Antifascismo, Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Lidia e Germaine: racconti su due straordinarie donne sopravvissute a Ravensbrück

Questo è un file prezioso in cui grazie all’associazione Gli Spigolatori sono raccolte delle narrazioni su due importanti testimoni di quel che fu per molte donne l’inferno di Ravensbrück. QUI trovate il file in pdf, un libricino curatissimo che potrete diffondere così come a noi è arrivato da condividere con altre voci.

In basso un nostro lavoro di editing in word per alcune (trovate tutti i contenuti nel pdf originale) testimonianze, con allegata la traduzione di una testimonianza che avreste trovato solo in lingua francese. Valeria, del gruppo Abbatto i Muri, l’ha tradotta per noi. Speriamo di aver così contribuito al passaggio di informazioni tanto difficili da trovare su questo argomento. Buon 25 Aprile e Buona festa di liberazione a tutt* voi.

Buona lettura!

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SUL FILO DELLA MEMORIA.
LIDIA BECCARIA ROLFI E GERMAINE TILLION:
L’INCROCIO DI DUE DESTINI

…E adesso la mia memoria
è sangue e inchiostro
su un foglio bianco
V.S.

[L’incrocio di due destini: due figure femminili di alto valore morale, una audace staffetta partigiana e una ferrea militante dei diritti dell’uomo nel mondo. Lidia Beccaria Rolfi e Germaine Tillion, deportate  di  Ravensbrück, testimoni per diritto e dovere di una lucidità pietosa, penetrata nella memoria umana e storica.

La nostra Associazione, proprio in un periodo povero di valori e di ideologie sociali, ha inteso ripercorrere la vita delle due donne che hanno vissuto sulla propria carne una storia che sanguina, senza mai rinunciare al futuro. Militanti tenacemente convinte dell’unità della specie umana (è sul cuore che  conviene puntare, Germaine Tillion)sostenitrici della necessità che la prima forma di resistenza contro qualunque barbarie sia la conoscenza, con indomabile fierezza hanno lasciato in eredità la testimonianza di vite luminose e pagine intense per vigilare sulle coscienze e sull’avvenire del mondo.

Con orgoglio abbiamo raccolto il loro messaggio e con fiducia lo trasmettiamo. Esprimiamo  la  nostra gratitudine  ad  Aldo Rolfi, al Comune di Mondovì e a tutte le associazioni che hanno creduto nell’iniziativa. Associazione Culturale “Gli Spigolatori”]

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Piergiorgia Oderda, Intervista a Lidia Rolfi su Provincia Granda del 9 aprile 1993.

Lidia, tu sei diventata la reduce, la sopravvissuta, la salvata. Come ti vede la gente in questo ruolo? Ti accetta o ti rifiuta?

Sarebbe interessante chiederlo alla gente. Io posso dirti quello che percepisco: a tanti questi discorsi danno fastidio. Perché li costringono ad affrontare argomenti che preferirebbero evitare, li costringono a porsi delle domande sul razzismo, sui diversi, sulle scelte proprie e altrui. Vedo che per tanti è addirittura difficile parlare di quello che sta accadendo in Bosnia, nonostante le notizie terrificanti dei telegiornali.

Che cos’è? Egoismo? Paura?

Egoismo, soprattutto. Non è ancora arrivata la paura. Quella l’hanno provata in molti con l’invasione degli albanesi, che poteva disturbare  il  tran tran  quotidiano,  mentre i  bosniaci  sono lontani, stanno morendo sul loro territorio. E allora si preferisce non pensare a queste cose, non arrivare a una riflessione approfondita.

Per te allora razzismo è egoismo?

Anche. Non solo, ma anche. Quando te la prendi con il diverso, questo è razzismo. Sei razzista quando cominci a considerare diversi quanti ti disturbano con i loro comportamenti, con le loro idee. Parte di lì il razzismo: nella Germania nazista Hitler, mandato al potere con libere elezioni, cominciò dopo due mesi a costruire campi per rinchiudervi i diversi. Che erano quelli che non la pensavano come lui.

E chi sono i diversi oggi?

Sono quelli di allora, tutti coloro che hanno idee differenti dalla massa e un comportamento non accettato dalla gente perbene. E i più razzisti sono i meno abbienti, quelli che hanno paura di chi è più povero di loro.

Credi che questo nuovo razzismo stia mettendo radici?

Purtroppo sì. Perché non dobbiamo pensare soltanto alle punte estreme, ai naziskin, ma a tutta la massa degli indifferenti che li sta a guardare e non li condanna più.

Ecco, l’indifferenza: può essere l’anticamera del razzismo?

Indubbiamente sì. Se non prendi coscienza dei problemi reali che esistono e cerchi un capro espiatorio su cui scaricare la colpa di quanto ti disturba, hai già sceso il primo scalino verso il razzismo. Può darsi che in Italia non siamo antisemiti, come sostengono in molti, però è anche vero che gli ebrei da noi non costituiscono un problema. Ma se andiamo a vedere il comportamento della gente col marocchino che disturba, constatiamo una reazione generalizzata di insofferenza, di rifiuto. Eppure con questa gente dobbiamo cominciare a convivere, perché fra non molti anni, che lo vogliamo o no, la nostra società diventerà multi razziale, con più religioni, con culture diverse, come quella americana. È un fenomeno che non possiamo assolutamente fermare, quindi dobbiamo imparare a  conviverci: o si  verificheranno  esplosioni di  violenza razziale e religiosa del tutto incontrollabili. Dobbiamo porci il problema, per verificare se siamo pronti ad accettarli o se pensiamo di isolarli.

Tu pensi che la maggioranza voglia isolarli?

Tanti dicono: per certa gente ci vorrebbe il campo di concentramento.

L’hai sentito dire qui?

Non qui, qui parlo molto poco.

Perché?

Perché non mi interrogano, e io parlo con chi mi interroga.

Com’è che qui non ti interrogano, visto che ti hanno interrogato anche Antenne Deux e la BBC?

Perché la gente o non vuol sapere, o pensa di sapere già tutto, o pensa che non sia importante saperlo.

Non dev’essere stata facile la tua vita di reduce, di testimone, a Mondovì.

No, è stata molto difficile: soprattutto i primi tempi ho avuto grossi problemi di reinserimento. La gente usciva da anni di guerra, anni duri per tutti, non solo per chi era stato in lager, e aveva voglia soltanto di dimenticare. Dei lager non si sapeva nulla, prima, e comunque è diverso raccontare la guerra, la stessa ritirata di Russia: perché la gente capisce cosa vuol dire camminare nella neve, essere congelato, sono cose comprensibili anche da chi non le ha provate. Ma raccontare la disumanizzazione dei lager non aveva termini di confronto.

Quanto ti è costata la tua scelta di raccontare?

