Contributi Critici, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Guarire dal trauma – I traumi riportati dai bambini vittime di violenza: un grave problema di salute pubblica

Articolo di Murielle Salmona

In lingua originale QUI.

Traduzione: Asia Fioravera del gruppo Abbatto i Muri

(Ndr.: Il testo è stato tradotto dal francese. Le statistiche riportate fanno dunque riferimento diretto alla Francia. I risultati presentati provengono da ricerche neuroscientifiche, psicologiche, legali, e socioeconomiche – per i riferimenti agli studi specifici, è possibile consultare l’articolo originale.)

Molti sono ancora i bambini che sono vittime di violenze, sia fisiche che psicologiche o sessuali. Tuttavia, la negazione, la legge del silenzio, la mancanza di consapevolezza della gravità dell’impatto a lungo termine di queste violenze sulla loro salute mentale e fisica, comporta spesso che le vittime rimangano per lo più abbandonate, senza protezione, cura o accesso alla giustizia. Devono quindi sopravvivere in solitudine di fronte alle violenze e ai traumi che ne conseguono. Come vedremo più in dettaglio, questa mancanza di protezione e di cure adeguate per i traumi vissuti durante l’infanzia rappresenta una grave perdita di risorse, e questo in termini di salute, mentale e fisica, sviluppo, vita emotiva, scolarizzazione, integrazione sociale e professionale. Vedremo come l’aver subito violenze durante l’infanzia sia un fattore di grande vulnerabilità, il quale aumenta le disuguaglianze e produce una catena di ripetute ingiustizie, insicurezza, esclusione e ulteriore violenza.

Questa perdita di risorse è tanto più scandalosa in quanto esiste una terapia specializzata ed efficace nel trattare il trauma associato alle violenze subite in età infantile. Pertanto, la maggior parte delle conseguenze per la salute e la vita di coloro che sono stati vittime potrebbero essere evitate, così come l’infinita riproduzione a catena della violenza. In primo luogo, la violenza viene reiterata a catena nel momento in cui le vittime entrano in contatto con professionisti della salute dotati di una formazione inadeguata, per poi in seguito trovarsi di fronte a un’offerta di assistenza ancora troppo scarsa. Gli operatori sanitari sono quindi i primi a entrare in contatto con vittime di violenza infantile, e i primi a dover essere in grado di contrastare gli effetti a breve termine di queste violenze, per poi saper offrire l’assistenza necessaria a evitare le conseguenze a lungo termine. Tuttavia, nel quadro attuale, pochi sono i professionisti della salute capaci di effettuare uno screening sistematico della violenza infantile, successivamente di proteggere le vittime, nonché di identificare e gestire il trauma. La fornitura di assistenza in psico-traumatologia è quindi ancora troppo rara e inaccessibile.

Infatti, andando avanti nella catena, troviamo altri settori ancora a venire in contatto con il problema, come le istituzioni di protezione dei minori e il sistema giudiziario, i quali non sono nemmeno in grado di proteggere i bambini a causa della mancanza di risorse, di una formazione inadeguata e della mancanza di volontà politica. Infatti bisogna aspettare fino al 2017, prima che il primo piano triennale per la lotta contro gli abusi e la violenza sui minori venga adottato dalle autorità pubbliche, potendosi occupare ad oggi della questione dello screening e del trattamento dei traumi. Sarà ancora necessario attendere fino al 2019 affinché dieci “centri dello psico-trauma” vengano finalmente aperti in Francia e all’estero grazie alla nostra richiesta. Questi centri sono composti da professionisti dotati di formazioni specifiche, e in grado di offrire cure multidisciplinari e senza costi per le vittime. Questo è un primo passo, ma il cantiere aperto rimane enorme. Attualmente, gli studenti di medicina e gli operatori sanitari sono ancora scarsamente addestrati, cosa che ha un impatto catastrofico a lungo termine sulla salute dei pazienti, così come viene ricordato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nel 2016: “La violenza contro i bambini è un problema di salute pubblica, diritti umani e società, con conseguenze potenzialmente devastanti e costose. I suoi effetti distruttivi danneggiano i bambini in tutti i paesi, colpendo famiglie, comunità e nazioni.

