Antifascismo, Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Il fascismo contro cui le donne combattono ogni giorno

Lei scrive:

Dovevo capirlo subito che era un violento. Così mi disse la mia amica. Ci siamo conosciuti in Radio. La prima volta che mi vide mi bloccò in un angolo mentre mettevo un brano nel bel mezzo della mia trasmissione pomeridiana. Andavo lì per divertirmi e fare qualcosa che mi piaceva. Coniugare musica e politica era una mia passione e io ancora andavo al liceo. Aveva un modo di fare che voleva essere seduttivo ma suonava scortese e molto invadente. Lo dissi all’assemblea e pretesi che si mettesse all’ordine del giorno il fatto che in Radio non potevano avvenire episodi di molestia sessuale. Il capo della banda gli diede un buffetto e disse che non avrebbe dovuto ma tutto finì tra gomitate e sorrisini. In ogni caso avevo posto la questione e pensavo che le compagne in questo mi avrebbero sostenuto, ma erano solo due e per lo più facevano da spalla al capo. Erano lì perché lui era un bonazzo e poi parlava così bene alle assemblee. E io che pensavo di poter costruire sorellanze. Mi fu solidale un’altra persona, un tizio che ogni tanto passava per spararsi una canna e poi per scroccare un po’ di musica gratis. Nulla di sbagliato, per carità. Era un compagno attivo e un po’ devo dire mi piaceva.

Ma l’altro, il molesto, non digerì interamente quello che avevo fatto e allora cominciò a osservarmi da lontano. Quando parlavo lui stava nell’altra stanza, mi dava un ok unendo indice e pollice e poi sorrideva. Voleva fare il simpatico. Una sera andammo tutti a bere una birra e il giorno dopo ci sarebbe stata una manifestazione e quindi c’era quell’atmosfera di fratellanza universale, uniti si vince, possiamo farcela, e così via. Lui sedette accanto a me, mi versava la birra e poi mi offrì un pezzo di pizza perché ero a digiuno e altrimenti mi sarei ubriacata. Mi sembrò sincero. Pensai che non ci avrebbe più provato e che tutto infine era stato chiarito. In manifestazione me lo ritrovai vicino mentre io facevo foto e registravo suoni, slogan e canti da riportare poi in radio. Si rendeva utile. Mi passava strumenti, mi invitò a salire sul carro e, sapete com’è, alla fine della serata ci trovammo a tornare a casa in fila per due, stanchi ma soddisfatti, parlando del gran culo che avevamo fatto a quei fascisti.

Dopo un po’ dissi che avrei continuato da sola e lui si preoccupò del buio e poi, sai, a quest’ora, in quella zona. E dire che io tornavo a casa tardi la sera e non mi era mai successo niente. Non so perché ma ero convinta che la violenza arrivasse da chi ti sta vicino e non dagli estranei, per strada. Ma lui era insistente, nulla che potessi imputare ad una sopravvenuta voglia di molestia, solo un po’ insistente. Mentre facevo di No con la testa era imbronciato e mi lasciai convincere, maledetto il mio buon cuore e i sensi di colpa inculcati dalla cultura del cazzo che mi avevano trasmesso i miei genitori. Ero in una fase di “sballo” consapevole, per così dire, e tra una canna e una birra pensavo di poter fare a pezzi il mondo. Mi beccai anche una denuncia per resistenza a un pubblico ufficiale, poi mi avevano lasciata stare e ancora aspetto una chiamata per non so cosa. Sapete quando vivi coi compagni la paranoia delle perquisizioni e delle raffiche di accuse per niente. Manifestazione non autorizzata, occupazione, repressione, sbirri stronzi, cose così insomma.