Mi ha fatto soffrire all’inizio, perché mi accorgevo che potevo raccontare quel che volevo, come volevo, e difficilmente ero creduta. Questa è la tragedia, di vedere negli occhi della gente che ti ascolta il dubbio.

Anche perché la gente avrà pensato che te la sei voluta.

Questo è quanto si dice a una donna quando si occupa di cose che non sono tipiche delle donne, soprattutto poi allora, in un paese fascista e quindi maschilista.

Ti è mai capitato di trovare qualcuno che abbia messo in dubbio la tua esperienza, con le battute tipiche che si fanno alle donne?

Oh già, soprattutto nei primi tempi era l’unica battuta che sentivo. La gente non sapeva, allora, e pensava che io mascherassi chissà che cosa. Mi riusciva difficile far capire che le donne in lager erano dei numeri e in quanto tali non avevano più sesso e potevano essere usate per qualsiasi tipo di lavoro. Per l’altra faccia cui tutti alludono, quella del sesso appunto, era difficile far credere che per tale funzione si trovavano parecchie volontarie, fra le prostitute deportate in quanto diverse, e si sa che in questo settore le volontarie sono le prestatrici d’opera migliori.

Come hai fatto a convincere la gente?

Non so se si sia convinta, non lo so. Soprattutto la gente della mia generazione. Forse avrei dovuto piangere e non l’ho mai fatto. Ho avuto una vita normale di moglie, di madre, di lavoro, anche di divertimento. E non ho mai assunto il ruolo di vittima.

Ma se non sei una vittima, che cosa sei?

Una testimone, per diritto e dovere. Parlo nelle scuole, e i giovani mi ascoltano. Ho scritto nel 1978 un libro, che ha avuto ottime critiche, ma solo dalle donne. Fior di giornaliste, da Miriam Mafai a Lietta Tornabuoni, ma sempre donne. Evidentemente le cose delle donne non interessano gli uomini.

È possibile che il tuo ruolo di testimone sia meno accettato perché sei donna?

Certamente sì. Primo Levi diceva di me: la mia amica Lidia Rolfi ha due colpe, essere donna ed essersi occupata di politica. Eppure occuparsi di politica in senso lato, occuparsi della polis, dovrebbe essere un dovere di tutti i cittadini. Se tutti l’avessero fatto, non saremmo arrivati alla drammatica situazione di oggi.

Politica è dunque, anche questo convegno sul razzismo. Ma tu credi che la gente abbia voglia di ascoltare queste cose?

Questa è una domanda da dieci milioni. Non so se la gente abbia voglia di ascoltare, vedremo quanti verranno. Ma è chiaro che bisogna cominciare a riflettere, perché il tarlo del razzismo rode la nostra  società, e per combatterlo bisogna capire che il razzismo è offendere l’uomo o lasciare che venga offeso. Se siamo persone civili, dobbiamo preoccuparci del rifiuto, delle offese arrecate ad altri esseri umani, altrimenti diventiamo indirettamente complici. Come indirettamente complice era il popolo tedesco quando diceva di non sapere dei lager. E non era vero.

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Piergiorgia Oderda, Se questa è una donna“ Cuneo Provincia Granda” – aprile 1996

Giovane maestra diciottenne in Val Varaita, Lidia ripudiò il suo passato  di  Piccola Italiana  e  la sua  educazione  fascista entrando nella Resistenza come staffetta della XV brigata Garibaldi “Saluzzo”. Arrestata nell’aprile 1944, venne deportata il 30 giugno nel campo di sterminio di Ravensbruck, da cui uscì il 26 aprile 1945. Questa storia la conosciamo bene. Lidia l’ha affidata al libro Le donne di Ravensbrück, scritto  a  quattro mani  con  Anna Maria Bruzzone e pubblicato da Einaudi nel 1978: un libro fondamentale, che descrive la deportazione nel lager di Ravensbrück di cinque prigioniere politiche italiane, ma non si limita al racconto memoriale, perché conduce una ricerca e una riflessione approfondita sui lager come fenomeno storico, frutto del perverso legame fra ideologia, potere politico e potere economico, evidenziando su questo sfondo la specifica condizione femminile.

Ma come visse, Lidia, offesa dal lager, il suo ritorno, il reinserimento nel piccolo mondo monregalese che l’aveva data perduta? Male, molto male. Tanto più sospetta appariva una testimonianza femminile.  Lidia  tentava di parlare ma difficilmente veniva creduta. Leggeva, negli occhi della gente che la stava ascoltando, il dubbio, avvertiva l’inconscio pensiero: se l’è andata a cercare, se fosse stata a casa come le altre, certe cose non sarebbero accadute. E poi le illazioni pruriginose e malevole, che hanno avvelenato il ritorno di tante sopravvissute: chissà come e perché si è salvata. Doveva per forza entrarci il sesso, riusciva difficile ai benpensanti credere che una donna deportata fosse soltanto un numero, carne da lavoro e basta.

Quante umiliazioni, quanto dolore. Lidia l’ha raccontato, infine, nel libro L’esile filo della memoria, edito da Einaudi proprio negli ultimi giorni del gennaio ’96 in cui lei moriva. Ma erano stati necessari tanti anni di decantazione perché Lidia riaffrontasse e, chissà, esorcizzasse la durezza di quel ritorno. Aveva scelto il silenzio, la giovane reduce. E la salvezza di una vita qualunque: l’insegnamento, il matrimonio, un figlio. Alla disperata ricerca di quella normalità che  il lager aveva negato e distrutto. Ma come si può dimenticare? La deportazione a vent’anni, l’abisso della disumanizzazione, le piaghe interiori, i fantasmi che t’assillano. No, non potrai mai più essere quella di prima. Lo dice Lidia stessa, nel finale del suo libro: “Per un po’ mi illusi di aver cacciato i fantasmi, di aver cancellato la memoria, ma non fu così”.

Che fare, di queste ossessioni? Molti dei salvati hanno cercato di rimuoverle e in molti hanno infine ceduto alla disperazione. Dev’essere una ben tragica battaglia interiore quella che ti fa sentire colpevole di essere vivo, mentre tanti, troppi altri sono stati sommersi.Dev’essere una fatica disumana quella di reinserirsi tacendo, come se nulla fosse stato. E Lidia infine non tacque più. Venne la prima mostra sulla deportazione, a Torino, nell’inverno del 1958, e fu uno choc salutare per l’Italia che non sapeva; vennero i primi colloqui con i giovani, e l’amicizia con Primo Levi. Lidia comprese il dovere della testimonianza. Lei, che non aveva mai parlato in pubblico, imparò da Levi come affrontare il racconto di una tragedia di cui tutti o quasi erano all’oscuro. Rendendosi conto che anche fra gli uomini di cultura la conoscenza di ciò che era accaduto in Germania era quanto meno frammentaria. Lidia cominciò a studiare e a documentarsi: su testi stranieri, soprattutto, e alla scuola di Levi, del suo libro Se questo è un uomo.