 Per quasi vent’anni, numerosi studi scientifici internazionali hanno dimostrato che l’esposizione precoce alla violenza è altamente traumatica per i bambini. E questo in quanto a partire dalla loro vita fetale, dalla loro nascita e per tutta la durata dell’infanzia, i loro cervelli sono molto vulnerabili alla violenza e allo stress estremo che essa genera. Nel 1988, vengono pubblicati i risultati del grande studio epidemiologico sull’Adverse Childhood Experience (ACE) condotto da Vincent Felitti e Robert Anda al Dipartimento di Medicina Preventiva presso il Kaiser Permanente a San Diego, in California, ed effettuato su 17.421 adulti. Lo studio ha rivelato una potente relazione tra violenza infantile e salute fisica e mentale nell’età adulta. Secondo questo studio ACE quindi, e secondo gli autori, l’aver vissuto diverse forme di violenza nell’infanzia è quindi la principale causa di mortalità precoce e morbilità nell’età adulta. L’aver subito violenza risulta inoltre essere il principale fattore a determinare lo stato di salute complessivo fino a 50 anni dopo la fine delle violenze, facendo perdere alla vittima fino a 20 anni di aspettativa di vita. Nello specifico, lo studio ACE mostra che questa esposizione precoce a diverse forme di violenza è il primo fattore di rischio per suicidio, sviluppo di comportamenti di dipendenza (alcol, droghe, tabacco, ipersessualità), obesità, comportamenti a rischio, depressione, gravidanza precoce, precarietà, emarginazione, prostituzione, sottomissione a ulteriori violenze, o perpetrazione delle violenze. Sono stati anche trovati legami molto forti con molti disturbi psichiatrici, cardiovascolari, endocrini e ginecologici, così come con malattie polmonari, malattie digestive, autoimmuni e neurologiche, infezioni a trasmissione sessuale, tumori, osteoartrite, dolore cronico, ecc. 

In seguito a questo primo studio, i legami tra la violenza infantile e i fattori di rischio predominanti per la salute, così come le principali malattie mentali e fisiche sviluppate in età adulta, sono stati confermati da numerosi studi scientifici posteriori. La ricerca ha quindi anche potuto documentare la neurobiologia della violenza, dimostrando che lo stress traumatico risultante dalla violenza può compromettere l’architettura del cervello, lo stato immunitario, i sistemi metabolici, le risposte infiammatorie e può persino influire sull’alterazione genetica del DNA. Una revisione internazionale di tutte le ricerche svolte su questo argomento, pubblicata su Pediatrics nel 2016 per WHO5, mostra che questo rischio di compromissione dello sviluppo, identificato come essere uno dei principali fattori di degradazione della salute a lungo termine, è direttamente legato all’impatto psicotraumatico delle violenze subite nei primi anni di vita, e che è graduato in base alla gravità della violenza e al loro numero.

Delle violenze di un’ampiezza largamente sottovalutata

Le violenze sui minori sono frequenti e diffuse in tutti gli ambienti. Le violenze che subiscono i bambini sono fortemente sottostimate e ancora troppo tollerate per alcuni (come ad esempio le punizione corporali). Avvengono spesso all’interno della famiglia o di istituzioni, e commesse da persone che dovrebbero proteggere i loro destinatari. Queste violenze sono quindi esercitate nel contesto di relazioni di disuguaglianza e dominazione in sfavore del minore. E più i bambini sono vulnerabili, in una situazione di disabilità o discriminazione, più essi sono esposti alla violenza. In tutto il mondo, un bambino su quattro ha subito violenze fisiche, una ragazza su cinque e un ragazzo su tredici, ha subito violenza sessuale, un bambino su tre ha subito abusi psicologici. In Europa, un bambino su cinque ha subito abusi sessuali. In Francia, abbiamo poche cifre e non sono state condotte indagini dirette per evitare la vittimizzazione dei bambini. Tuttavia, sulla base di studi condotti su adulti che segnalano abusi infantili, sappiamo che i bambini sono le principali vittime della violenza sessuale. Possiamo inoltre stimare che ogni anno oltre 130.000 ragazze e 35.000 ragazzi sono vittime di stupro o tentato stupro, per lo più incestuoso, e che 140.000 bambini sono esposti alla violenza coniugale. Indagini nordamericane hanno dimostrato che i bambini con disabilità subiscono da tre a quattro volte più violenza. Per questi bambini che sono vittime di violenza domestica, il rischio di sviluppare disturbi psicotraumatici è maggiore del 60% e oltre l’80% nel caso di violenza sessuale.