Mi accompagnò fin sotto casa e poi mi salutò gentilmente dicendo “se non ti vedo entrare non me ne vado… non ti lascio sola”. E da lì tutto andò a rotoli perché è facile prendere all’amo una ragazza insicura, determinata sì, ma comunque insicura, che ha bisogno di stare con un branco per poter sentirsi più forte, senza ancora essere riuscita a costruire sorellanze. Solo donne che compiacevano il capo, come dicevo. Allora il giorno dopo quando lo vidi in Radio la cosa mi piacque e piano piano quella strana relazione cominciata in malo modo si trasformò in qualcosa di più. Lui voleva essere riscattato soprattutto agli occhi del gruppo e non voleva passare da molestatore. Aveva anche lui le sue paranoie, era un po’ aggressivo nei modi ma aveva una vita, un passato, dei problemi, come tutti. Ed ecco la mia parte addetta alla cura che venne fuori e per un po’ pensai perfino di potergli essere di aiuto. Un narcisista passivo aggressivo che poggiava su una ragazza come me. Voleva piacermi, a tutti i costi. Dopo un paio di mesi di questo tira e molla avevamo perfino costruito un rapporto di complicità. Mi fidavo di lui ed era ormai assodato che ero io la cretina che lo aveva additato come molestatore dando ragione alle due compagne che dicevano che volevo attirare l’attenzione e che in realtà alla fine io ci sarei stata.

Il linguaggio era un po’ più intellettual politico ma la sostanza era quella. Non sto a dirvi i commenti e l’unico che mi diceva di lasciarle perdere perché erano solo due cretine alla fine era lui, il mio ex molestatore. Vorrei tentare di essere breve ma quello che racconto è una elaborazione di quello che ho vissuto e la vedo così chiaramente adesso che l’ho superata. Fui io in effetti a baciarlo, mi riempiva di attenzioni e io per un po’ sono stata anche vagamente felice. Sapevo che qualcosa non andava ma dopotutto, insomma, si vive una volta sola e quel tipo aveva visto in me la sua vittima perfetta e non c’erano cazzi che potessero indurlo a lasciar perdere. Diceva di essersi innamorato a prima vista, divenne smielato, voleva a tutti i costi farmi godere, indurmi a pensare che lui fosse il meglio del meglio. Diceva che ero bellissima e che per lui ero un sogno. Immaginate che vuol dire sentirsi dire cose così anche se stai tentando di vomitare tutta l’educazione sentimental romantica maschilista che hai ricevuto? Non ero abbastanza forte. Ero ancora una ragazzina, diciamolo, e lui era tenace, di questo devo dargli atto.

Una sera eravamo sballati di fumo, io non andavo oltre quello perché sapevo di stare male dopo. Lui sembrava turbato. Diceva che non voleva perdermi e che sicuramente stavo pensando di lasciarlo. Non avevo fatto niente per indurlo a pensare questo ma tra assemblee e manifestazioni, sapete com’è, conoscevo altre persone, mi allontanavo dalla banda, non andavo neppure più in Radio. Non mi piaceva quel contesto e cominciai a frequentare persone che mi sembravano più affini alle mie idee e al mio modo di fare. Finito il liceo e con l’università la storia peggiorò. Lui si vantava di essere un’operaio diplomato che vedeva l’università come una sorta di nemico frutto del capitalismo. Un’illusione per far pensare ai poveri di poterti realizzare quando poi invece il mondo era in mano ai figli di papà. Non so se avesse totalmente torto o meno ma il suo modo di fare disfattista e nichilista mi annoiavano e la mia vita andava avanti. Per mantenermi all’università cominciai a lavorare part time in un pub e anche quello per lui era un problema.

Non ci vedevamo più spesso come prima. Avevo poco tempo e molte cose da fare e tutta la vita davanti. Già. Tutta la vita davanti. Lo stavo lasciando indietro, questo cominciò ad essere chiaro anche a me e e capii che lui non aveva torto quando diceva che sentiva che mi avrebbe perduto. Una sera affrontai il discorso e dissi che mi sentivo veramente oppressa da lui e lo invitai a ragionare un po’ e a lasciarmi stare. Solo per chiarirci le idee. Ma credo sia vero che quando una persona ti chiede spazio l’intenzione, quantomeno quella inconscia, sia quella di farla finita. Per prima cosa mi mandò un avvertimento: si sarebbe suicidato con “qualunque mezzo necessario”. Ironico usasse frasi da militante anche per dire cose di questo tipo. Quasi che stesse costruendo un suo speciale manifesto politico. Lo vidi sotto casa, disperato, mio fratello guardava dalla finestra sospettoso, perché un po’ sapeva anche se, da cripto fascista qual era, gli avevo detto di farsi i cazzi suoi. Lui imputava tutti i miei guai alle mie idee e pensavo non vedesse l’ora di poter dire “te l’avevo detto”.