Quando, con la rivoluzione studentesca del ’68, cominciarono le assemblee, erano gli studenti a invitare i deportati, per chiedere, per imparare. Ma Lidia  era  sulla breccia  ormai  da tempo.  Aveva conosciuto Dino Fresia, un commerciante cuneese deportato a Flossenburg, e la sua associazione “Cuneo brucia ancora”, aveva preso parte a conferenze, allestiva mostre, organizzava pellegrinaggi ai campi di sterminio. Si era buttata nel giornalismo, collaborando alla “Sentinella delle Alpi” di Cuneo” e poi al “Dialogo” di Fossano: parlava della condizione femminile e del Vietnam, della ribellione studentesca e dell’obiezione di coscienza, delle dittature in Grecia e in Spagna e dei neri d’America, con quella sua passione civile di socialista non ortodossa, difficilmente inquadrabile dentro schemi di partito.

Quando “La Sentinella” e poi “Il Dialogo” cessarono le pubblicazioni, Lidia impiantò a Mondovì un suo giornale, “Il Quartiere” che uscì dal ’71 al ’75: anni splendidi per chi allora aveva vent’anni e  trovava in Lidia  una  maestra di  vita. Domenico Romita era il direttore, ma Lidia era l’anima del giornale, la redazione era la sua casa, sempre aperta. Da Lidia si andava in tutta semplicità, sempre ben accolti. Si parlava di tutto, si mangiava, si faceva politica, stretti intorno all’ideale di una sinistra unitaria che superasse i vecchi ideologismi. “Il Quartiere” fu la palestra dei giovani di sinistra che combattevano per un mondo migliore. E il punto di riferimento era sempre lei, Lidia, maestra socialista, formatrice di coscienze, concreta, asciutta, mai in cattedra, perché i suoi non erano valori predicati, ma vissuti. Una donna di forte moralità, che procedeva per la sua strada, incurante dei pettegolezzi che fiorivano intorno a quella sua casa sempre aperta, a quei giovani che le si stringevano intorno.

Femminista ante litteram, era probabilmente nata nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Primo Levi diceva di lei: “La mia amica Lidia Rolfi ha due colpe: essere donna ed essersi occupata di politica”. Non la capivano, a Mondovì, la sua esperienza partigiana continuava ad essere messa in dubbio dalle chiacchiere malevole. E fu per lei una grande consolazione il ritrovamento negli archivi, grazie a Michele Calandri, direttore dell’Istituto Storico della Resistenza, dei documenti che attestavano la sua cattura a Sampeyre in quanto partigiana: un certificato di autenticità, un risarcimento  tardivo  per tante  incomprensioni da parte  dei  partigiani stessi. Ma Lidia aveva ormai trovato comprensione e attenzione nelle coscienze più schiette. I giovani che incontrava credevano alla sua testimonianza, imparavano da lei la tragedia della storia. E Lidia finì per dedicarsi anima e corpo a questa istruzione delle giovani generazioni: attraverso il suo libro Le donne di Ravensbruck, attraverso seminari, convegni, viaggi ai campi di sterminio, soprattutto incontri con le scuole. Senza risparmiarsi mai, con generosità totale, perché sentiva bruciare in sé l’imperativo della testimonianza.

La chiamavano da tutte le parti, e lei andava. Era diventata nel frattempo amministratrice comunale  e vicesindaco di Mondovì, ma soprattutto si sentiva una testimone: per diritto e per dovere. Sola sul palco, senza immagini, senza musica, con il semplice uso della parola, una parola oggettiva e terribile nella sua essenzialità, Lidia raccontava ai suoi giovani ascoltatori la storia del razzismo nazista: dai campi di rieducazione in cui si rinchiudevano gli oppositori e i “diversi” (zingari, omosessuali, testimoni di Geova…) all’elaborazione della “soluzione finale” contro gli ebrei nei campi della morte studiati scientificamente da tecnici e ingegneri, per arrivare infine ai campi di lavoro, quando la Germania in guerra ebbe bisogno di manodopera industriale, e allora ebrei e deportati politici condivisero il destino deciso da una circolare ministeriale: “La morte dei detenuti deve venire per mezzo del lavoro”.

Lidia raccontava la disumanizzazione, la morte per sfinimento, per sperimentazioni pseudoscientifiche, per gas: e le sue parole incidevano come pietre il silenzio sgomento dei suoi giovani ascoltatori, s’imprimevano nelle loro coscienze. Tanti, tantissimi giovani hanno  applaudito Lidia e l’hanno  amata e non la dimenticheranno. Proprio questo lei voleva: che la memoria resti viva e renda vigili le coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta più. Quanto tutto questo le sia costato in termini personali non è dato sapere. Si può intuirlo fra le righe del suo ultimo libro: son passati gli anni, ma i traumi del corpo e dell’anima bruciano come allora. E tuttavia Lidia li racconta, anche se fanno male, anche se sarebbe preferibile seppellirli nel profondo, per non soffrire più. Forse li ha esorcizzati proprio parlandone, testimoniando perché l’orrore non abbia a ripetersi. Ma non aveva ancora detto tutto. Restano montagne di pagine inedite, a casa di Lidia. Sarà presto pubblicato un libro, già pronto, sulla condizione dei bambini nei lager. Generosa fino alla fine, Lidia aveva creato un gruppo di reciproco aiuto fra donne malate di cancro: numerose cassette registrate attendono di essere trascritte e di raccontarci l’ultima battaglia di questa donna formidabile e unica. Tutt’altro che esile, nella memoria che ci ha lasciato.

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Giuliana Bagnasco, Lidia Beccaria Rolfi-Bruno Maida
“Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini”

Anche Lidia  Rolfi, come  Primo  Levi, ha  scritto  i suoi  libri ”per conto  terzi”, per testimoniare e parlare in nome  di chi non ha  potuto  farlo. Il  silenzio è complice del  male, per evitare la complicità è doveroso conoscere, anche  se la conoscenza delle atrocità comporta  prezzi  altissimi di  angoscia, di impotente disperazione. Del resto non si uccide solo dimenticando, anche cambiando registro e occupandosi d’altro, perciò l’obbligo morale del ricordo è consegnato al lettore affinché possa gettare lo sguardo sull’orrore in un presente ancora gravido di insidie e di pericoli. Il tempo  rischia di sbiadire il passato e la conoscenza si affievolisce con l’estraneità dei giovani o la sovrapposizione alla memoria dei reduci di visioni semplificatrici, fasulle o ambigue. Testimoniare è dunque contrastare non tanto un vuoto di memoria quanto un pieno di immagini che vengono dai libri, dai film, da automatismi mentali vecchi e nuovi. Il libro di Lidia e di Maida è insieme dono di memoria e di racconto dove la testimonianza diretta o raccolta assume significato e forma col tono grave di una deposizione di fronte  al tribunale della  Storia,  dei contemporanei, delle nuove generazioni.