Meccanismi psicotraumatici ancora non conosciuti

Tutti i sintomi e i problemi comportamentali riscontrati presso le vittime di violenza durante l’infanzia sono spiegati qui di seguito: sono infatti le conseguenze abituali e universali riscontrate presso qualsiasi individuo in seguito all’esposizione a una violenza traumatica. Queste conseguenze psicotraumatiche sono legate a eccezionali meccanismi neurobiologici, messi in atto automaticamente dal cervello per arginare il rischio vitale comportato dall’eccessivo stress provocato dalla violenza. La violenza ha infatti un effetto soffocante sulla psiche, che paralizza quindi la vittima, impedendole di reagire appropriatamente. La violenza impedisce alla corteccia cerebrale della persona di controllare l’intensità della reazione allo stress; essa genera inoltre una perdita di controllo nella produzione di adrenalina e cortisolo. Lo stress estremo risulta quindi essere una vera tempesta emotiva a livello cerebrale, la quale invade poi anche il corpo della vittima – ecco perché lo stress traumatico rappresenta un rischio vitale (per il cuore e il cervello, a causa dell’eccesso di adrenalina e cortisolo). Questo stress innesca in seguito i meccanismi neurobiologici di salvaguardia automatici, i quali hanno l’effetto di “disconnettere” il circuito emotivo della persona, per proteggerla dalla tempesta in corso, causando un’anestesia emotiva e fisica. Questa anestesia è il risultato della produzione di droghe pesanti da parte del cervello, aventi lo stesso effetto di un cocktail di morfina-ketamina. La disconnessione protettiva genera uno stato di dissociazione psicologica, accompagnato da un sentimento di estraneità, disconnessione e depersonalizzazione, come se la vittima diventasse spettatrice della situazione che percepisce, senza riuscire a provare emozioni. Ma questa disconnessione isola allo stesso tempo la struttura cerebrale responsabile delle risposte sensoriali ed emotive (le tonsille cerebrali), da quella che codifica e gestisce la memoria e l’identificazione spazio-temporale (l’ippocampo). L’ippocampo non può quindi più svolgere il suo lavoro di codifica e memorizzazione del ricordo sensoriale ed emotivo della violenza. Il ricordo rimane intrappolato nell’amigdala, senza essere analizzato o trasformato in un ricordo autobiografico.

È questo ricordo intrappolato che chiamiamo “ricordo traumatico“. Un ricordo che rimarrà fuori dal tempo, fuori dalla coscienza, sempre identico, e sempre in grado di invadere il campo della coscienza ogni qual volta la vittima si trovi a confronto con esperienze o stimoli contenenti elementi legati alla violenza subita. Il ricordo traumatico bloccato sarà sempre in grado di far rivivere in modo identico le violenze subite, con lo stesso disagio e le stesse percezioni negative, trasportando la persona indietro nel tempo (questi episodi sono conosciuti come flashback, reminiscenze, incubi, attacchi di panico).  “L’anestesia emotiva e fisica prodotta dalla dissociazione impedisce alla vittima di difendersi e di rendersi conto della gravità di quello che subisce, dal momento che ha l’impressione poterlo supportare.”  Come una “scatola nera”, il ricordo traumatico non contiene solo l’esperienza emotiva, sensoriale e dolorosa della vittima, ma anche tutto ciò che riguarda i fatti esterni e i contorni delle violenze, come le caratteristiche del contesto e quelle dell’aggressore (la sua mimica, la sua messinscena, il suo odio, la sua eccitazione, le sue grida, le sue parole, il suo odore, ecc.). Questo ricordo traumatico degli atti violenti e dell’aggressore colonizza la vittima, portandola fino a confondere ciò che viene da lei con ciò che viene dalla violenza e dall’aggressore (“Sei inutile, è tutta colpa tua, te lo meritavi, ti piace, “ecc.). La vittima assorbe la violenza e le azioni dell’aggressore, andando quindi a nutrire dei sentimenti di vergogna, senso di colpa e perdita dell’autostima che sono catastrofici. In particolare, questa percezione estrema dell’odio e dell’eccitazione perversa dell’aggressore, possono indurre la vittima a credere erroneamente di essere lei stessa a provarli nei propri confronti, il che costituirà un’ulteriore tortura.