Il mio ex venne con un coltello che rivolse a se stesso e poi mi disse che aveva bisogno di toccarmi, di fare l’amore con me, di sentirmi vicina e io come una scema, o, dovrei dire, come tante altre sceme, andai con lui e nel suo piccolo rifugio facemmo l’amore, con quel coltello poggiato sul comodino e i miei timori ingoiati in un sofferto orgasmo. Mentre mi toccava diceva che solo lui avrebbe potuto farmi provare quelle sensazioni e che io lo sapevo. C’era intesa eccetera eccetera. E mentre elencava i motivi per la sopravvivenza del nostro rapporto io mostravo grande insofferenza. Fumai un’ultima sigaretta e dissi che dovevo andare a studiare. Bisognava pensarci su ed era inutile che facesse il broncio o che mi minacciasse. Al solito pensavo di avere il controllo su ogni cosa e che avrei potuto gestirlo. Invece prese il coltello e cominciò a procurarsi tagli, davanti a me, e mentre io usavo il lenzuolo per coprire le ferite e fermare l sangue lui piangeva e urlava e fu a quel punto che dissi che vaffanculo, facesse quel che voleva. Io sarei andata via. Mi rivestii in fretta, imponendomi di non guardare il sangue e lo scempio attorno a me, presi di fretta l’uscita e me ne andai. Lui non mi fermò.

Su facebook scrisse che non c’è di peggio di una puttana che dopo aver urlato per un orgasmo ti lascia senza pietà. Una fredda puttana, ecco come mi descrisse al mondo intero. Non che io frequentassi molto facebook, allora. Da brava compagna tentavo ancora di stare fuori dai deliri cronici di una folla di coglioni che metteva like su qualunque cosa, senza sapere niente. Ad ogni modo avevo il mio piccolo profilo mal gestito e con quello lo bannai da facebook e pensai anche dalla mia vita. Dissi a me stessa che quella era l’ovvia conclusione di una storia partita e finita male. Non mi posi più il problema fino a quando non mi ritrovai di nuovo, per un’assemblea alla vigilia di una manifestazione, in quella maledetta radio amatoriale del cavolo. Lui aspettò che tutto finisse. Non mi guardava nemmeno, pensai che facesse il duro e mi andava bene così. Poi mi chiese una sigaretta e gli mostrai il pacchetto per dirgli “prendi, è là”. Lui prese la sigaretta, la accese davanti a me, mi voltò le spalle e attese che altra gente se ne andasse. Io stavo per fare la stessa cosa ma lui mi fermò, per un’ultima chiacchierata da “amici”. “Almeno questo me lo devi…” disse. E io risposi che dopo quello che aveva detto su di me non gli dovevo niente. Si scusò. Gli interessava che almeno potessimo non far finta di non conoscerci quando ci saremmo incontrati, cosa inevitabile dato che frequentavamo lo stesso ambiente.

Fu un attimo e ci ritrovammo nello studio in cui regnava il più assoluto silenzio. Lasciamoci con un disco, il primo che ci fece incontrare. Prese il vinile, lo pose sul piatto stereo, poi mi bloccò nello stesso angolo in cui aveva provato a bloccarmi la prima volta e per dirla in breve, perché almeno in questo voglio essere breve giacché qualunque sia la modalità non cambia la sostanza delle cose, lui mi stuprò. Poi andò via. Io uscii sconcertata e anche furiosa. Allo stesso tempo ero sollevata: ero sopravvissuta. Chi dice che di stupro si può morire? Io ce l’avevo fatta. Ero viva e pensante e furiosa. Non ritenni di voler dire o fare più nulla perché immaginate a chi avrebbero dato la colpa o cosa si sarebbe detto di me. Dopo un paio di mesi mi salvò l’Erasmus e finì in un’altra nazione, dove vivo adesso e dove tento di costruire solo relazioni sane.

Ho voluto oggi raccontare questa storia perché immagino quello stesso gruppo di persone che fanno parte del mio passato a celebrare la liberazione antifascista. Ecco: io vorrei celebrare la mia liberazione. Mi sono liberata dalle grinfie di uno stronzo fascista. Però non era il 25 aprile: era la vigilia del primo maggio. Il giorno dopo erano tutti in manifestazione. Tutti tranne me.

Buon 25 aprile a tutte le donne liberate

e che sanno che il fascismo è un nemico contro il quale noi lottiamo tutti i giorni.

F.

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