I bambini di cui si parla sono precipitati nel buco nero del niente, le  loro storie non sarebbero esistite se Lidia  non avesse dato con voce pietosa un risarcimento, tenero come  una carezza, ai piccoli dagli affetti traditi. I  bambini scivolati nelle crepe più atroci della  storia ammoniscono che la cultura dell’amnesia e del negazionismo non può passare. La ricostruzione rigorosa, documentata, corredata da una ricca bibliografia, è finalizzata ad individuare i momenti cruciali della deportazione e dello sterminio dei piccoli dell’Olocausto, evento unico della nefandezza umana. La negazione dell’amore per la  loro innocenza, dice Primo Levi nella memorabile  prefazione,  non riguarda  solo  il destino dei piccoli il cui valore biologico veniva ritenuto scarso (ebrei, zingari, slavi), ma  la violenza si è estesa ai figli di puro sangue ariano e tedesco. La tragedia dei bambini europei, maturata dal 39 al 45, è attraversata con un dolore intenso ed incredulo che lacera e  sconvolge  aprendo ferite non più rimarginabili. La  potestà dell’adulto sul  bambino è  antichissima, ma l’orrore dell’infanzia negata trova per la prima volta un’eco tragicamente originale. Il libro di Lidia Rolfi, restato chiuso nel cassetto per tanti anni, ha trovato in Bruno Maida il curatore capace di continuare il lavoro dopo la scomparsa dell’autrice. Almeno due milioni di bambini, secondo un  calcolo prudente, dice Maida, sono stati uccisi dai nazisti.  Ma i crimini del nazismo sono stati persino più ampi dello sterminio nei Lager, in seguito all’ideologia della razza pura. I  depositari della purezza ariana sono stati a loro volta  vittime di terribili  violenze, proprio  quando  per “gli  indesiderabili” si perpetrava la soluzione finale.

Vennero infatti create cliniche per la procreazione forzata e centri per il rapimento dei bambini germanizzabili strappati alle famiglie (Il Lebensborn) in  Boemia, Polonia, Ucraina,  il tutto abbinato confusamente alle  pseudo mistiche e  pseudo storiche ossessioni di Himmler. Molti piccoli  “germanizzati” vennero affidati a famiglie tedesche che  si impegnavano a cancellare il loro  passato, i loro ricordi.  Non si conobbe mai il numero dei bambini rubati perché i  genitori furono uccisi o deportati e le famiglie disperse. L’organizzazione del terrore partì nell’aprile del ‘33 con la persecuzione contro gli ebrei e l’istituzione di centri di Eutanasia dove i medici uccidevano i bambini disseminati negli istituti del territorio tedesco e austriaco. Il grande Reich diviene un immenso Lager con 10.00 campi di lavoro, di rieducazione, di sterminio. Orde lacere di piccoli  trafficanti affamati mendicano in massa. Pur se le testimonianze non sono state scelte sulla base della ferocia di ciò che riportano, l’ordinarietà terrificante le rende emblematiche.

Una piccola di quattro anni tenta di sgattaiolare tra le guardie per procurarsi un pezzo di pane al di là del reticolato. La sentinella la chiama, la piccola si aggrappa ai suoi stivali chiedendo grazia, per tutta risposta il nazista le spara sui piedini. Nel ghetto di Varsavia un tedesco vede un  gruppo di bambini dispersi, piangenti ed affamati, dapprima offre loro caramelle, quando il pianto è sedato li uccide uno dopo l’altro.

Nell’inferno di Auschwitz ben 100 bambini, “Rei” di non raggiungere l’altezza  minima  prevista da  Mengele, vengono mandati in una sola volta al forno crematorio. All’inizio del ‘43 giunge dalla Lituania ad Auschiwtz un trasporto di soli bambini sottratti a forza alle loro case, una piccola di cinque anni, costretta a spogliare il fratellino di un anno per entrare nella camera a gas, all’avvicinarsi del capokomando  lo allontana dicendo; “via, via, assassino morirà tra le mie braccia insieme a me”
La scena e le parole pronunciate inchiodano alla teologia della responsabilità.

Alla mappa dello sterminio si alternano le grida, le risate delle SS, i pianti disperati di bambini denudati a meno venti o trenta gradi sotto zero. Le pagine si affollano di visetti pallidi di pena, di occhi dilatati dal terrore, di manine aggrappate spasmodiche ai reticolati. Infine è riportata l’intervista ad una fiumana triestina, Arianna Szorény, deportata a 11 anni, nel ‘44  con tutta la  famiglia e rimasta sola. Al rientro, dopo nove anni di orfanatrofio, è costretta a dormire nei  dormitori  pubblici. Alla domanda di Lidia se avesse capito a  quale  destino stava andando incontro risponde: “certo, anche noi  bambini sapevamo cosa voleva dire camera a gas e forno crematorio”.

Libro terribile e fondamentale. Se non si riannodano i fili  del presente al passato si corre il rischio di non avere più  futuro. Queste pagine dimostrano di essere, come dice  Primo  Levi, nutrimento vitale per chi si propone di vigilare sulle coscienze e sull’avvenire del mondo.

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Giuliana Bagnasco
A Lidia Beccaria Rolfi
“L’esile filo della memoria” Ravensbrück,
1945: un drammatico ritorno alla libertà – Einaudi

Il  26  aprile 1945 è stato per Lidia Rolfi l’ultimo  giorno di  permanenza  a Ravensbruck, vissuto con  terrore e ansia spasmodica.
Le canzoni preparate dalle donne, in un lontano giorno d’estate intonano l’abbandono del Lager. La fiumana dei deportati si avvia verso l’ignoto in uno stato di torpore senza pensieri. Solo qualche memoria di famiglia affiora dalla nebbia dei ricordi. I Russi non sembrano liberatori, con le divise impolverate e gli stivali sporchi, piuttosto paiono soldati in fuga. Un sottofondo di voci che parlano di semina e di raccolti richiama giorni perduti di un tempo che si stenta configurare  come futuro. Il senso di smarrimento cresce, mentre la marcia prosegue verso gli Americani. In un paesaggio monotono e triste si capisce che se la guerra è finita, la vita civile è ancora lontana. Quando finalmente il grumo di dolore si scioglie in pianto e Lidia comincia a raccontare, nell’apatia rassegnata di chi  ascolta, coglie, insieme  all’indurimento  della guerra  che ha rubato anche le curiosità, la sferzante resistenza dell’incredulità. I vari centri di raccolta ripropongono agli internati il complesso del prigioniero: la gara per procurarsi un frutto o un vestito, il miraggio dell’acqua, la lotta per il territorio, ma le notti di luna piena e il cielo pulito restituiscono l’incanto di una luce dimenticata che a Ravenbrück si stagliava sinistra intorno ai fuochi crematori. Nella lunga marcia di avvicinamento a Lubecca, ad Amburgo, la ricerca sui volti di tracce amiche si rivela vana, mentre si susseguono scene irreali di fantasmi che  anelano una libertà  perduta, tra l’odore caratteristico del Lager che permane nell’aria. Le odiose gerarchie si ripropongono, i trattamenti di favore sono riservati ai prigionieri di  guerra,  l’ostilità malevola alle donne che sanno  parlare di politica  e di lotta partigiana. Infine il rimpatrio, reso augurale dalla notte stellata al Brennero, con un cielo tanto più luminoso di quello tedesco, poi, intossicato dal rifiuto dei passeggeri di un treno nei confronti di una donna cenciosa  da relegare nel carro bestiame.