Allora, non sentirà altro che disprezzo e odio per se stessa. E questo dura fintanto che la vittima è esposta alle violenze, alla presenza dell’aggressore o dei suoi complici, e sarà quindi scollegata dalle sue emozioni personali, dissociata da se stessa. La dissociazione, un sistema di sopravvivenza adattato a un ambiente molto ostile, può quindi diventare addirittura permanente, dando alla vittima l’impressione di diventare un automa, di essere devitalizzata, confusa, come un “morto vivente”. L’anestesia emotiva e fisica prodotta dalla dissociazione impedisce quindi alla vittima di difendersi e di rendersi conto della gravità di quello che subisce, dal momento che ha l’impressione di poterlo sopportare. Perfino gli avvenimenti più tragici, se vissuti senza affettività o senza espressione del dolore, possono apparire così irreali da perdere ogni consistenza, fino a sembrare come se non fossero mai esistiti. Ciò porta a frequenti amnesie dissociative post-traumatiche, che si possono presentare per anni. Questa dissociazione da se stessa e da ciò che ha vissuto, isola ancora di più la vittima, è inoltre all’origine dei fenomeni di manipolazione, e comporta un rischio significativo di subire ulteriori violenze nel corso della vita. L’apparente mancanza di emozione di una vittima dissociata disorienta chiunque entri in contatto con essa. Di conseguenza, il processo di empatia automatica non viene attivato dai neuroni specchio dei suoi interlocutori, che saranno ancora più restii nel mobilitarsi per la persona e proteggerla, allorché essa è seriamente traumatizzata e in pericolo. Questi disordini dissociativi traumatici spesso provocano indifferenza, giudizi negativi, e persino il rifiuto e il maltrattamento da parte dei conoscenti e dei professionisti della salute.

Ma se la dissociazione scompare – cosa che può accadere quando la vittima è finalmente al sicuro – allora il ricordo traumatico cessa di essere anestetizzato. La vittima può, di fronte al minimo nesso che le ricordi la violenza, trovarsi di fronte a un vero tsunami di emozioni e immagini terrificanti che la attraversano, accompagnate da grande sofferenza e angoscia. Ciò può portare a uno stato di paura, di panico, agitazione, ansia intollerabile e uno stato di confusione tale, che la vittima può ritrovarsi ricoverata in ospedale in psichiatria di urgenza (spesso con una diagnosi di delirio), molto spesso anche per arginare l’elevato rischio di suicidio che consegue da questa esplosione di sofferenza a scoppio ritardato. Da quel momento, la vita diventa un inferno per le vittime, le quali sono costrette a coesistere con una sensazione di insicurezza, paura e guerra permanente.

Strategie di sopravvivenza

Così, per evitare che il ricordo traumatico venga costantemente riattivato, le vittime sono perennemente iper-vigili, e sviluppano comportamenti di prevenzione e controllo. Queste strategie di sopravvivenza sono estenuanti e causano molteplici fobie e disturbi ossessivo-compulsivi, e sono inoltre raramente sufficienti. Le vittime scoprono quindi presto, attraverso la ripetizione di questi comportamenti dissociativi, ulteriori comportamenti dissociativi, e questo avviene nel tentativo di anestetizzarsi emotivamente, per cancellare così con ogni mezzo possibile il ricordo traumatico, che altrimenti risulta impossibile da evitare nel quotidiano. Questi nuovi comportamenti dissociativi servono nello specifico a calmare lo stato di tensione intollerabile o a prevenirne il verificarsi, causando però la comparsa di nuove fonti di stress molto elevato (comportamenti a rischio, ricerca del pericolo, comportamento autodistruttivo o eterodistruttivo). Le nuove ondate di stress, innescano ancora e ancora la disconnessione del circuito emotivo, e la conseguente secrezione di droghe dissociative da parte del cervello, o attraverso l’assunzione di droghe dissociative (alcol, droghe, tabacco ad alte dosi).

