un risvolto positivo del trauma che hanno dovuto affrontare.

[1]https://yourfaveisproblematic.libsyn.com/

[2]Album di abstract ed experimental hip hop rilasciato nel 2003 dal gruppo elettronico Sud Africano The Constructus Corporation. Facevano parte del gruppo anche Yolandi e Ninja.

[3]https://it.wikipedia.org/wiki/Humandroid

[4]Nella commedia, attore non protagonista che interpreta un personaggio eccentrico e singolare

[5]https://it.wikipedia.org/wiki/NASCAR

 

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