Al  rientro, Lidia avverte il senso paralizzante di  un’esperienza che non si riesce a raccontare perché le  parole, incrostate dall’umiliazione, sopraffatte dal  carico di morte che si portano dentro, non possono comunicare. Il  desiderio di  non  sapere o di dimenticare condensa nella  protagonista la reticenza e il pudore. La normalità sonnacchiosa della cittadina natale non ammette  lo stravolgimento dei valori comunemente condivisi e preconfezionati. Anche in famiglia Lidia sente pungente la solitudine e si allontana dalle storie di casa, mentre  nella sua memoria continuano  a  sfilare ricordi, nomi,  atrocità. Soltanto il contatto con i bambini della scuola  elementare le consente un  bagno nell’autenticità, mentre le  istituzioni  scolastiche, improntate al regime poliziesco e  censorio fascista, continuano a voler imbrigliare il suo spirito libero in una logica costrittiva e conformista. Gli interlocutori privilegiati restano i deportati, con loro  si  parla di Lager sperando invano di cancellare i fantasmi (Per un po’ mi illusi di aver cancellato la memoria, ma non fu così).

Il filo della memoria di Lidia Rolfi non è stato esile. La sua scrittura ha l’impatto forte della testimone che con l’acutezza dello sguardo intellettuale, la  profondità del giudizio  etico, la lucidità pietosa con cui esprime il male, riesce a penetrare nella memoria umana e storica. Mossa  dallo  stesso impulso  morale  di Primo  Levi, nell’assolvere un  debito nei confronti dei compagni non  più  tornati, ha documentato il Lager e il drammatico ritorno da Ravenbrück, il clima  di  incredulità, la  matrice  di tanti  silenzi.  Il suo raccontare denso di testimone e vittima che rifiuta  approssimazione e sentimentalismo, ha ancorato questa pellegrina in viaggio verso l’ignoto, dopo l’offesa, alle radici solide di una storia che sanguina ma non rinuncia al futuro. Le onde lunghe e nere di Ravensbrück giungono all’oggi per evitare inquinamenti revisionistici, ma  il libro è in particolare l’espressione di una libertà vagabonda che ha voluto mantenere una speranza. Controllato dal pudore, ritmato da pause di silenzio, in una scrittura essenziale, rapida, risolutiva, ci  ha  consegnato il volto  di un’Europa disintegrata ed insieme l’immagine di una donna  che ha cercato una nuova volontà di vivere, si è affacciata  alla libertà, ritrovandola all’estremo limite della miseria e dell’orrore.

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Questa è una testimonianza scritta in francese. Segue la traduzione in Italiano.

Janine Teisson
Germaine Tillion: la femme qui dit NON!

 

Il y a dix ans, le 8 avril 2008, Germaine Tillion mourait, à 101 ans. Née en 1907, ses parents l’élèvent dans la certitude qu’elle fera de sa vie ce qu’elle voudra et exercera le métier de son choix. Passionnée par l’étude, par la découverte de l’Autre, différent et pourtant semblable, elle choisit l’ethnologie.
En 1934, à 27 ans, elle part en mission de recherche en Algérie, auprès des tribus berbères: les Chaouïas. Démunis de tout, ils l’accueillent. Leur valeur première est l’honneur. Elle les écoute. Ils lui font confiance. Pénétrer dans leur culture est un entrainement pour  ce  qu’elle fera  toute  sa vie.  Auprès  d’eux, c’est  l’humanité entière qu’elle comprend mieux.

Le  3  septembre 1939  les  bergers, d’une  montagne  à l’autre,  annoncent que la guerre est déclarée. Le 17 juin 1940, Germaine est en France. Elle a 33 ans. Elle entend à la radio le Maréchal Pétain qui demande l’armistice. Non ! C’est impossible ! Elle en vomit. Elle entre en Résistance. Elle écrit et distribue des tracts sur la trahison du Maréchal Pétain, accumule des renseignements sur l’armée  allemande  et organise  des  évasions de  prisonniers  auxquels elle fournit de faux papiers. Certains évadés font un séjour dans la maison de sa mère: Emilie Tillion.

Boris Vildé poète, linguiste, ethnologue, devient le chef du groupe de  Résistance  du Musée  de  l’Homme. Germaine  recrute,  prend contact avec Londres. Mais dix de ses camarades sont arrêtés et condamnés à mort: 3 femmes et 7 hommes dont  Boris Vildé.
Germaine Tillion tente par tous les moyens de leur sauver la vie, mais le 23 février 1942, les sept hommes sont fusillés au Mont Valérien. A partir de ce jour, son refus de la peine de mort est absolu. Désespérée  mais  déterminée, Germaine  prend  la direction du groupe. Trahie, elle sera incarcérée. Sa mère Emilie est aussi emprisonnée à Fresnes.

Commence alors pour Germaine l’organisation de l’entraide, du partage des informations et des ressources. Dans la prison naissent des  amitiés  qui dureront  jusqu’à  la mort.  Germaine  prend des notes. Toute sa vie elle prendra des notes. 21 octobre 1943 elle part, avec ses camarades, pour Ravensbrück.
Condamnées sous le régime NN:Nacht und Nebel: Nuit et brouillard, elles doivent disparaître sans laisser de trace. Le camp de travail pour femmes de Ravensbrück est à 80 Km de Berlin. Elles sentent la mort dès l’arrivée. 132000 femmes tchèques, tziganes, allemandes,  hollandaises,  italiennes, françaises,  russes, polonaises, espagnoles,  sont  réparties dans  32  blocs. Beaucoup sont des squelettes ambulants, pieds nus, au regard de fantômes.
Selon le plan de Himmler elles sont là pour travailler jusqu’à la mort en mangeant le moins possible. Les inutiles seront exterminées.