Questi comportamenti dissociativi sono tentativi disperati di auto-trattamento. Sono molto dannosi per la salute e la qualità della vita delle vittime, aumentandone ancora di più la vulnerabilità, gli handicap, così come il rischio di subire nuove violenze o di commetterle a loro volta. Inoltre, gli operatori sanitari raramente sono formati a identificare i comportamenti dissociativi e comportamenti a rischio come delle conseguenze psicotraumatiche, e non effettuano sistematicamente la ricerca delle violenze che potrebbe esserne la causa. Tutti quanti i sintomi psicotraumatici sono spesso infatti banalizzati, accreditati alla crisi adolescenziale, o diagnosticati come dei disturbi della personalità. Altre volte invece, i sintomi psicotraumatici, vengono sì diagnosticati dai professionisti della salute, i quali etichettano però le vittime come malati psicotici e le trattano come tali, o ancora attribuiscono i loro sintomi a deficit cognitivi.

Delle cure specifiche esistono e sono necessarie.

Attualmente, le conseguenze psicotraumatiche delle violenze subite in durante l’infanzia sono ancora altamente sconosciute, e questo nonostante la presa in cura e la gestione delle stesse abbia già dimostrato la sua efficacia. Sappiamo inoltre che l’efficacia della cura dipende dal lasso di tempo che separa le violenze dal trattamento adeguato, infatti, la vittima deve essere curata il più precocemente possibile e, soprattutto, ricevere un trattamento di tipo psicoterapeutico. Solo in questo modo, trattando lo stress e il ricordo traumatico, integrandolo cioè nella memoria autobiografica, è infatti possibile riparare danni neurologici, e rendere quindi superflui i comportamenti dissociativi e le strategie di sopravvivenza. Per ottenere questo risultato, è necessario identificare e rivisitare tutto l’insieme delle violenze in un contesto protetto, e fare in modo che il ricordo di esse non produca più uno stato di siderazione. Ciò richiede innanzitutto di poter proteggere il bambino o l’adulto che è diventato, per poi spiegargli i meccanismi psicotraumatici esposti nei paragrafi precedenti, e connettendosi con lui in un’interazione umana, ripristinando così il significato e la coerenza di tutto ciò che, in assenza delle adeguate spiegazioni, non lo è. È anche necessario che la vittima possa ricostruire la sua storia personale e ripristinare la sua personalità e dignità, smantellando con essa tutto il sistema neurologico prodottosi con le aggressioni, e liberandosi in questo modo di tutto ciò che aveva colonizzato e alienato la mente, il corpo, e il quotidiano (la messa in scena, la menzogna, la negazione della violenza, e il ricordo traumatico).

Lo scopo di tutto il procedimento è che la persona possa ancora una volta esprimersi liberamente e vivere, semplicemente. L’assistenza di qualità può quindi non solo proteggere le vittime, ma anche curare i disturbi psicotraumatici, riparare il danno neurologico (grazie alla neurogenesi e la neuroplasticità) e quindi evitare la maggior parte delle conseguenze della violenza sulla salute, nonché le loro conseguenze sociali. È quindi essenziale e vitale proteggere i bambini dalla violenza e intervenire il prima possibile per dare loro una cura specifica, in quanto si tratta di situazioni di emergenza, nelle quali la rapidità ha un ruolo chiave per prevenire lo sviluppo di disturbi psicotraumatici gravi e cronici, i quali avranno conseguenze altrettanto gravi sulla salute e la vita futura. L’azione rapida permette inoltre di eliminare il rischio di perpetuazione della violenza. Tuttavia, non è mai troppo tardi per gestire questi traumi, anche nell’età adulta e durante tutta la vita. Per questo è necessario sensibilizzare e formare tutti i professionisti del settore medico-sociale, associativo e giudiziario sulle conseguenze psicotraumatiche della violenza. Prevenire la violenza è prima di tutto la protezione e la cura delle vittime.

 

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