Dépouillées de leurs vêtements, de leurs cheveux, on leur arrache tout  ce  qui était  leur  vie. Mais  Germaine  Tillion fera  tout  pour qu’elles gardent leur humanité. Sa mère arrive à Ravensbrück. Germaine interroge et note, sans relâche : Pourquoi es-tu là ? Qui as-tu vu mourir? Quels noms de SS connais-tu? Elle veut constituer un témoignage.
Son  calme,  son humour,  son  courage, sont  un  soutien pour  les jeunes filles qui l’entourent. Le 2 mars 1945, sa mère est gazée. Le désespoir de Germaine est immense. «Si j’ai survécu, dit-elle, je le dois d’abord au hasard, ensuite à la colère, à la volonté de dévoiler ces crimes et, enfin, à une coalition de l’amitié, car j’avais perdu le désir viscéral de vivre.»
Survivante, elle  est  nommée représentante  des  déportées de  Ravensbrück au procès de Hambourg. Comme Lidia Rolfi et beaucoup d’anciens déportés, elle témoigne pour que personne n’ignore jusqu’où le nazisme, ce désastre moral, peut entrainer l’humanité. Elle est contre l’oubli. Elle écrira «Ravensbrück».

Pour Germaine Tillion la Résistance ne s’arrête pas à la fin de la guerre. Après avoir combattu les ennemis extérieurs de la France, elle s’attaque à ses ennemis intérieurs: le racisme, le mensonge, l’injustice, l’inégalité. Dire NON! à la bêtise, à l’ignorance, aux abus du pouvoir, aux situations inadmissibles, est sa façon d’être.
Revenue en Algérie en 1954, elle tente de réparer cent ans d’abandon et d’apartheid en créant les Services Sociaux pour l’éducation du peuple algérien. Lors de la guerre d’indépendance d’Algérie, elle s’interpose, au péril de sa vie, entre les résistants algériens et l’Etat français.  Elle  a cinquante  ans.  Elle lutte  contre  la torture.
Entre la guillotine et les combattants algériens il n’y a qu’elle, cette petite femme d’un mètre cinquante. Elle n’arrêtera pas la guerre mais elle sauvera beaucoup de vies.

Jusqu’à cent ans elle ne cessera de lutter pour améliorer la condition  des  femmes. Sa  foi  en l’éducation  est    immense. Pour  elle, l’instruction est le pilier de la paix. Et l’égalité qui est, pour elle, la valeur suprême. Sans oublier la limitation des naissances.
«J’ai  de l’ambition  pour  l’humanité. Je  voudrais  qu’elle survive, qu’elle ne s’extermine pas elle-même.»disait Germaine Tillion avec son sourire inoubliable.

Versione in Italiano

Janine Teisson
Germaine Tillion: la donna che ha detto NO!

Dieci anni fa, era l’8 aprile del 2008, moriva Germaine Tillion, a 101 anni.
Nata nel 1907, i suoi genitori la allevano nella certezza che la piccola Germaine farà della sua vita quello che vorrà ed eserciterà il mestiere per il quale sente più affinità. Lo studio la appassiona, così come la scoperta dell’Altro, diverso e tuttavia simile. Sceglie allora l’etnologia.

Nel 1934, a 27 anni, parte in missione di ricerca in Algeria, presso le tribù berbere dei Chaouïas. Poveri, senza nulla, l’accolgono tra di loro, dove l’onore rappresenta il valore più importante. Lei li ascolta e loro cominciano a fidarsi. Penetrare nella loro cultura è un allenamento a quello che le riserverà la vita. Dopo aver decifrato i berberi, questa infaticabile studiosa si dedica all’umanità intera.

È il 3 settembre 1939 quando i pastori, da una montagna all’altra, annunciano che è stata dichiarata guerra. Il 17 giugno 1940, Germaine è in Francia. Ha 33 anni. Ascolta alla radio il maresciallo Pétain che chiede l’armistizio. No! È impossibile! Le viene quasi da vomitare.

Entra nelle fila della Resistenza. Scrive e distribuisce fogli clandestini sul tradimento di Pétain, accumula informazioni sull’esercito tedesco e organizza le evasioni dei prigionieri, ai quali fornisce documenti falsi. Alcuni di loro risiederanno per qualche giorno da sua madre, Émilie Tillion.

Boris Vildé, poeta, linguista, etnologo, diventa il capogruppo della Resistenza al Musée de l’Homme a Parigi. Germaine recluta, prende contatti con Londra. Ma dieci dei suoi compagni sono arrestati e condannati a morte: 3 donne e 7 uomini, tra cui Vildé. Tenta con tutti i mezzi di salvare loro la vita, ma il 23 febbraio 1942, i sette uomini sono fucilati sul Mont Valérién. Da quel giorno, si oppone strenuamente alla pena di morte. Disperata ma determinata, Germaine prende la direzione del gruppo. Tradita, sarà portata in carcere. Anche sua madre Émilie è in prigione a Fresnes.

Comincia allora per Germaine l’organizzazione dell’aiuto reciproco, della condivisione delle risorse e delle informazioni. In prigione, nascono amicizie che dureranno per sempre. Germaine prende appunti. Lo farà per tutta la vita.
Il 21 ottobre 1943 viene deportata, con le sue compagne, a Ravensbrück. Condannate al regime NN: Nacht und Nebel (Notte e Nebbia), devono sparire senza lasciare traccia.

Il campo di lavoro per donne di Ravensbrück è a 80 km di distanza da Berlino. Appena scese dal treno, l’odore di morte le assale. Ci sono 132000 donne ceche, zigane, tedesche, olandesi, italiane, francesi, russe, polacche, spagnole, suddivise in 32 blocchi. Molte di loro sono scheletri ambulanti, camminano a piedi scalzi, lo sguardo perso come fantasmi. Secondo i piani di Himmler, sono là per lavorare fino alla morte, mangiando il meno possibile. Quelle inutili saranno sterminate.

Spogliate dei loro abiti, dei loro capelli, hanno strappato loro tutto quello che le manteneva in vita. Ma Germaine si mette subito all’opera perché possano salvaguardare almeno la loro umanità. Anche sua madre giunge a Ravensbrück.
Germaine chiede e prende appunti, senza sosta. Perché sei qui? Chi hai visto morire? Quali nomi della SS conosci? Vuole costituire una testimonianza vera e propria.

La sua calma, la sua ironia, il suo coraggio, sono un sostegno per le giovani ragazze che la circondano.
Il 2 marzo 1945, sua madre muore nella camera a gas. La disperazione di Germaine è immensa: “Se sono sopravvissuta”, scrive, “lo devo innanzitutto al caso, poi alla collera, alla volontà di smascherare questo crimine e, infine, alla forza dell’amicizia, perché avevo perduto il desiderio viscerale di vivere”.

Sopravvissuta, è nominata rappresentante delle deportate di Ravensbrück al processo di Amburgo. Come Lidia Rolfi e altri deportati più anziani, testimonia perché nessuno ignori fino a dove il nazismo, questo disastro incommensurabile, ha condotto l’umanità.
Combatte contro l’oblio. Scriverà “Ravensbrück”.
Per Germaine, la Resistenza non si ferma alla fine della guerra.

Dopo aver combattuto i nemici esterni alla Francia, si attacca ai nemici interni: il razzismo, la menzogna, l’ingiustizia, l’ineguaglianza. Dire NO all’ignoranza, agli abusi di potere, alle situazioni inammissibili, questo è il suo modo di essere.
Tornata in Algeria nel 1954, tenta di rimediare a cento anni di abbandono e di apartheid creando i Servizi Sociali per l’educazione del popolo algerino. Durante la guerra d’indipendenza in Algeria, combatte al fianco dei resistenti algerini contro lo stato francese, mettendo in pericolo la propria vita. Ha cinquanta anni. Lotta contro la tortura e, tra la ghigliottina e i combattenti algerini, c’è solo lei, questa piccola donna di un metro e cinquanta. Non riuscirà a fermare la guerra ma salverà molte vite.

Fino ai suoi cent’anni non smetterà mai di lottare per migliorare le condizioni delle donne. La sua fede nell’educazione è immensa. Per lei, l’istruzione è il pilastro della pace. Insieme all’uguaglianza, che per lei è valore supremo. Senza dimenticare il limite alle nascite.
“Ho un sogno per l’umanità. Vorrei che sopravvivesse senza sterminarsi da sola”, diceva Germaine, con il suo indimenticabile sorriso.

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Yvonne Fracassetti Brondino
Germaine Tillion:
etnologia e solidarietà al servizio dell’umanità

 

Non è facile immaginare dietro la figura minuta e sorridente di Germaine Tillion, improntata alla bonomia e alla modestia, la tempra di una grande dame della Resistenza, anzi, di una ferrea militante dei diritti dell’uomonel mondo. Siamo invece di fronte a una delle rare sopravissute di Ravensbrück che, come Lidia Rolfi, assunsero e onorarono il “dovere di memoria” con una convinzione morale e una carica umana eccezionali: quelle di chi ha vissuto sulla propria pelle le sofferenze del lager e, dopo  anni di lotta per non dimenticare, afferma ancora:

Non  posso non  pensare  che  le  Patrie, i  Partiti,  le cause  sacre  non sono eterni. Ciò che è eterno (o quasi) è la povera carne sofferente dell’umanità

Germaine Tillion,  che  si rifiutò  sempre  di giudicare  o  di fare  la morale agli altri, convinta che il percorso di ognuno è dettato dalle condizioni e dalle esperienze che ha potuto vivere, proveniva dalle esperienze più ricche e stimolanti del suo tempo: la scuola di etnologia di Parigi e il Musée de l’Homme. Questa scienza nascente che  riunì  gli intellettuali  d’avanguardia  del dopoguerra  francese (per citarne alcuni: Claude Lévi-Strauss, Jacques Soustelle, Michel Leiris, Anatole Lewitsky, Boris Vildé), fu la culla in cui crebbe e si formò la giovane Germaine. Vi imparò il suo mestiere – studiare e capire il funzionamento di una società – e fece suo, senza ma e senza se, il principio radicale che rimase alla base del suo operare: tutte le culture e tutte le razze sono uguali. Non c’è quindi da stupirsi se il Musée de l’Homme, impegnato a dimostrare scientificamente l’uguale valore di tutti i popoli e a valorizzare ciò che è comune a tutti gli esseri umani e a tutte le civiltà, divenne la prima cellula  della  Resistenza francese  contro  il nazismo  e  il fascismo.

Non c’è da stupirsi se i suoi membri, fortemente uniti dalla concezione umanista della loro disciplina, furono i primi ad organizzare la Resistenza, fra i quali si distinse Germaine, e fra i primi a pagare con la vita.
La vita è fatta di incontri e esperienza, amava ripetere Germaine Tillion; ebbene, la vita le riservò  prove all’altezza delle sue ambizioni culturali e umane: prima, dal 1934 al 1940, missioni di lavoro per studiare le tribù montane dell’Aurès algerino, da sola con una collega donna, a quattordici ore da cavallo dall’ultimo villaggio segnato sulla carta; e poi, al suo ritorno in Francia, la guerra, la resistenza e la deportazione.

All’istituto  di  etnologia, le  avevano  insegnato a  lavorare:  raccogliere documenti, intervistare, porre le domande giuste, osservare, classificare, assemblare le informazioni, connettere i dati per capire il funzionamento della società studiata. È quello che la giovane etnologa farà, senza tregua e con puntigliosa caparbietà in ogni amore biente, presso i montanari algerini come nel lager di Ravensbrück.
Ma lo fa con  qualità che non appartengono a tutti gli scienziati: l’umiltà e la compassione.
In  un  suo libro  intitolato Il était  une  fois l’ethnographie    (C’era una volta l’etnografia), G. Tillion ci spiega che, in verità, l’umiltà non è una virtù opzionale per l’etnografo, è essenziale in quanto si tratta di un’analisi fatta da un uomo su un altro uomo e  funziona soltanto a doppio senso: L’etnologia è innanzi tutto un dialogo con un’altra cultura. Poi, una rimessa in questione di sé e dell’altro.
Poi, possibilmente, un confronto che supera sé e l’altro. L’etnologo quindi, non può interrogare l’altro senza interrogare  se stesso: il dialogo s’instaura in un va e vieni e ad ogni andata e ritorno qualcosa si modifica, non da una parte sola, ma dai due lati perché ciò che l’interlocutore percepisce di se stesso è ciò che il locutore non vede e  vice versa”. È quindi chiaro che senza umiltà, il lavoro rimane squilibrato e inutile. All’umiltà intellettuale corrisponde un’umiltà umana che permise a Germaine Tillion di amare e farsi amare da tutte le donne e tutti gli uomini con cui ebbe da condividere un’esperienza di vita. In lei, la com-passione (soffrire con)  è meno una qualità personale che non il  prolungamento logico della consapevolezza di appartenere ad una  umanità unica, ad una condizione umana universale.

Questo  metodo  di lavoro  e  questo amore  per  l’umanità, G.  Tillion se li porta ovunque, nelle tribù algerine come a Ravensbrück. Ovunque indaga, studia, guarda, calcola, scrive: lo  fece prima in prigione, poi sul treno che la portò in Germania, al campo appena arrivata, prendendo appunti su minuscoli ritagli di carta; appena liberata, in Svezia tra le compagne superstiti, sul treno di ritorno in Francia, dopo la liberazione interrogando testimoni e consultando archivi, costituendo una documentazione storica monumentale e preziosissima, un  incessante  lavoro di  tessitura  per ricostruire  il mostruoso disegno di sterminio nazista, per conoscere, comprendere e spiegare la peggiore tragedia del XX secolo.
Conoscere  e  comprendere. La  conoscenza  fine a  se stessa non avrebbe avuto senso senza la convinzione che comprendere significa resistere e, a Ravensbrück, sopravvivere. Dopo appena cinque mesi  dal  suo arrivo  al  campo, Germaine  riesce  a organizzare  di nascosto per le sue compagne un’ autentica conferenza scientifica in cui illustra loro, con precisione,  i metodi e i fini  del campo di concentramento: lo sterminio per  morte naturale ( logoramento per fame e lavoro ) o per assassinio (fucilazioni, gas, colpi). Sapere,  le  aiutò a  lottare: “smontare  mentalmente,  comprendere un meccanismo, anche se vi opprime, guardare con lucidità, dettagliatamente una situazione, anche se disperata, è fonte di sangue freddo, di serenità e di forza d’animo.Non scorderò mai, aggiunge G. Tillion, la gioia delle compagne che mi ascoltarono quel giorno… Comprendere ciò che vi schiaccia è un modo per dominarlo”.

Sono  compagne  francesi come  queste,  detenute politiche  informate, politicizzate, armate di una incrollabile fede nella giustizia, animate da un’etica comportamentale carica di disciplina, fierezza e  solidarietà  che, –  appena  sapranno che  anche  Lidia, l’Italiana, proviene dalla resistenza contro il fascismo – la prenderanno sotto la loro protezione, inserendola  nel loro gruppo, come racconta L. Rolfi in  Le donne di Ravensbrück. E se comprendere vuol dire resistere, resistere vuol dire aver ancora voglia di vivere e quindi aver maggiori probabilità di sopravvivere nell’inferno di Ravensbrück.

Dopo la liberazione, nell’aprile  1945, seguirono 10 anni dedicati alla ricerca per il CNRS sui campi di concentramento nazisti, i gulag sovietici ,  ogni struttura o regime di oppressione; un lavoro di memoria che portò G. Tillion a testimoniare , a dirigere le associazioni di resistenti (l’ADIR –Association des déportées e internées de la Résistance -, il CIRC –Commission internationale contre le régime concentrationnaire) dove collaborò con Lidia.

Nel 1954, quando scoppia la guerra d’Algeria, i suoi docenti parigini la richiamano per riprendere il suo lavoro di etnologa e andare a studiare le ripercussioni delle operazioni militari francesi  sulle popolazioni algerine. Germaine riparte: “Consideravo gli obblighi della mia professione di etnologa simili a quelli degli avvocati, con la differenza che mi portavano a difendere un popolo anziché una persona”. Anche se vi ritrova integri  l’affetto e la fiducia delle popolazioni berbere conosciute  15 anni prima, rimane sconvolta dal fatto degrado della società algerina in fase di “clochardisation” sotto i colpi del regime coloniale francese. Nel 1946 denunciò con foga le  atrocità  naziste nella  prima  versione del  suo  racconto su Ravensbrück, e con la stessa foga denunciò la distruzione del popolo algerino in uno studio intitolato L’Algérie en 1957. Guarda caso, quest’ultimo era rivolto alle sue compagne ex-deportate dell’ADIR e fu pubblicato nella rivista Voix et visagesdella stessa associazione. Negli anni Sessanta e per molti anni si battè affinché venisse riconosciuta la pratica della tortura da parte dell’esercito francese in Algeria e pochi mesi prima di morire, a 101 anni, firmava ancora una petizione per impedire l’espulsione dei  “sans papiers” –  dei clandestini.

Qual è il filo rosso che lega le tre versioni successive diRavensbrück (1946, 1973, 1988), gli studi sull’Algeria e la sua instancabile militanza per i diritti dell’uomo? Tutte le sue azioni sono dettate dalla stessa concezione dell’umanità: quella dell’unità della specie umana,  principio fondatore della sua professione di etnologa.

Si ritrova la stessa coerenza nei rimedi da lei proposti per arginare se non sanare le conseguenze delle rispettive situazioni di oppressione. A Ravensbrück, spiegò, informò, istruì le deportate per lottare e salvarsi; in Algeria creò Centri sociali dove alfabetizzare la popolazione e dare ai diseredati un’”armatura” cioè un’istruzione e un mestiere per affrontare il passaggio dalla loro società arcaica alla modernità, ovunque predicò che il sapere,  l’educazione sono i pilastri della cittadinanza e della libertà.

Nemmeno la terribile esperienza del campo di concentramento le fece perdere la sua fede nell’uomo, nell’unicità della razza umana: “Che esistano ‘razze’ feroci o ‘razze’ perverse mi è sempre parso assurdo, anche nel 1945 – quando dico ‘razze’ intendo culture vicine – ma è vero che certe società ammettono alcune ferocità e, tra il 1939 e il 1945, ho ceduto anch’io come molti, alla tentazione di formulare differenze , distinguo: ‘loro’ hanno fatto questo, ‘noi’ non lo avremmo fatto … Oggi non lo penso affatto e sono convinta invece che non esiste un popolo che sia al riparo da un disastro morale collettivo”.

A sostenere questo rigore e insieme questa generosità,  c’era in lei un indistruttibile senso di giustizia e di verità. Soltanto la  giustizia poteva costituire la linea guida, il raggio luminoso da seguire per non perdersi mai nella confusione delle reazioni emotive, delle ideologie, delle prese di posizione che accompagnarono questi momenti tragici della storia. Geneviève de Gaulle,  sua compagna di deportazione a Ravensbrück e in seguito di militanza per i diritti dell’uomo, ricorda come Germaine la spinse ad andare a testimoniare in Germania, a sostegno di una SS accusata ingiustamente di avere decapitato una deportata. Non era vero, lo sapevano. Fu difficile, ma ci andò: “se dobbiamo continuare a dire la verità, dobbiamo dirla anche quando ci costa”.

Il suo senso di giustizia, insieme alla  fede nell’umanità che sorresse il suo lavoro di etnologa e di grande conoscitrice di società lontane, conferirono al suo sguardo una rara autonomia e indipendenza. Il confronto con civiltà altre le permise di  mettere una certa distanza  tra la nostra visione dell’Europa ‘civilizzata’ e la lettura delle culture “Altre”.  I saggi La traversata del male  (intervista con J. Lacouture) e La ricerca del vero e del giusto(a cura di T. Todorov), insieme alla sua passione per l’uomo e alla constatazione che “il crimine del nostro tempo sarà la clochardisation dei tre quarti della popolazione umana attualmente in corso sulla terra”,  l’hanno portata a prendere le distanze dal suo profondo patriottismo quando si trattava di rimanere giusti, per insegnarci che “nessun popolo è al riparo da un’infezione del male assoluto”.

Il suo amore per l’umanità fece il resto, perché aveva intuito che “in fondo, nelle grandi avventure della nostra specie, è sul cuore che conviene puntare

 

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